Condrat sta in piedi, appoggia il remo ai tronchi spessi delle querce
e si addentra con la barca nella boscaglia. Sulle fiancate si
frangono pezzi di ghiaccio e rami spezzati, mischiati a fanghiglia ed
erbacce, e foglie secche e penne di cormorani e aironi. Il temporale
trascina l'acqua in vortici tra alberi e sterpaglie. L'acqua non è
molto profonda, ma sotto la scorza degli alberi più antichi è
risalita su su verso la chioma – e oltre il fragore del temporale e
dei pezzi di ghiaccio scaraventati con violenza sulle querce, la si
ode gorgogliare sotto la corteccia dei tronchi. Erbe rinsecchite,
residui dell'anno scorso, si svelano sott'acqua all'irrompere del
temporale e al passaggio della barca.
Tutto lo sforzo che gli ci vuole per spingere la barca e tenerla
in equilibrio nel bosco quasi non si nota nei movimenti pacati di
Condrat, gli occhi azzurri e acquosi fissi di fronte a lui.
- Vedi qualcosa, Condrat? - chiede l'uomo grasso e corpulento
dall'altra parte della barca, urlando per farsi udire nel fragore del
temporale e dei rami.
Condrat non risponde, continua a remare. Senza
guardare l'altro, manovra il remo e aggira una vecchia quercia secca
rovinata in acqua, con le radici divelte e spezzate. Il vento di bora
preme sull'acqua, spinge le vene lunghe e spesse delle radici sul
tronco disteso, facendole incontrare e confondere con i rami in cima
alla chioma.
- Meno male che si è spezzato, quel vecchiaccio! Guarda come si
sbaciucchia le radici! - grida di nuovo il grassone dall'altro capo
della barca, mentre, sotto le raffiche di vento, la sua bocca
sdentata cerca il luogo più adatto perché le urla volino dritte da
Condrat.
- Meno male che si è spezzata questa vecchia quercia!
Condrat non ascolta il grassone, o non lo sente, e sospinge la
barca più in là con il remo.
Il grassone rimane in silenzio per un po', per riposarsi.
Respira con affanno e si asciuga con la manica del montone il sudore
mischiato alla pioggia e al fango che gli imperla la fronte bassa e
le guance arrossate, rotonde. Solleva con le mani la gamba destra di
legno, e la appoggia da un lato, per mantenere meglio in equilibrio
la piccola barca, scossa dal temporale. Poi inspira profondamente col
petto e ricomincia a urlare:
- Era tutta secca anche trent'anni fa. E sempre diritta come una
candela. La gente non la tagliava mai. La evitavano, dicevano che non
era secca, era viva – ma che razza di stupidi – magari credevano
che aveva accumulato così tanta forza da poter vivere anche senza
foglie. E invece, è diventata marcia come un fetido albero
dell'aceto. Puh!
Il grassone sputa - e lo sputo gli ritorna in faccia.
Condrat, vogando ripetutamente da una parte e dall'altra della
barca, cerca di uscire dalle correnti d'acqua che circondano la
quercia abbattuta, colpita ora dalle violente scariche del temporale
nel mezzo di una grande radura; intorno a lui, non si scorge albero
per qualche centinaio di metri.
- Guarda, Condrat, quanto terra ha succhiato, la vecchia
quercia. Ti ricordi di quando c'era la terra? Questa quercia aveva
seccato tutto intorno a lei. Neanche più l'erba ci cresceva vicino.
E la gente diceva: questo è l'albero più bello e robusto che
abbiamo. E' l'orgoglio della nostra oresta. Tagliavano altri alberi
giovani, ma a questo non si avvicinavano. E guardala, ora, com'è
spoglia, puoi guardarci come attraverso un cannocchiale, per vedere
meglio che fine ci aspetta!
Condrat riesce a uscire dalle correnti e sospinge con forza la
barca nel folto degli alberi alti che gli si parano davanti.
- Forse non dovrei più parlare, Condrat. Le mie parole oramai
sono inutili. Il giorno e la notte vengono uno dopo l'altro e noi li
viviamo come fossero ricordi. Dove c'è ancora terra, ormai non si
può più passare. Quest'inverno gli uccelli polari non sono più
venuti nel nostro Delta, come erano soliti fare in tempo di pace, per
passare qui l'estate. Non hanno più un posto dove volare dal Polo
fin qui. Il cielo è occupato. Le palle di cannone arrivano lontano.
Siamo quasi a marzo: vedrai, non verranno più le cicogne dal sud
questa primavera. Quanti uccelli riusciranno a volare sopra la Grecia
e l'Italia? Rommel è ancora in Africa. Rimarremo solo noi e i
passeri, ragazzo mio.
Il grassone si riposa ancora, inspira di nuovo profondamente e,
con la faccia al vento, torna ad urlare di nuovo:
- Ho voglia di parlare, Condrat. Io ero qualcuno, Condrat, ero
uno spirito elevato, e mi sono perso qui, tra di voi. Finché sono
vissuto – per come sono vissuto – non ho avuto nessuno con cui
parlare in questo villaggio. Isolato com'ero, avevo cominciato a
parlare nel sonno, di notte. Andavo a letto, mi addormentavo
profondamente, e intorno a mezzanotte iniziavo a sognare a voce alta.
A quanto pare, raccontavo belle cose, mia moglie ad un certo momento
aveva preso l'abitudine di alzarsi di notte, scendeva dal letto,
prendeva il lavoro a maglia, si sedeva sulla sedia, appoggiata alla
stufa, e mi ascoltava. Una mattina mi ha detto: “Stanotte hai
parlato meglio dell'altra notte. Hai parlato di un uccello bianco,
che si reggeva su una zampa sola, tra le canne nel Delta, e beveva
latte dalle stelle. Ha bevuto il latte dalle stelle, si è saziato e
ha ritirato il becco, per andare a dormire. Ma le stelle sono rimaste
squarciate. E dalle stelle si è riversato così tanto latte
nell'acqua, che questa si è gonfiata e gonfiata, fino a diventare
uno strato di latte solido. E tu, uomo, mi hai detto: “Basta,
trasferiamoci, scappiamo via da questo villaggio disgraziato,
preparati, che andiamo via. Vai a prendere la casa, prendila dalle
grondaie, e bada, le grondaie sono malandate, attenta a non romperle.
Prendi anche i ferri, il lavoro a maglia, la sedia e la stufa – ce
ne andiamo a stare sulla duna di latte solido. Lì non ci sommergerà
più l'acqua tutti gli anni. Andiamo a prendere anche la chiesa, i
santi sono tutti bagnati, solleviamola e mettiamola ad asciugare
sulla duna di latte.” E quante cose meravigliose potevo dire. Ma al
mattino, quando volevo godermele anch'io, non me le ricordavo più,
ascoltavo di nascosto mia moglie che le raccontava alle vicine. Mi
derubava, Condrat, e, quel che è peggio, non sembrava derubarmi come
si deve. Mia moglie non è molto sveglia di mente. E mi rendevo conto
che non rubava tutto quello che raccontavo di notte – e molte cose
sono andate perse, senza che mai nessuno sapesse quant'erano belle e
giuste. E si faceva giorno di nuovo, e non avevo nessuno con cui
parlare, tutti voi eravate presi dalle faccende di ogni giorno, dai
bambini e dalle bestie, dall'acqua che vi ha sommerso e vi sommerge
sempre e non sapete dove scappare, tanto di voi non importa niente a
nessuno. Non mi avete mai preso seriamente in considerazione, Condrat
– alcuni ridevano persino di me, come Vlase. Non ho avuto mai
nessuno con cui parlare, questa è la verità. Quanto alla signorina
Maria – bah! - è solo una vergine senza parole. Più che
l'insegnante, fa la levatrice e l'infermiera, fa anche le veci del
sindaco in questo villaggio abbandonato, dove le nascite e le morti
non le avrebbe registrate nessuno. Lasciami parlare, Condrat -
Condrat rema, assente, pensa agli affari suoi - Ascoltami ora,
chissà dopo, cosa succederà... Credi che non abbia voluto fare il
sindaco, o almeno l'infermiere? Ma sono affetto da sclerosi, per voi
io ho perso solo la gamba, ma mi è arrivata fino alle vene delle
mani, e non sono capace nemmeno di prendere in mano la penna per
registrare l'anno, il mese, il giorno, l'ora. Mi hanno fatto ammalare
le acque e i vostri inverni sciagurati, che hanno fatto urlare di
tristezza anche un poeta degli amori delicati come Ovidio.
La voce del grassone si è fatta roca, non riesce più a
gridare. Non trova più nel vento il luogo più adatto per urlare le
sue parole a Condrat. Il vento si mescola e si confonde in se stesso,
si insinua nella pioggia. Le parole del grassone si disperdono, le
sillabe si mischiano tra loro, si scompongono e volano da tutte le
parti. Il grassone cerca di afferrarle con l'udito. Così mischiate,
e con le sillabe rigirate e accostate in altro modo, gli paiono delle
cose fantastiche – e cerca di afferarle e memorizzarle, nella
speranza di sopravvivere e raccontarle come ricordi preziosi. Ma non
riesce più ad acchiappare quelle parole rigirate, anche di queste
vene derubato, e non sente più nulla – nei silenzi tra le raffiche
brevi e reiterate del vento - se non il crocidare dei corvi, lo
scricchiolìo dei rami e il tintinnare dei pezzi di ghiaccio
nell'acqua. Si sente la bocca vuota e secca, si passa la lingua sulle
labbra spesse, umide di pioggia. Tocca con la lingua qualcosa di
freddo e morbido, all'angolo della bocca. Solleva gli occhi piccoli e
infossati – verso il cielo – e dice, stavolta a bassa voce,
stringendo le labbra, per non farsi sfuggire le parole e per sentirle
meglio:
- Fiocchi di neve. E' tornato l'inverno. Ci sarà un'altra
tormenta.
Condrat conduce la barca più in là, nel folto degli alberi.
Qui le querce crescono una accanto all'altra. I tronchi si toccano, i
rami sbattuti dal vento si confondono gli uni con gli altri,
graffiandosi, le loro linfe scorrono spesse e verdi, mescolandosi al
ghiaccio, alla pioggia e ai fiocchi di neve, sempre più copiosi, e
al fango che si incrosta sopra alle onde.
Poi, a un tratto, la barca giunge in un corso d'acqua senza fine,
senza l'ombra di un albero. La foresta è finita all'improvviso.
Ovunque, l'acqua del Delta, torbida e deserta. Gli isolotti di
giunchi secchi, di un grigiastro scuro, sparpagliati sull'acqua qua e
là, non ingannano l'occhio, su di loro non c'è terra. Galleggiano,
trascinate dai vortici.
- Rigira la barca! - urla il grassone con tutte le sue forze –
Indietro, Condrat! E' finita. Non c'è più terra. E' inutile andare
avanti. Rigirala, che il diavolo ci porti! Non c'è terra nel bosco –
non c'è da nessuna parte! E' tutto sommerso, il villaggio, il bosco,
l'isola. Indietro! Non abbiamo un posto dove seppellire tuo figlio!
Non c'è terra per scavare la fossa. Non c'è rimasta della terra
nemmeno per una fossa. Indietro, al villaggio! Forse troviamo una
veranda, o una stanza ancora all'asciutto a casa di qualcuno, ci
mettiamo d'accordo e lo seppelliamo lì.
Condrat sta seduto, con il remo appoggiato in acqua. Sbatte le
palpebre più volte. Gocce di pioggia e di sudore gli si mescolano
sotto la barba incolta. La pioggia fine e continua soffoca l'aria.
Nella pioggia, macchie bianche e schegge di neve scendono giù,
sospinte dal vento da una parte all'altra. E' la tormenta.
Condrat vuole mettersi seduto, vuole accovacciarsi. Ha freddo.
Trema. Guarda il fondo della barca e sgrana gli occhi, grandi, guarda
l'acqua che è arrivata fin sopra alla chiglia. La bara del bambino
galleggia nell'acqua della barca. Pioggia e neve cadono come una
caligine che risuona sul coperchio della bara.
Condrat si raddrizza bruscamente sulla schiena, prende il remo
con entrambe le mani, rigira violentemente la barca verso la foresta,
spingendola con foga, con uno sforzo sovrumano, stringendo le
mascelle incavate e ispide, colpendo l'acqua a destra e a manca con
il remo. Si aggrappa con le mani ai rami, li tira per dare slancio
alla barca. La barca fende l'acqua ghiacciata con un rumore sordo,
passando veloce sopra il canneto e sui rami spezzati.
- Alle dune, Condrat! - continua a urlare la voce – Non al
villaggio, alle dune! Svelto, rema verso le dune di sabbia dietro al
villaggio. Le dune sono alte, l'acqua non è ancora arrivata in cima.
Prima proviamo lì. Seppelliamolo sotto le dune. Intrecciamogli un
lettino con dei rami, per non farlo affondare nella sabbia. Tu che
dici, donna? - urla con le ultime forze il grassone verso il fondo
della barca, dove, vicino alla bara, sta accovacciata una donna. Si
era stretta e raggomitolata così tanto sotto la pioggia, sul fondo
della barca – piegata e rannicchiata – che il suo corpo si vedeva
a malapena. Fuori dalla barca, non si notava nemmeno. Sembrava
dormisse. Aveva infilato le mani sotto la tela di canapa spessa che
ricopriva il coperchio della bara, per proteggerle dalla pioggia e
dalla neve – e riscaldarle. La testa, con il viso all'ingiù, era
sprofondata nella tela. Il fazzoletto nero le si era inzuppato
d'acqua, brillava, e sulle pieghe l'acqua si era accumulata in
piccoli rivoli dai bordi bianchi di neve.
Il remo di Condrat avanza veloce da un albero all'altro. La barca
fende con lunghi schricchiolii la nebbiolina di ghiaccio sull'acqua e
sui rami piegati, gira tra gli alberi con rapidi zig zag.
La donna giace più lontano, raggomitolata, con le mani sotto la
tela e il volto sprofondato nella canapa spessa. Stanco di continuare
a seguire la fuga della barca e i movimenti selvaggi di Condrat, di
cui non intravede più né le spalle né la testa tra gli alberi –
il grassone si addormenta con il naso nel bavero del montone e inizia
a russare e a parlare nel sonno – mentre russa, parla a voce alta,
grida.
La donna si contorce sul fondo della barca, solleva la testa
verso il grassone. Le era rimasta impressa nella mente quella
domanda: “Tu che dici, donna?” - lo sentiva mentre seguitava a
parlare, non sapeva che stava parlando nel sonno, né cosa diceva,
non capiva cosa stava dicendo, ma nelle orecchie le echeggiava: “Tu
che dici, donna?” Quando sollevò la testa, cercò di non staccarsi
troppo dalla tela, appoggiandosi su una guancia, e i rivoletti
d'acqua delle pieghe del fazzoletto si riversarono giù, sciogliendo
i bordi di neve. La donna sentì l'acqua fredda che le colava sul
collo, sul petto, sulla schiena. Quel brivido freddo la fece
raggomitolare ancora di più su se stessa, ma si rallegrò di
quell'acqua gelata che le aveva penetrato la pelle e l'aveva
svegliata, facendole capire che era ancora viva. Volle sistemare la
testa nella stessa posizione di prima, ma le parole che il grassone
le aveva detto poco fa la ossessionavano ancora: “Tu che dici,
donna?” - e si rallegrò di nuovo, si mise persino a ridere a bassa
voce, credette per davvero che qualcuno l'aveva presa in
considerazione e aspettava un'opinione da lei. E iniziò a
rispondere, cominciando un discorso senza capo né coda:
- Io, cosa vuoi che dica, padre Ichim, visto che mi hai fatto
una domanda. Cosa vuoi che dica? L'ho detto in tutti i modi, che è
figlio mio e di Condrat, e che dobbiamo seppellirlo da qualche parte,
certo che dobbiamo.
Le sue parole non le sente nessuno. In realtà, neanche lei
parla pensando che qualcuno la stia a sentire. Neanche lei sentiva
chiaramente la sua voce prima, e non si dava pena che le sue parole
fossero legate tra loro. Il diacono Ichim dorme della grossa e nel
sonno dice parole concitate. Dall'altra parte della barca, Condrat,
tutt'uno con il remo, sospinge deciso la barca tra gli alberi. La
donna continua a parlare – così, perché le piace. Sente le parole
riecheggiarle nel petto, le sente arrotondarsi, calde, sulle labbra –
e si stringe ancor più su se stessa, nei vestiti di panno, logori,
ritrovando il suo corpo piccolo e macilento, di cui aveva perso il
ricordo. E ride sommessamente, come di una dolce meraviglia. L'acqua
ghiacciata corre riecheggiando lungo la barca. La donna parla a voce
più alta, si avvolge ancor più nei suoi vestiti, tenendo la guancia
attaccata alla tela di canapa sul coperchio della bara.
-
Come stavo dicendo, padre Ichim, io cosa vuoi che dica? Ho detto e
ridetto che è mio figlio, come potevo non dirlo. Lo seppelliamo dove
dici tu, padre, e dove dice Condrat. Altrimenti come? E dove, se non
troviamo la terra? Dal cognato Vlase, che ha il cortile in alto, non
è stato ancora sommerso tutto, nel suo cortile si potrebbe. Di casa
sua non ne parliamo, l'acqua non è arrivata nemmeno al bordo della
veranda, come non è arrivata nemmeno alla scuola. E' bella solida,
la casa di Vlase, da tre-quattro anni non gli ha cambiato nemmeno un
chiodo. Ha avuto dei bravi muratori, di Sulina, i pilastri glieli ha
scolpiti un tartaro di Câșla. Ma Vlase non può, così mi ha detto:
“Non posso, cognata Fenia”. In cortile c'è il foraggio per le
bestie. Dar fuoco al foraggio? “Credimi, cognata Fenia, guarda, con
due soldi ti posso dare una mano, non sono certo un senza Dio, ho
anche io dei figli.” Ne ha due, grandicelli, sapete chi sono. “Non
sono un senza Dio, te lo porto io in barca a Tulcea, sono sessanta
chilometri, se vuoi lo seppellisci lì come si deve, in un cimitero.
Ma non posso portartelo ora. Il Danubio non si è ancora sgelato,
l'inverno si allunga, il ghiaccio non si è ancora sciolto del tutto
come qui sui laghi, e poi non si può, ci sorprende l'acqua alta per
strada, e sai che il Danubio ha tre bracci, non uno, e ci verranno
tutti addosso con i lastroni di ghiaccio. Ma di foraggio c'è
bisogno, cognata. Dovrei forse abbattere le bestie? Non vedi che
l'acqua gli arriva alle ginocchia? Guardale, cognata Fenia, così che
nessuno dica il contrario: la vacca marchiata si è ammalata. E'
stata una buona allattatrice, la tenevo come fattrice, viene da
Chilia-Veche. Cognata Fenia, hai notizie di tuo fratello Vangu, mi
pare che faceva il pescatore a Chilia, no?” “Cosa vuoi che ne
sappia, cognato Vlase, non ho più saputo niente di lui.” “Così
va il mondo, cognata, la gente si perde di vista. Se vuoi del
foraggio, te ne darò un po' del mio, non è molto, e chissà quando
si ritira l'acqua. Ma voi, cognata Fenia, non avete bisogno di
foraggio, ché non allevate bestie, beati voi, meglio senza niente,
quando stai per perdere tutto. Io le tengo qui in cortile, sei ne
avevo, sei sono rimaste. Ci ha messo gli occhi sopra quel ladro di
stagni, Bocca Larga. Già da questo inverno. Si è legato delle ossa
di cavallo sotto le scarpe ed è arrivato camminando sul ghiaccio,
sul Danubio, proprio dalla foresta di Letea, è lì che si nasconde
per vedere cos'altro può rubacchiare. Se la notte della Befana non
si metteva con la dentona, la figlia di Capuci, che hanno fatto
all'amore sul forno tutto l'inverno, mi aveva già rubato le bestie.
La gente dice che è scappato fuori anche Andrei Mortu, il re dei
ladri, inutile che dicevano che Andrei sarebbe morto di nuovo e per
sempre, per la quinta volta. Macché! L'ha visto qualcuno ieri, nella
foresta vicino alle nostre dune, mentre si rammendava la camicia
sotto un albero. Non si dà una calmata nemmeno adesso che è tutto
sott'acqua. Lo ha fatto resuscitare quest'acqua maledetta, per farci
ripulire anche da lui. Ci spia dalla foresta, insieme ai corvi. Credi
forse, cognata Fenia, che quella puttanella di Vica, la figlia di
Andrei Mortu, quella disgraziata che si è rifugiata nel nostro
villaggio, credi forse che non è più in contatto con quel ladro di
Andrei, con suo padre? Fenia, tieni Condrat lontano da Vica, quella
ha fatto perdere la testa solo a uomini onesti, con quel suo amore da
peccatrice: a Petre Litră, a Stavre Pălici, a Chizlinski, a Luca
Horobeț, tutta gente a posto, con moglie e figli. Le garbano gli
uomini perbene, a quella serpe maliarda, per attorcigliarsi meglio
secondo le sue voglie. Sennò perché pensi che Condrat l'abbia
portata a pescare col suo gruppo lo scorso autunno, sotto coperta?
Tienilo lontano, Fenia, già così avete solo disgrazie, e poi che
dice Vica, adesso posso mettere bene le mani su Condrat, tanto deve
comunque partire per il fronte.”
Fenia, la testa appoggiata sulla tela, scoppiò in una specie di
pianto. E piangendo così, più parlando che piangendo, senza
modulazioni, cominciò a cantare la canzone di Vica. Il suo era un
lamento e una maledizione allo stesso tempo. Piangeva il suo bambino
morto, ma allo stesso tempo cantava con odio la canzone di Vica:
Vica,
figlia della macchia,
Di che sangue sei, di che razza?
In barca ti partorì tua madre
Il Danubio ti fu nutrice
Una culla ti diede – e latte
Di luna, grembo della notte...
Fenia muoveva la testa a destra e a sinistra sopra
la tela, per asciugarsi gli occhi e il naso – e poi riprendeva di
nuovo il flusso sconclusionato delle sue parole sull'incontro con il
cognato Vlase:
- Eh, cognata Fenia, è così, proteggi Condrat. Questa Vica
spunta fuori come suo padre Andrei, dove nemmeno ti sogneresti di
vederla. Dopo che se l'è ripassata la prima volta Bocca Larga,
quella pazza è scappata in acqua quattro giorni, fino al lago
Bogdaproste. Tanto è rimasta lì nascosta nel canneto - dev'esserci
rimasta almeno un anno - che pure il vestito è marcito addosso a
lei, girava coperta in vita e sul petto con delle foglie di biodo,
come le streghe della pioggia, e si nutriva cacciando il pesce con il
muso sott'acqua, come le lontre. E da Bogdaproste, dove credi che se
ne è andata Vica? A Babadag! Città grande, con la ferrovia, e una
moschea. E come credi che si è presentata Vica a Babadag? Con un
vestito di cotonato a fiori, rosso e giallo, lungo fino ai talloni, e
in testa dei pettini blu. Ai piedi – vedessi mai che gira a piedi
nudi! - portava dei sandali di velluto bianco con le fibbie rotonde.
E a chi credi che ha fatto girare la testa, a Babadag? A Hogia, prete
dei tartari e dei turchi. L'ha tirato fuori dalla moschea. Hogia, un
giovincello di 78 anni, candido come i muri in tempo di Pasqua. La
gente di Babadag – gente di città, educata – ha fatto finta di
non sentire e non vedere – per rispetto a Hogia. E poi Vica è
tornata di nuovo al villggio. Come ti dicevo, cognata Fenia, è
peccato seppellire il bambino in un cortile e lasciare che le bestie
ci camminino sopra. Ho una barca con due remi, se il Danubio non
fosse ghiacciato, e anche se si scioglie ne passa di tempo finché
scompaiono i pezzi di ghiaccio, te l'avrei portato fino a Tulcea,
cognata.” “Ma come faccio a lasciare il mio ragazzo a Tulcea, tra
gli stranieri, padre Ichim? Quanto a Carpena, padre, che posso dire,
non so, è una donna premurosa, è stata dalla mia parte: “Dai,
Vlase, faglielo portare qui, faglielo seppellire nel nostro cortile,
che è alto e lastricato.” “Non si può, Carpena, come infili un
centimetro di vanga in terra, trovi l'acqua. C'è l'acqua qui sotto,
fino al centro della terra.” E' così il cognato Vlase, parla così
bene che ti verrebbe da stare lì ad ascoltarlo per ore. E allora il
cognato Vlase ha preso una vanga e l'ha conficcata vicino a un
mucchio di foraggio. E ha cominciato a scavare. Ha scavato, scavato,
scavava e imprecava, finché l'acqua ha cominciato a gorgogliare e a
zampillare. Un'acqua così limpida che era un piacere vederla. Quando
Carpena ha visto l'acqua nella buca, ha alzato la gonna, si è messa
in ginocchio, si è distesa sulla pancia e ha cominciato a bere di
gusto: “E' buona l'acqua, marito Vlase, costruiamoci un pozzo e
facciamolo benedire. Non profaniamo più questo posto, è peccato
farne un cimitero. Meno male, Fenia, che hai pensato di venire a
trovarci, ci lasci in dono un pozzo come Cristo comanda. Che sia in
ricordo di tuo figlio. Dai, Vlase, entriamo in casa, e diciamo una
preghiera all'icona, questo è un segno del Signore.” E sono
entrati tutt'e due in casa, e io me ne sono andata via con la mia
barca, a chiedere aiuto a qualcun altro. E' inutile che la gente
sparla di Carpena – io non ho motivo di sparlarle dietro. Mica
perché è mia sorella. E' una che non va appresso alle mode e porta
sempre un vestito solo. So che ha altri due vestiti buoni, oltre a
quello che porta sempre, ma non li tira mai fuori. I vestiti buoni li
ha riempiti d'erba, di erba buona, falciata un anno fa a Periprava. E
i cuscini fiorati di seta che tiene nel baule li ha riempiti d'erba,
li ha cuciti fino a su e li ha messi sopra l'armadio, sul soffitto.
Così ha fatto Carpena, e ha fatto bene! Chissà se nel mondo ci sarà
ancora, l'erba, un giorno... Nessuno lo sa.
Fenia parlava sempre più lentamente e con voce sempre più
bassa, le sue storie sconclusionate se le raccontava da sola,
muovendo le labbra senza parlare. Poi smise di muovere le labbra. E
sentì che si erano gelate. Si ricordò delle sue mani, in modo
bizzarro: non sapeva più dov'erano e iniziò a cercarle, muovendo il
mento qua e là sulla tela di canapa ghiacciata, rigida. Sentì sotto
la tela qualcosa di duro, grande come le sue mani. Invece di essere
contenta, ora la seccava averle ritrovate, doverne avere cura,
muoverle, sgranchirle, proteggerle, mentre lei era intirizzita e
distrutta dalla stanchezza. Sentì che il coperchio della bara le si
era attaccato al dito. Il ghiaccio brillava sotto la tela. La bora
soffiava e continuava a portare neve e acqua. I vestiti di panno le
cadevano addosso pesanti e umidi, scricchiolavano a ogni minimo
movimento, coperti di croste di ghiaccio. Non solo le mani, ma ora
nemmeno il corpo riusciva più a sentirselo. Cercò di toccarlo,
muovendo la spalla ossuta nel vestito di panno, lì dove erano le
cuciture più grosse. Era la sua spalla, o forse no, perché se la
sentiva pesante come una trave bagnata. “Sarò annegata.” Sentì
il bisogno di staccare le palpebre dall'acqua e dal ghiaccio che le
colavano di continuo sul viso e le opprimevano le ciglia. Intravide
Condrat e il diacono, tremanti, tra la nebbia della pioggia e il
biancore della neve, in un punto indefinito tra foresta e cielo. La
barca non c'era più, si vedeva solo l'acqua, che annientava i
contorni degli alberi, dei rami, finché non rimaneva nulla, se non
una macchia bianchiccia indefinita, e i corvi che volavano impazziti.
A tratti, la foresta erompeva, traboccante d'acqua e di neve, si
sollevava e ricadeva all'indietro, con le cime degli alberi
all'ingiù, che insudiciavano l'acqua con le fitte radici piene di
fango. Vedeva da lontano Condrat che galleggiava nell'acqua e nel
nevischio dell'aria, sbattendo il remo sui rami che volavano via,
dispersi dalla bora, e fuggendo lontano da lei, le tempie e le spalle
coperte di rami, si drizzava, cadeva, e ancora lo vedeva passare
rapidamente insieme a radici e nuvole, nell'acqua che si stendeva
senza fine, aggrappata al cielo con gancetti di ghiaccio. Gli occhi
fissi della donna scorgevano ogni tanto anche il diacono, tutto
rannicchiato nel suo montone, mentre scivolava via sotto l'acqua e la
neve. Le parole che diceva nel sonno gorgogliavano sott'acqua. E
anche il diacono se ne andava, sotto il bianco della neve ormai non
lo vedeva più, lo sentiva solo ogni tanto, mentre pronunciava una
parola più profonda, che si spezzava, tagliata, penetrata dal
frangersi sottile e puntuto dei pezzi di ghiaccio, che giocavano
allegri nell'acqua. E poi tutto disparve. Non vide più nessuno se
non se stessa in fondo alla barca, vicino alla bara, senza Condrat,
senza il diacono. Chiamava se stessa. Non si vedeva più niente, non
c'era più niente – e forse per quello il suo grido non la
raggiunse. Non c'era più nemmeno lei. Era morta anche lei, come la
foresta, le nuvole, le stradine, come Condrat. Dappertutto c'era
bianco e silenzio. Il bianco e il silenzio erano così densi, pieni,
profondi, ghiacciati, che si udiva ululare il vento, tormentato e
fuori dal mondo...
- Dammi la scure!
Le parole riecheggiarono deboli, sempre da fuori,
dal bianco e dal silenzio – e Fenia riconobbe in queste parole
qualcosa della voce di Condrat. “E' probabile che siano alcune
delle sue parole, smarrite qui negli anni passati.” Condrat parlava
lentamente con lei e con tutti, “chi lo sa dove aveva nascosto
queste parole, e come sono uscite dal loro nascondiglio, e vagano
senza nessuno, alla ricerca dei tempi andati, quando tutti erano in
vita. Cosa c'è stato dunque quando tutti erano in vita? Ah, si, c'è
stata Vica.” E le parole di Condrat le giunsero di nuovo, oltre il
bianco:
- Fenia, dammi la scure!
“Non possono morire, le parole. Vagano e non si
danno pace.” Fenia ebbe pietà delle parole di Condrat e volle
risparmiare loro la sofferenza di dover vagare nel mondo dei vivi, e
portarle di qua, da lei, dai morti. Distese la mano, divenuta un
ghiacciolo, per allontanare la neve spessa che la divideva dalle
parole del marito. Grattò il ghiaccio con le unghie. Cercò a lungo,
tentò più volte di togliere la grande parete di neve e di ghiaccio,
ma non ci riuscì. Le parole correvano dall'altra
parte, si udivano sempre più piano, si
allontanavano, vagavano da sole. Fenia tese l'orecchio, per
attaccarlo meglio alla parete di neve, stese anche la mano, ma rotolò
e cadde. La sua mano legnosa incontrò a un tratto una mano più
grande, caldissima, sudata, tesa verso di lei. Si aggrappò a questa
mano, di cui, all'improvviso, riconobbe il calore, e si ricordò che
aveva accarezzato lei, Fenia, quando era giovane. Quanti anni erano
passati da allora? Strinse forte quella mano, calda ormai da molto
tempo, perché non le sfuggisse più. Qualcosa si ruppe, il bianco
del cielo si squarciò fino all'acqua in era sprofondata la barca, e,
attraverso quella crepa di ghiaccio apertasi nel cielo, Fenia vide
Condrat, chino su di lei, che la guardava con i suoi occhi azzurri e
acquosi.
- Alzati, Fenia. Dammi la scure.
Fenia cercò di alzarsi. La mano di Condrat la
lasciò. Sentì la sua mano caderle lungo il corpo. Tastò il fondo
della barca e incontrò la scure, accanto alla vanga e al badile,
lungo la bara. Cercò di sollevare il manico della scure, chissà se
ci è riuscita oppure no. Dopo un po', ritrovò la mano sotto la
guancia, appoggiata sulla tela di canapa del coperchio – dunque si
era alzata e seduta nel posto di prima – e fu colta da un sonno
profondo.
Condrat abbatté alcuni rami di quercia dal
fogliame fitto e li gettò nella barca, nella parte opposta a dove si
trovava la donna. Ributtò la scure al suo posto e si rimise a
spingere la barca con il remo. Il diacono dormiva tranquillo,
non parlava più nel sonno.