L’inverno degli uomini, I cinghiali erano docili

Ştefan Bănulescu | August 18, 2008
Translated by: Anita Natascia Bernacchia

 

Condrat sta in piedi, appoggia il remo ai tronchi spessi delle querce e si addentra con la barca nella boscaglia. Sulle fiancate si frangono pezzi di ghiaccio e rami spezzati, mischiati a fanghiglia ed erbacce, e foglie secche e penne di cormorani e aironi. Il temporale trascina l'acqua in vortici tra alberi e sterpaglie. L'acqua non è molto profonda, ma sotto la scorza degli alberi più antichi è risalita su su verso la chioma – e oltre il fragore del temporale e dei pezzi di ghiaccio scaraventati con violenza sulle querce, la si ode gorgogliare sotto la corteccia dei tronchi. Erbe rinsecchite, residui dell'anno scorso, si svelano sott'acqua all'irrompere del temporale e al passaggio della barca.
Tutto lo sforzo che gli ci vuole per spingere la barca e tenerla in equilibrio nel bosco quasi non si nota nei movimenti pacati di Condrat, gli occhi azzurri e acquosi fissi di fronte a lui.
- Vedi qualcosa, Condrat? - chiede l'uomo grasso e corpulento dall'altra parte della barca, urlando per farsi udire nel fragore del temporale e dei rami.
Condrat non risponde, continua a remare. Senza guardare l'altro, manovra il remo e aggira una vecchia quercia secca rovinata in acqua, con le radici divelte e spezzate. Il vento di bora preme sull'acqua, spinge le vene lunghe e spesse delle radici sul tronco disteso, facendole incontrare e confondere con i rami in cima alla chioma.
- Meno male che si è spezzato, quel vecchiaccio! Guarda come si sbaciucchia le radici! - grida di nuovo il grassone dall'altro capo della barca, mentre, sotto le raffiche di vento, la sua bocca sdentata cerca il luogo più adatto perché le urla volino dritte da Condrat.
- Meno male che si è spezzata questa vecchia quercia!
Condrat non ascolta il grassone, o non lo sente, e sospinge la barca più in là con il remo.
Il grassone rimane in silenzio per un po', per riposarsi. Respira con affanno e si asciuga con la manica del montone il sudore mischiato alla pioggia e al fango che gli imperla la fronte bassa e le guance arrossate, rotonde. Solleva con le mani la gamba destra di legno, e la appoggia da un lato, per mantenere meglio in equilibrio la piccola barca, scossa dal temporale. Poi inspira profondamente col petto e ricomincia a urlare:
- Era tutta secca anche trent'anni fa. E sempre diritta come una candela. La gente non la tagliava mai. La evitavano, dicevano che non era secca, era viva – ma che razza di stupidi – magari credevano che aveva accumulato così tanta forza da poter vivere anche senza foglie. E invece, è diventata marcia come un fetido albero dell'aceto. Puh!
Il grassone sputa - e lo sputo gli ritorna in faccia.
Condrat, vogando ripetutamente da una parte e dall'altra della barca, cerca di uscire dalle correnti d'acqua che circondano la quercia abbattuta, colpita ora dalle violente scariche del temporale nel mezzo di una grande radura; intorno a lui, non si scorge albero per qualche centinaio di metri.
- Guarda, Condrat, quanto terra ha succhiato, la vecchia quercia. Ti ricordi di quando c'era la terra? Questa quercia aveva seccato tutto intorno a lei. Neanche più l'erba ci cresceva vicino. E la gente diceva: questo è l'albero più bello e robusto che abbiamo. E' l'orgoglio della nostra oresta. Tagliavano altri alberi giovani, ma a questo non si avvicinavano. E guardala, ora, com'è spoglia, puoi guardarci come attraverso un cannocchiale, per vedere meglio che fine ci aspetta!
Condrat riesce a uscire dalle correnti e sospinge con forza la barca nel folto degli alberi alti che gli si parano davanti.
- Forse non dovrei più parlare, Condrat. Le mie parole oramai sono inutili. Il giorno e la notte vengono uno dopo l'altro e noi li viviamo come fossero ricordi. Dove c'è ancora terra, ormai non si può più passare. Quest'inverno gli uccelli polari non sono più venuti nel nostro Delta, come erano soliti fare in tempo di pace, per passare qui l'estate. Non hanno più un posto dove volare dal Polo fin qui. Il cielo è occupato. Le palle di cannone arrivano lontano. Siamo quasi a marzo: vedrai, non verranno più le cicogne dal sud questa primavera. Quanti uccelli riusciranno a volare sopra la Grecia e l'Italia? Rommel è ancora in Africa. Rimarremo solo noi e i passeri, ragazzo mio.
Il grassone si riposa ancora, inspira di nuovo profondamente e, con la faccia al vento, torna ad urlare di nuovo:
- Ho voglia di parlare, Condrat. Io ero qualcuno, Condrat, ero uno spirito elevato, e mi sono perso qui, tra di voi. Finché sono vissuto – per come sono vissuto – non ho avuto nessuno con cui parlare in questo villaggio. Isolato com'ero, avevo cominciato a parlare nel sonno, di notte. Andavo a letto, mi addormentavo profondamente, e intorno a mezzanotte iniziavo a sognare a voce alta. A quanto pare, raccontavo belle cose, mia moglie ad un certo momento aveva preso l'abitudine di alzarsi di notte, scendeva dal letto, prendeva il lavoro a maglia, si sedeva sulla sedia, appoggiata alla stufa, e mi ascoltava. Una mattina mi ha detto: “Stanotte hai parlato meglio dell'altra notte. Hai parlato di un uccello bianco, che si reggeva su una zampa sola, tra le canne nel Delta, e beveva latte dalle stelle. Ha bevuto il latte dalle stelle, si è saziato e ha ritirato il becco, per andare a dormire. Ma le stelle sono rimaste squarciate. E dalle stelle si è riversato così tanto latte nell'acqua, che questa si è gonfiata e gonfiata, fino a diventare uno strato di latte solido. E tu, uomo, mi hai detto: “Basta, trasferiamoci, scappiamo via da questo villaggio disgraziato, preparati, che andiamo via. Vai a prendere la casa, prendila dalle grondaie, e bada, le grondaie sono malandate, attenta a non romperle. Prendi anche i ferri, il lavoro a maglia, la sedia e la stufa – ce ne andiamo a stare sulla duna di latte solido. Lì non ci sommergerà più l'acqua tutti gli anni. Andiamo a prendere anche la chiesa, i santi sono tutti bagnati, solleviamola e mettiamola ad asciugare sulla duna di latte.” E quante cose meravigliose potevo dire. Ma al mattino, quando volevo godermele anch'io, non me le ricordavo più, ascoltavo di nascosto mia moglie che le raccontava alle vicine. Mi derubava, Condrat, e, quel che è peggio, non sembrava derubarmi come si deve. Mia moglie non è molto sveglia di mente. E mi rendevo conto che non rubava tutto quello che raccontavo di notte – e molte cose sono andate perse, senza che mai nessuno sapesse quant'erano belle e giuste. E si faceva giorno di nuovo, e non avevo nessuno con cui parlare, tutti voi eravate presi dalle faccende di ogni giorno, dai bambini e dalle bestie, dall'acqua che vi ha sommerso e vi sommerge sempre e non sapete dove scappare, tanto di voi non importa niente a nessuno. Non mi avete mai preso seriamente in considerazione, Condrat – alcuni ridevano persino di me, come Vlase. Non ho avuto mai nessuno con cui parlare, questa è la verità. Quanto alla signorina Maria – bah! - è solo una vergine senza parole. Più che l'insegnante, fa la levatrice e l'infermiera, fa anche le veci del sindaco in questo villaggio abbandonato, dove le nascite e le morti non le avrebbe registrate nessuno. Lasciami parlare, Condrat - Condrat rema, assente, pensa agli affari suoi - Ascoltami ora, chissà dopo, cosa succederà... Credi che non abbia voluto fare il sindaco, o almeno l'infermiere? Ma sono affetto da sclerosi, per voi io ho perso solo la gamba, ma mi è arrivata fino alle vene delle mani, e non sono capace nemmeno di prendere in mano la penna per registrare l'anno, il mese, il giorno, l'ora. Mi hanno fatto ammalare le acque e i vostri inverni sciagurati, che hanno fatto urlare di tristezza anche un poeta degli amori delicati come Ovidio.
La voce del grassone si è fatta roca, non riesce più a gridare. Non trova più nel vento il luogo più adatto per urlare le sue parole a Condrat. Il vento si mescola e si confonde in se stesso, si insinua nella pioggia. Le parole del grassone si disperdono, le sillabe si mischiano tra loro, si scompongono e volano da tutte le parti. Il grassone cerca di afferrarle con l'udito. Così mischiate, e con le sillabe rigirate e accostate in altro modo, gli paiono delle cose fantastiche – e cerca di afferarle e memorizzarle, nella speranza di sopravvivere e raccontarle come ricordi preziosi. Ma non riesce più ad acchiappare quelle parole rigirate, anche di queste vene derubato, e non sente più nulla – nei silenzi tra le raffiche brevi e reiterate del vento - se non il crocidare dei corvi, lo scricchiolìo dei rami e il tintinnare dei pezzi di ghiaccio nell'acqua. Si sente la bocca vuota e secca, si passa la lingua sulle labbra spesse, umide di pioggia. Tocca con la lingua qualcosa di freddo e morbido, all'angolo della bocca. Solleva gli occhi piccoli e infossati – verso il cielo – e dice, stavolta a bassa voce, stringendo le labbra, per non farsi sfuggire le parole e per sentirle meglio:
- Fiocchi di neve. E' tornato l'inverno. Ci sarà un'altra tormenta.
Condrat conduce la barca più in là, nel folto degli alberi. Qui le querce crescono una accanto all'altra. I tronchi si toccano, i rami sbattuti dal vento si confondono gli uni con gli altri, graffiandosi, le loro linfe scorrono spesse e verdi, mescolandosi al ghiaccio, alla pioggia e ai fiocchi di neve, sempre più copiosi, e al fango che si incrosta sopra alle onde.
Poi, a un tratto, la barca giunge in un corso d'acqua senza fine, senza l'ombra di un albero. La foresta è finita all'improvviso. Ovunque, l'acqua del Delta, torbida e deserta. Gli isolotti di giunchi secchi, di un grigiastro scuro, sparpagliati sull'acqua qua e là, non ingannano l'occhio, su di loro non c'è terra. Galleggiano, trascinate dai vortici.
- Rigira la barca! - urla il grassone con tutte le sue forze – Indietro, Condrat! E' finita. Non c'è più terra. E' inutile andare avanti. Rigirala, che il diavolo ci porti! Non c'è terra nel bosco – non c'è da nessuna parte! E' tutto sommerso, il villaggio, il bosco, l'isola. Indietro! Non abbiamo un posto dove seppellire tuo figlio! Non c'è terra per scavare la fossa. Non c'è rimasta della terra nemmeno per una fossa. Indietro, al villaggio! Forse troviamo una veranda, o una stanza ancora all'asciutto a casa di qualcuno, ci mettiamo d'accordo e lo seppelliamo lì.
Condrat sta seduto, con il remo appoggiato in acqua. Sbatte le palpebre più volte. Gocce di pioggia e di sudore gli si mescolano sotto la barba incolta. La pioggia fine e continua soffoca l'aria. Nella pioggia, macchie bianche e schegge di neve scendono giù, sospinte dal vento da una parte all'altra. E' la tormenta.
Condrat vuole mettersi seduto, vuole accovacciarsi. Ha freddo. Trema. Guarda il fondo della barca e sgrana gli occhi, grandi, guarda l'acqua che è arrivata fin sopra alla chiglia. La bara del bambino galleggia nell'acqua della barca. Pioggia e neve cadono come una caligine che risuona sul coperchio della bara.
Condrat si raddrizza bruscamente sulla schiena, prende il remo con entrambe le mani, rigira violentemente la barca verso la foresta, spingendola con foga, con uno sforzo sovrumano, stringendo le mascelle incavate e ispide, colpendo l'acqua a destra e a manca con il remo. Si aggrappa con le mani ai rami, li tira per dare slancio alla barca. La barca fende l'acqua ghiacciata con un rumore sordo, passando veloce sopra il canneto e sui rami spezzati.
- Alle dune, Condrat! - continua a urlare la voce – Non al villaggio, alle dune! Svelto, rema verso le dune di sabbia dietro al villaggio. Le dune sono alte, l'acqua non è ancora arrivata in cima. Prima proviamo lì. Seppelliamolo sotto le dune. Intrecciamogli un lettino con dei rami, per non farlo affondare nella sabbia. Tu che dici, donna? - urla con le ultime forze il grassone verso il fondo della barca, dove, vicino alla bara, sta accovacciata una donna. Si era stretta e raggomitolata così tanto sotto la pioggia, sul fondo della barca – piegata e rannicchiata – che il suo corpo si vedeva a malapena. Fuori dalla barca, non si notava nemmeno. Sembrava dormisse. Aveva infilato le mani sotto la tela di canapa spessa che ricopriva il coperchio della bara, per proteggerle dalla pioggia e dalla neve – e riscaldarle. La testa, con il viso all'ingiù, era sprofondata nella tela. Il fazzoletto nero le si era inzuppato d'acqua, brillava, e sulle pieghe l'acqua si era accumulata in piccoli rivoli dai bordi bianchi di neve.
Il remo di Condrat avanza veloce da un albero all'altro. La barca fende con lunghi schricchiolii la nebbiolina di ghiaccio sull'acqua e sui rami piegati, gira tra gli alberi con rapidi zig zag.
La donna giace più lontano, raggomitolata, con le mani sotto la tela e il volto sprofondato nella canapa spessa. Stanco di continuare a seguire la fuga della barca e i movimenti selvaggi di Condrat, di cui non intravede più né le spalle né la testa tra gli alberi – il grassone si addormenta con il naso nel bavero del montone e inizia a russare e a parlare nel sonno – mentre russa, parla a voce alta, grida.
La donna si contorce sul fondo della barca, solleva la testa verso il grassone. Le era rimasta impressa nella mente quella domanda: “Tu che dici, donna?” - lo sentiva mentre seguitava a parlare, non sapeva che stava parlando nel sonno, né cosa diceva, non capiva cosa stava dicendo, ma nelle orecchie le echeggiava: “Tu che dici, donna?” Quando sollevò la testa, cercò di non staccarsi troppo dalla tela, appoggiandosi su una guancia, e i rivoletti d'acqua delle pieghe del fazzoletto si riversarono giù, sciogliendo i bordi di neve. La donna sentì l'acqua fredda che le colava sul collo, sul petto, sulla schiena. Quel brivido freddo la fece raggomitolare ancora di più su se stessa, ma si rallegrò di quell'acqua gelata che le aveva penetrato la pelle e l'aveva svegliata, facendole capire che era ancora viva. Volle sistemare la testa nella stessa posizione di prima, ma le parole che il grassone le aveva detto poco fa la ossessionavano ancora: “Tu che dici, donna?” - e si rallegrò di nuovo, si mise persino a ridere a bassa voce, credette per davvero che qualcuno l'aveva presa in considerazione e aspettava un'opinione da lei. E iniziò a rispondere, cominciando un discorso senza capo né coda:
- Io, cosa vuoi che dica, padre Ichim, visto che mi hai fatto una domanda. Cosa vuoi che dica? L'ho detto in tutti i modi, che è figlio mio e di Condrat, e che dobbiamo seppellirlo da qualche parte, certo che dobbiamo.
Le sue parole non le sente nessuno. In realtà, neanche lei parla pensando che qualcuno la stia a sentire. Neanche lei sentiva chiaramente la sua voce prima, e non si dava pena che le sue parole fossero legate tra loro. Il diacono Ichim dorme della grossa e nel sonno dice parole concitate. Dall'altra parte della barca, Condrat, tutt'uno con il remo, sospinge deciso la barca tra gli alberi. La donna continua a parlare – così, perché le piace. Sente le parole riecheggiarle nel petto, le sente arrotondarsi, calde, sulle labbra – e si stringe ancor più su se stessa, nei vestiti di panno, logori, ritrovando il suo corpo piccolo e macilento, di cui aveva perso il ricordo. E ride sommessamente, come di una dolce meraviglia. L'acqua ghiacciata corre riecheggiando lungo la barca. La donna parla a voce più alta, si avvolge ancor più nei suoi vestiti, tenendo la guancia attaccata alla tela di canapa sul coperchio della bara.
- Come stavo dicendo, padre Ichim, io cosa vuoi che dica? Ho detto e ridetto che è mio figlio, come potevo non dirlo. Lo seppelliamo dove dici tu, padre, e dove dice Condrat. Altrimenti come? E dove, se non troviamo la terra? Dal cognato Vlase, che ha il cortile in alto, non è stato ancora sommerso tutto, nel suo cortile si potrebbe. Di casa sua non ne parliamo, l'acqua non è arrivata nemmeno al bordo della veranda, come non è arrivata nemmeno alla scuola. E' bella solida, la casa di Vlase, da tre-quattro anni non gli ha cambiato nemmeno un chiodo. Ha avuto dei bravi muratori, di Sulina, i pilastri glieli ha scolpiti un tartaro di Câșla. Ma Vlase non può, così mi ha detto: “Non posso, cognata Fenia”. In cortile c'è il foraggio per le bestie. Dar fuoco al foraggio? “Credimi, cognata Fenia, guarda, con due soldi ti posso dare una mano, non sono certo un senza Dio, ho anche io dei figli.” Ne ha due, grandicelli, sapete chi sono. “Non sono un senza Dio, te lo porto io in barca a Tulcea, sono sessanta chilometri, se vuoi lo seppellisci lì come si deve, in un cimitero. Ma non posso portartelo ora. Il Danubio non si è ancora sgelato, l'inverno si allunga, il ghiaccio non si è ancora sciolto del tutto come qui sui laghi, e poi non si può, ci sorprende l'acqua alta per strada, e sai che il Danubio ha tre bracci, non uno, e ci verranno tutti addosso con i lastroni di ghiaccio. Ma di foraggio c'è bisogno, cognata. Dovrei forse abbattere le bestie? Non vedi che l'acqua gli arriva alle ginocchia? Guardale, cognata Fenia, così che nessuno dica il contrario: la vacca marchiata si è ammalata. E' stata una buona allattatrice, la tenevo come fattrice, viene da Chilia-Veche. Cognata Fenia, hai notizie di tuo fratello Vangu, mi pare che faceva il pescatore a Chilia, no?” “Cosa vuoi che ne sappia, cognato Vlase, non ho più saputo niente di lui.” “Così va il mondo, cognata, la gente si perde di vista. Se vuoi del foraggio, te ne darò un po' del mio, non è molto, e chissà quando si ritira l'acqua. Ma voi, cognata Fenia, non avete bisogno di foraggio, ché non allevate bestie, beati voi, meglio senza niente, quando stai per perdere tutto. Io le tengo qui in cortile, sei ne avevo, sei sono rimaste. Ci ha messo gli occhi sopra quel ladro di stagni, Bocca Larga. Già da questo inverno. Si è legato delle ossa di cavallo sotto le scarpe ed è arrivato camminando sul ghiaccio, sul Danubio, proprio dalla foresta di Letea, è lì che si nasconde per vedere cos'altro può rubacchiare. Se la notte della Befana non si metteva con la dentona, la figlia di Capuci, che hanno fatto all'amore sul forno tutto l'inverno, mi aveva già rubato le bestie. La gente dice che è scappato fuori anche Andrei Mortu, il re dei ladri, inutile che dicevano che Andrei sarebbe morto di nuovo e per sempre, per la quinta volta. Macché! L'ha visto qualcuno ieri, nella foresta vicino alle nostre dune, mentre si rammendava la camicia sotto un albero. Non si dà una calmata nemmeno adesso che è tutto sott'acqua. Lo ha fatto resuscitare quest'acqua maledetta, per farci ripulire anche da lui. Ci spia dalla foresta, insieme ai corvi. Credi forse, cognata Fenia, che quella puttanella di Vica, la figlia di Andrei Mortu, quella disgraziata che si è rifugiata nel nostro villaggio, credi forse che non è più in contatto con quel ladro di Andrei, con suo padre? Fenia, tieni Condrat lontano da Vica, quella ha fatto perdere la testa solo a uomini onesti, con quel suo amore da peccatrice: a Petre Litră, a Stavre Pălici, a Chizlinski, a Luca Horobeț, tutta gente a posto, con moglie e figli. Le garbano gli uomini perbene, a quella serpe maliarda, per attorcigliarsi meglio secondo le sue voglie. Sennò perché pensi che Condrat l'abbia portata a pescare col suo gruppo lo scorso autunno, sotto coperta? Tienilo lontano, Fenia, già così avete solo disgrazie, e poi che dice Vica, adesso posso mettere bene le mani su Condrat, tanto deve comunque partire per il fronte.”
Fenia, la testa appoggiata sulla tela, scoppiò in una specie di pianto. E piangendo così, più parlando che piangendo, senza modulazioni, cominciò a cantare la canzone di Vica. Il suo era un lamento e una maledizione allo stesso tempo. Piangeva il suo bambino morto, ma allo stesso tempo cantava con odio la canzone di Vica:
 
Vica, figlia della macchia,
Di che sangue sei, di che razza?
In barca ti partorì tua madre
Il Danubio ti fu nutrice
Una culla ti diede – e latte
Di luna, grembo della notte...
 
Fenia muoveva la testa a destra e a sinistra sopra la tela, per asciugarsi gli occhi e il naso – e poi riprendeva di nuovo il flusso sconclusionato delle sue parole sull'incontro con il cognato Vlase:
- Eh, cognata Fenia, è così, proteggi Condrat. Questa Vica spunta fuori come suo padre Andrei, dove nemmeno ti sogneresti di vederla. Dopo che se l'è ripassata la prima volta Bocca Larga, quella pazza è scappata in acqua quattro giorni, fino al lago Bogdaproste. Tanto è rimasta lì nascosta nel canneto - dev'esserci rimasta almeno un anno - che pure il vestito è marcito addosso a lei, girava coperta in vita e sul petto con delle foglie di biodo, come le streghe della pioggia, e si nutriva cacciando il pesce con il muso sott'acqua, come le lontre. E da Bogdaproste, dove credi che se ne è andata Vica? A Babadag! Città grande, con la ferrovia, e una moschea. E come credi che si è presentata Vica a Babadag? Con un vestito di cotonato a fiori, rosso e giallo, lungo fino ai talloni, e in testa dei pettini blu. Ai piedi – vedessi mai che gira a piedi nudi! - portava dei sandali di velluto bianco con le fibbie rotonde. E a chi credi che ha fatto girare la testa, a Babadag? A Hogia, prete dei tartari e dei turchi. L'ha tirato fuori dalla moschea. Hogia, un giovincello di 78 anni, candido come i muri in tempo di Pasqua. La gente di Babadag – gente di città, educata – ha fatto finta di non sentire e non vedere – per rispetto a Hogia. E poi Vica è tornata di nuovo al villggio. Come ti dicevo, cognata Fenia, è peccato seppellire il bambino in un cortile e lasciare che le bestie ci camminino sopra. Ho una barca con due remi, se il Danubio non fosse ghiacciato, e anche se si scioglie ne passa di tempo finché scompaiono i pezzi di ghiaccio, te l'avrei portato fino a Tulcea, cognata.” “Ma come faccio a lasciare il mio ragazzo a Tulcea, tra gli stranieri, padre Ichim? Quanto a Carpena, padre, che posso dire, non so, è una donna premurosa, è stata dalla mia parte: “Dai, Vlase, faglielo portare qui, faglielo seppellire nel nostro cortile, che è alto e lastricato.” “Non si può, Carpena, come infili un centimetro di vanga in terra, trovi l'acqua. C'è l'acqua qui sotto, fino al centro della terra.” E' così il cognato Vlase, parla così bene che ti verrebbe da stare lì ad ascoltarlo per ore. E allora il cognato Vlase ha preso una vanga e l'ha conficcata vicino a un mucchio di foraggio. E ha cominciato a scavare. Ha scavato, scavato, scavava e imprecava, finché l'acqua ha cominciato a gorgogliare e a zampillare. Un'acqua così limpida che era un piacere vederla. Quando Carpena ha visto l'acqua nella buca, ha alzato la gonna, si è messa in ginocchio, si è distesa sulla pancia e ha cominciato a bere di gusto: “E' buona l'acqua, marito Vlase, costruiamoci un pozzo e facciamolo benedire. Non profaniamo più questo posto, è peccato farne un cimitero. Meno male, Fenia, che hai pensato di venire a trovarci, ci lasci in dono un pozzo come Cristo comanda. Che sia in ricordo di tuo figlio. Dai, Vlase, entriamo in casa, e diciamo una preghiera all'icona, questo è un segno del Signore.” E sono entrati tutt'e due in casa, e io me ne sono andata via con la mia barca, a chiedere aiuto a qualcun altro. E' inutile che la gente sparla di Carpena – io non ho motivo di sparlarle dietro. Mica perché è mia sorella. E' una che non va appresso alle mode e porta sempre un vestito solo. So che ha altri due vestiti buoni, oltre a quello che porta sempre, ma non li tira mai fuori. I vestiti buoni li ha riempiti d'erba, di erba buona, falciata un anno fa a Periprava. E i cuscini fiorati di seta che tiene nel baule li ha riempiti d'erba, li ha cuciti fino a su e li ha messi sopra l'armadio, sul soffitto. Così ha fatto Carpena, e ha fatto bene! Chissà se nel mondo ci sarà ancora, l'erba, un giorno... Nessuno lo sa.
Fenia parlava sempre più lentamente e con voce sempre più bassa, le sue storie sconclusionate se le raccontava da sola, muovendo le labbra senza parlare. Poi smise di muovere le labbra. E sentì che si erano gelate. Si ricordò delle sue mani, in modo bizzarro: non sapeva più dov'erano e iniziò a cercarle, muovendo il mento qua e là sulla tela di canapa ghiacciata, rigida. Sentì sotto la tela qualcosa di duro, grande come le sue mani. Invece di essere contenta, ora la seccava averle ritrovate, doverne avere cura, muoverle, sgranchirle, proteggerle, mentre lei era intirizzita e distrutta dalla stanchezza. Sentì che il coperchio della bara le si era attaccato al dito. Il ghiaccio brillava sotto la tela. La bora soffiava e continuava a portare neve e acqua. I vestiti di panno le cadevano addosso pesanti e umidi, scricchiolavano a ogni minimo movimento, coperti di croste di ghiaccio. Non solo le mani, ma ora nemmeno il corpo riusciva più a sentirselo. Cercò di toccarlo, muovendo la spalla ossuta nel vestito di panno, lì dove erano le cuciture più grosse. Era la sua spalla, o forse no, perché se la sentiva pesante come una trave bagnata. “Sarò annegata.” Sentì il bisogno di staccare le palpebre dall'acqua e dal ghiaccio che le colavano di continuo sul viso e le opprimevano le ciglia. Intravide Condrat e il diacono, tremanti, tra la nebbia della pioggia e il biancore della neve, in un punto indefinito tra foresta e cielo. La barca non c'era più, si vedeva solo l'acqua, che annientava i contorni degli alberi, dei rami, finché non rimaneva nulla, se non una macchia bianchiccia indefinita, e i corvi che volavano impazziti. A tratti, la foresta erompeva, traboccante d'acqua e di neve, si sollevava e ricadeva all'indietro, con le cime degli alberi all'ingiù, che insudiciavano l'acqua con le fitte radici piene di fango. Vedeva da lontano Condrat che galleggiava nell'acqua e nel nevischio dell'aria, sbattendo il remo sui rami che volavano via, dispersi dalla bora, e fuggendo lontano da lei, le tempie e le spalle coperte di rami, si drizzava, cadeva, e ancora lo vedeva passare rapidamente insieme a radici e nuvole, nell'acqua che si stendeva senza fine, aggrappata al cielo con gancetti di ghiaccio. Gli occhi fissi della donna scorgevano ogni tanto anche il diacono, tutto rannicchiato nel suo montone, mentre scivolava via sotto l'acqua e la neve. Le parole che diceva nel sonno gorgogliavano sott'acqua. E anche il diacono se ne andava, sotto il bianco della neve ormai non lo vedeva più, lo sentiva solo ogni tanto, mentre pronunciava una parola più profonda, che si spezzava, tagliata, penetrata dal frangersi sottile e puntuto dei pezzi di ghiaccio, che giocavano allegri nell'acqua. E poi tutto disparve. Non vide più nessuno se non se stessa in fondo alla barca, vicino alla bara, senza Condrat, senza il diacono. Chiamava se stessa. Non si vedeva più niente, non c'era più niente – e forse per quello il suo grido non la raggiunse. Non c'era più nemmeno lei. Era morta anche lei, come la foresta, le nuvole, le stradine, come Condrat. Dappertutto c'era bianco e silenzio. Il bianco e il silenzio erano così densi, pieni, profondi, ghiacciati, che si udiva ululare il vento, tormentato e fuori dal mondo...
- Dammi la scure!
Le parole riecheggiarono deboli, sempre da fuori, dal bianco e dal silenzio – e Fenia riconobbe in queste parole qualcosa della voce di Condrat. “E' probabile che siano alcune delle sue parole, smarrite qui negli anni passati.” Condrat parlava lentamente con lei e con tutti, “chi lo sa dove aveva nascosto queste parole, e come sono uscite dal loro nascondiglio, e vagano senza nessuno, alla ricerca dei tempi andati, quando tutti erano in vita. Cosa c'è stato dunque quando tutti erano in vita? Ah, si, c'è stata Vica.” E le parole di Condrat le giunsero di nuovo, oltre il bianco:
- Fenia, dammi la scure!
“Non possono morire, le parole. Vagano e non si danno pace.” Fenia ebbe pietà delle parole di Condrat e volle risparmiare loro la sofferenza di dover vagare nel mondo dei vivi, e portarle di qua, da lei, dai morti. Distese la mano, divenuta un ghiacciolo, per allontanare la neve spessa che la divideva dalle parole del marito. Grattò il ghiaccio con le unghie. Cercò a lungo, tentò più volte di togliere la grande parete di neve e di ghiaccio, ma non ci riuscì. Le parole correvano dall'altra parte, si udivano sempre più piano, si allontanavano, vagavano da sole. Fenia tese l'orecchio, per attaccarlo meglio alla parete di neve, stese anche la mano, ma rotolò e cadde. La sua mano legnosa incontrò a un tratto una mano più grande, caldissima, sudata, tesa verso di lei. Si aggrappò a questa mano, di cui, all'improvviso, riconobbe il calore, e si ricordò che aveva accarezzato lei, Fenia, quando era giovane. Quanti anni erano passati da allora? Strinse forte quella mano, calda ormai da molto tempo, perché non le sfuggisse più. Qualcosa si ruppe, il bianco del cielo si squarciò fino all'acqua in era sprofondata la barca, e, attraverso quella crepa di ghiaccio apertasi nel cielo, Fenia vide Condrat, chino su di lei, che la guardava con i suoi occhi azzurri e acquosi.
- Alzati, Fenia. Dammi la scure.
Fenia cercò di alzarsi. La mano di Condrat la lasciò. Sentì la sua mano caderle lungo il corpo. Tastò il fondo della barca e incontrò la scure, accanto alla vanga e al badile, lungo la bara. Cercò di sollevare il manico della scure, chissà se ci è riuscita oppure no. Dopo un po', ritrovò la mano sotto la guancia, appoggiata sulla tela di canapa del coperchio – dunque si era alzata e seduta nel posto di prima – e fu colta da un sonno profondo.
Condrat abbatté alcuni rami di quercia dal fogliame fitto e li gettò nella barca, nella parte opposta a dove si trovava la donna. Ributtò la scure al suo posto e si rimise a spingere la barca con il remo. Il diacono dormiva tranquillo, non parlava più nel sonno.
 
 

About this issue

This July, The Observer Translation Project leaves its usual format to present a special CRISIS ISSUE. Things are tough all over. Hard Times suddenly feels like the book of the moment. The global economic crisis impacts life as we know it, and viewed from Bucharest the effects reverberate in domains that include geo-politics and publishing in Romania and abroad, with the crisis at The Observer Translation Project as an instance of a universal phenomenon. read more...

Translator's Choice

Author: Stelian Tănase
Translated by: Jean Harris

From Maestro: A Melodrama. Episode 7

Emiluţa has an unfortunate thought. She’ll throw herself off the top of the building. Why? What the fuck? Let’s say for the cause of PeaceonEarth, for the slumdogs, Europe, for the lonely. Which is to say she doesn’t have a ghost of a reason. Viva Walachia! The way things stand, if ...

Translator’s Note
Translator’s Note: a synopsis
Author: Ştefan Agopian
Translated by: Ileana Orlich

How I Learned to Read (from Tache de Catifea / The Velvet Man)

The bearded man was the owner of an apothecary shop where he worked with two apprentices. Nobody paid me any mind, so I spent all day in what was supposed to be the shop. I say this because it was a large, dark room full of odors—a mix of smells from everywhere. The room hadn’t been cleaned ...

Translator’s Note
Re: Learning to Read, from Tache de catifea / The Velvet Man
Author: Gabriela Adameşteanu
Translated by: Patrick Camiller

Wasted Morning - Napoleon in Bucharest

“What you’ve got here is heaven on earth,” Vica says as she drops onto the kitchen chair. “But where’s your mother?” “At work,” Gelu lazily replies, leaning sideways against the door. “She’s doing mornings this week, didn’t you know?” He is tall and thin, with unset ...

Author: Petre Ispirescu
Translated by: Jean Harris

Youth Without Age and Life Without Death

It happened once as never before-y, ‘cause if it couldn’t be true, it wouldn’t make a story about the time when the poplar tree made berries and the willow tree broke out in cherries, when bears began to brawl with their tails, and wolf and lamb, unfurling their sails, threw arms around each ...

Translator’s Note
On Petre Ispirescu
Exquisite Corpse

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17 December
Tardes de Cinema Romeno
As tardes de cinema romeno do ICR Lisboa continuam no dia 17 de Dezembro de 2009, às 19h00, na ...
14 December
Omaggio a Gheorghe Dinica Proiezione del film "Filantropica" (regia Nae Caranfil, 2002)
“Filantropica” è uno dei film che più rendono giustizia al ...
12 December
Årets Nobelpristagare i litteratur Herta Müller gästar Dramaten
Foto: Cato Lein 12.12.2009, Dramaten, Nybroplan, Stockholm I samband med Nobelveckan kommer ...
10 December
Romanian Festival @ Peninsula Arts - University of Plymouth
13 & 14 November 2009. Films until 18 December. Twenty of Romania's most influential and ...
10 December
Lesung und Gespräch mit Ioana Nicolaie
Donnerstag, 10. Dezember, um 19.30 Uhr Ort: Szimpla Café Gärtnerstrs.15, ...
 
 

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