L'incontro

Capitolo 2: L'autostrada per Roma

Gabriela Adameşteanu | February 01, 2009
Translated by: Anita Natascia Bernacchia

 

L'incontro

- Svegliati, Traian! Dai, svegliati! Lo sai che il sonno è contagioso! Dai, fa un piccolo sforzo e svegliati! Vuoi farmi addormentare al volante? Siamo un po' in ritardo, abbiamo sbagliato l'uscita, ma adesso giriamo a destra e fra tre ore al massimo siamo all'hotel!

            Apre gli occhi annebbiati, stordito. Deglutisce. Il collo gli si è intorpidito e il braccio sinistro gli formicola.

            - Esageri... Questo non puoi chiamarlo sonno...

            Ha la lingua impastata, quasi avesse bevuto tutta la notte.

            - Magari mi sarò appisolato un attimo...ma da qui a dire che ho dormito...

            La bocca amara della vecchiaia. Allunga la mano a prendere la scatoletta di Tic Tac e posa la pasticca aromatica sulla lingua indolenzita. Se si è assopito è solo a causa della luce abbacinante e del caldo che viene da fuori, come un alito bollente, dal finestrino aperto. Da una parte e dall'altra dell'autostrada, colline ricoperte di olivi nani, argentei, e chiazzate del bianco dei villaggi antichi abbarbicati su in cima.

            - Appisolato? Macché! Ti sei fatto una bella dormita, credo che hai anche sognato... Borbottavi qualcosa, come quando parli nel sonno in romeno...

            Ma sarà vero che parla ancora romeno nel sonno, come dice Christa? Cosa stai dicendo, caro? Che dici...? Dillo anche a me...parla più forte...voglio capire cosa dici...

            Da quanto tempo non parla più romeno quando fa l'amore con una donna? Da quanto tempo non parla affatto? Solo dei suoni disarticolati, solo l'urlo profondo del suo corpo, quando viene...

 

*

*         *

 

            - Alla fin fine, può darsi che abbia anche sognato, perché no...

            Glielo concede, per chiudere il discorso più rapidamente. Cosa mai lo avrà sentito raccontare Christa? Cerca ancora di ricordarsi il sogno, ma ha aperto gli occhi troppo presto e la luce ha oscurato la pellicola. Pezzi di carta anneriti, che si strappano con un fruscio secco quando li tocchi.

            - Mi sono fatto prendere dal sonno, per via del caldo...

            Si toglie e si riallaccia la cintura in cui si è addormentato come un cavallo imbrigliato. Brandelli incomprensibili del sogno gli fluttuano davanti agli occhi, mentre grida mute ristagnano, soffocate nella saliva, tra i muscoli paralizzati del collo, della lingua.

            Immagina già di quale sogno si tratta, in realtà, si ripete tutte le volte che gli fa male la gamba, è malato o dorme in condizioni scomode. E poi l'ha sentito raccontare centinaia e centinaia di volte, in così tante versioni... Condivide gli incubi dell'esule con tutti quelli che, come lui, sognano lo stesso viaggio pericoloso, alcuni vengono catturati dall'altra parte e non riescono più a tornare, altri sono felici perché i parenti e gli amici li aspettano alla stazione con i fiori in mano. Da quando vive in questo paese, per il quale ha sofferto affinché diventasse suo, ha sognato talmente tante versioni di questo sogno. Ma quella di oggi qual era?

            - Fa così caldo perché spegni sempre l'aria condizionata! Chi è che guida ancora con il finestrino aperto, quando fuori ci sono più di quaranta gradi?! Gli altri non rischiano forse di prendersi la sinusite, l'otite, la rinite e tutte quelle malattie di cui hai paura tu?! Ma se puoi evitare le tecnologie moderne, sei l'uomo più felice del mondo! Tu e il tuo arcaismo balcanico...

 

*

*         *

 

            Christa e le tecnologie moderne! Lei, che un tempo non toccava una provetta senza chiedergli con gli occhi se andava bene! Dove sarebbe arrivata Christa da sola, se la sua perseveranza teutonica non l'avesse tenuta quasi per un'ora di fronte alla sua porta chiusa a chiave, seduta sulla borsetta di tela a buon mercato, a strapparsi le pellicine delle unghie, secondo una cattiva abitudine rimastale dall'infanzia stressata, ma con i sandali dalle zeppe alte, di corda, posati ordinatamente accanto? All'epoca sembrava ancora un'adolescente anoressica, ma quanto incredibilmente elastico, quasi privo di ossa, era il suo corpo! Imbarazzato per essersi dimenticato dell'appuntamento, ha fatto per sollevarla, ma lei si era raggomitolata tra le sue braccia, acciambellandosi come un gatto, e l'ha portata in braccio, così, scalza e con i capelli sciolti, fino al letto. Dove altro poteva metterla, quando il tavolo, le sedie, il parquet erano coperti di libri aperti, fogli dattilografati, campioni di laboratorio, bicchieri di vino andante, tazze con fondi di caffè e panini rinsecchiti? Le sue natiche piccole e sode, che si dimenavano sentendo la sua erezione, e il Chianti a buon mercato che aveva bevuto nella trattoria dove si incontrava ritualmente, da quasi dieci anni, con dei fuggiaschi come lui, l'hanno eccitato a tal punto che, mentre le strappava i vestiti di dosso, le ha raccontato borbottando, accalorato, il rituale di nozze del paese da dove era partito. Di come lo sposo porta in braccio la sposa, perché lei non deve toccare la soglia con i piedi.

            Perché l'aveva fatto? Era forse lusingato da come la discendente di una famiglia con titoli e blasoni vecchi di trecento anni si fosse lasciata andare al meteco, all'Ausländer, o aveva avuto un impeto di nostalgia dopo la festa con i vecchi amici, e avrebbe desiderato varcare la soglia della sua casa di Cărbunești con una sposa in braccio, chiunque lei fosse?

 

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*         *

 

            Ad Ana Maria, rimasta dall'altra parte, al modo in cui la guardava mentre si esercitava al piano in casa Dobrotă, aveva smesso di pensare da molto tempo: era come morta.

            E nonostante questo, forse, mentre portava Christa a letto e cercava con la mano il calore del suo sesso, stretto tra le cosce sottili, ha visto se stesso, quello di una volta, quando dava ripetizioni di latino e greco ad Anton Dobrotă, e sedeva ritto sul sofà coperto da un tappeto ruvido, con un album di Roma aperto sulle ginocchia. Il foglio di carta velina frusciava in modo snervante quando lo allontanava dall'incisione ingiallita, con i cipressi e le rovine. I concerti di Ana Maria, preparati nella casa spaziosa dove lui entrava due volte a settimana, pregustando il caffè con la marmellata di ciliege amare e il piattino con i dolcetti alle mandorle, mentre ascoltava Brahms, a quei tempi erano gli unici momenti in cui si permetteva di perdere tempo. Doveva mettere dei soldi da parte con le ripetizioni, dare l'esame per passare dal seminario al liceo e magari – perché no? - fare una visitina dalle puttane di Crucea de Piatră, dove era rimasto l'unico della classe a non aver messo piede. O forse l'unico che aveva avuto il coraggio di ammetterlo.

 

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*         *

 

            Cercava di schivare con lo sguardo, nell'immenso specchio dalla cornice d'oro, la sua faccia arrossita, imbronciata, che si guardava intorno accigliata. L'unico abito buono era pieno di peli rossicci della gatta, appesantita dal ventre gonfio di cuccioli, che lui maldestramente cercava di accarezzare, finché quella, innervositasi come qualsiasi femmina nel suo stato, non gli sputava addosso o non gli piantava, zitta zitta, un'unghiata legnosa nella stoffa del vestito a buon mercato. Della Sonata di Brahms non sentiva più nulla, ma almeno la valanga di suoni copriva il brontolìo imbarazzante del suo stomaco, messo a dura prova dai lunghi digiuni a base di verza e fagioli della mensa del Seminario Teologico. E spiava di continuo il volto esile, sempre più febbrile, di Ana Maria, i capelli raccolti che la scoprivano, legati sulla nuca, e la forma dei seni appuntiti attraverso la camicetta rosa trasparente. Gli sembrava indecente che si lasciasse guardare così, mentre si inarcava sui tasti bianchi e neri, i muscoli che pulsavano in un moto incontrollato. Avrebbe denudato quel suo corpo esile e sarebbe entrato lentamente, con una lentezza esasperata, dentro di lei, finché il suo corpo non si sarebbe inarcato, fremente, e i muscoli non avrebbero iniziato a pulsare, ritmici, mentre lui l'avrebbe spiata tra le palpebre, aspettando di cogliere sul volto, sempre più estraneo, lo spasmo impudico della liberazione, il ghigno immobile e le occhiaie che d'un tratto le avvizzivano il volto.

            Come si eccitava facilmente allora, come si sarebbe vergognato se chi gli stava accanto avesse per caso scorto il cavallo gonfio dei suoi pantaloni. A volte, quando non riusciva più a resistere, andava nel bagno profumato di casa Dobrotă e si sfogava da solo, dopo aver controllato, agitato, la serratura della porta. Rientrava poi in punta di piedi e si appisolava, sfinito da quel piacere vergognoso, da quell'energia sprecata inutilmente, e si svegliava all'accordo finale per applaudirla, meccanicamente.

            Il candelabro grande di cristallo diffondeva una luce troppo forte perché lui osasse ancora guardarla attentamente, lei faceva la ruota sullo sgabello con la sveltezza di una bambina, e, prima di esercitarsi nella riverenza, si passava le dita nervose sul volto arrossato, e si sistemava il nodo del fiocco di velluto rosa che le raccoglieva sulla nuca i capelli lucenti e neri.

 

*

*         *

 

            Gli era forse venuta in mente Ana Maria la sera in cui aveva portato in braccio Christa oltre la soglia? La sua mente era troppo annebbiata per ricordarsene la mattina dopo, alla luce del giorno, ma quella di Christa era, come sempre, sveglia, in agguato.

            Quando è tornata dal bagno, giù in corridoio, mentre lui cercava di scusarsi per il disordine della stanza, Christa è scoppiata a ridere e gli ha ricordato i suoi borbottii sui riti arcaici del suo paese, che aveva preso come una proposta di matrimonio. E senza dargli più il tempo di riprendersi, si è arrampicata lesta su di lui, le braccia e le gambe attorcigliate intorno al suo corpo, sono un ragno e ho catturato un insettino nella mia tela! o preferisci essere una mosca? gli ha canticchiato. Una canzoncina sconosciuta da bambini o una sua improvvisazione? E poi, con quella schiettezza che ancora adesso continua a scioccarlo, gli ha confessato che gli aveva messo gli occhi addosso sin dal primo giorno in cui era entrato in laboratorio. E non come un amante passeggero, bensì come successore di Hermann.

            Era un buon segno per la sua carriera.

            E' stato sempre del parere di quelli che credono che le donne soppesano all'istante non solo la mascolinità del futuro partner, ma anche il suo status sociale: è così che scelgono, persino quelle che per un istinto materno eccessivo o deviato si dedicano ai falliti, agli infermi della vita.

            Non era però il caso di Christa. Con indosso solo una delle sue camicie, abbottonata male sui seni piccoli, leggermente molli (aveva già allattato due volte), aveva spalancato le finestre, incurante di chi la guardava dalla mansarda di fronte, e, mentre raccoglieva i portacenere pieni, i piatti sporchi, le tazze sbeccate, blaterava progetti sulla loro futura casa, sulla loro futura vita insieme.

            E lui ascoltava, lusingato, come dalla notizia di una promozione: aveva confuso in quel momento la perseveranza di Christa con la devozione e l'amore con il suo desiderio di essere accettato nel paese di adozione?

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*         *

 

            - Questa partenza ti ha proprio sconvolto, hai il sonno agitato, sono convinta che hai gli incubi...

            Mugugna qualcosa, no, sì, forse. Gli viene da tossire, la pasticca gli è andata di traverso. Poi rimane immobile, con gli occhi fissi sull'autostrada monotona, tagliata in due dalla siepe di oleandri bianchi e rosa, che si attorciglia e scompare dietro la macchina, nascondendosi dietro le colline pietrose, gli olivi rattrappiti e i ginepri nei filari ondulati.

            - Non pretendo che tu lo riconosca di fronte a me, ma almeno ammettilo a te stesso, ti stai torturando da solo da quando hai deciso di fare questo viaggio. Una prudenza elementare dovrebbe impedirti di correre questi rischi, anche se si tratta del tuo paese, che...

            Il suo paese? Il paese di quegli stupidi parenti con cui si vergogna di essere visto tra la gente? Quegli uomini panciuti, con le mascelle grandi e il doppio mento, la pelle del viso olivastra, cosparsa di grasso, con i vestiti perennemente spiegazzati, che l'amico Alexandru Stan insiste a presentargli? Che lo disgustano ancor di più quando aprono la bocca e li sente parlare questa lingua irriconoscibile, rovinata, distorta, involgarita? In che stato hanno ridotto questa povera lingua, così come il loro povero paese inselvatichito!

            Il loro, paese, il loro. Non il suo, no. E' il paese che era nostro, ma non è più di nessuno... Potrebbe rispondere così a Christa, ma se si mettesse a raccontarle della lettera che Cioran ha inviato da Parigi all'amico in Romania, e di come sono finiti in carcere tutti quelli che l'hanno letta, non farebbe altro che portare acqua al mulino delle sue inquietudini. E come potrebbe Christa comprendere cose del genere? Come potrebbe capire, ad esempio, che, anche se loro masticano  questa lingua distorta in modo così volgare, lui si sente come attratto da una calamita verso il luogo dove la sente parlare! Si dirige in automatico verso suoni che provengono da qualche parte nel profondo di lui e fanno in modo che il mondo divenga d'un tratto vicino, amichevole. Che lingua è mai questa e perché la capisco così bene? Perché mi rilasso all'improvviso quando la sento? Questa lingua è, forse, il mio vero paese?

            Ma ei non brama che veder dai tetti sbalzar della sua dolce Itaca il fumo, e poi chiuder per sempre al giorno i lumi...

            Che Omero e Christa lo conoscano meglio di quanto lui conosce se stesso?

 

*

*         *

 

            - Benché tu abbia vissuto qui tanti anni, il tuo paese rimarrà in eterno quello che hai lasciato! E' il tuo paese, anche se non lo vedrai mai più, il che sarebbe auspicabile! Lo sai anche tu, anche se mi contraddici, anche se non dici nulla. Ma dopo così tanti anni che viviamo insieme, posso intuire cosa si nasconde sotto il tuo silenzio...

            Può davvero intuire cosa nasconde il suo silenzio, quando lui stesso non saprebbe dire che cosa? E il suo paese rimarrebbe in eterno quella terra lontana, popolata da mutanti?! Ma allora a cosa sono serviti tanti anni di lavoro qui, nel suo paese adottivo? A cosa servono gli onori che gli vengono tributati, il rispetto dei colleghi, la riconoscenza delle autorità, l'affetto dei collaboratori e degli studenti, se bastano tre parole – il tuo paese – perché Christa lo rimandi indietro, lo esili in quella terra selvaggia e inselvatichita? Nel paese che era nostro e non è più di nessuno, ha scritto Cioran al suo amico, a cui l'hanno fatta pagare con batoste e anni di carcere pesante.

            - Tu sei libera di credere quel che vuoi, mia cara... Ma quelli che mi hanno decorato proprio il mese scorso, quelli che mi hanno invitato all'Accademia, sono di un altro parere...

            La sua voce indulgente e il modo in cui guarda dritto davanti a sé, attraverso il vetro, senza  dire più una parola, sono solo la prima fase della sua ostinazione. Christa sa che nella fase successiva potrebbe lasciarsi andare a scatti d'ira, gridare e gesticolare. E, nonostante tutto,  non si arrende. Insiste:

            - Hai ancora tempo per rinunciare, gli puoi dire che non stai bene...

            Christa continua, caparbia, anche se è consapevole di non poter più impedire questo viaggio, con questa voce che si ritrova, la quale, man mano che invecchia, si fa sempre più stridula. Invecchiano entrambi, ma lei più in fretta di lui. Nonostante il blasone e la differenza d'età che li divide, nonostante le ore di aerobica e i massaggi, le natiche le si sono appiattite, e i seni e la pancia le penzolano come dei sacchetti semivuoti.

            Il corpo sempre più pieno, ma lo sguardo sempre più sicuro di sé. Perché? Solo perché in questo mondo lei ci è nata e crede di conoscerne le regole molto meglio di lui, che, venuto da lontano, ha dovuto impararle a fatica, come su un libro di scuola? Ma qual è la distanza che ognuno di loro ha percorso per arrivare dove si trovano adesso? Dove è arrivata Christa e dove è arrivato lui, il meteco, l'Ausländer, lo straniero?

            Ogni volta che gli passano per la testa pensieri di questo tipo, si sente in colpa, come se lei fosse testimone di questi suoi momenti di slealtà. Si raddrizza sul sedile.

 

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            - Io non ti trattengo! Non ci riuscirei nemmeno! Ma ti avverto, è un gesto che rimpiangerai ...

            Non gli piace vederla nervosa al volante. Per questo cerca di farle distendere la fronte aggrottata. Rannicchiato sul sedile, recita:

            - Dunque alla casa, alla terra dei padri/subito adesso andrai? Ebbene, che tu sia felice!/Ma se sapessi nell'animo tuo quante pene/t'è destino subire, prima di giungere in patria,/qui rimanendo con me, la casa mia abiteresti... Perché mi guardi così sospettosa? E' Calipso che lo dice, mia cara, non tu! La ninfa Calipso! Nell'Odissea! Maligni siete, o dèi, e invidiosi oltre modo,/ voi che invidiate alle dee di stendersi accanto ai mortali/palesemente, se una si trova un caro marito./Ma io lo salvai, ch'era solo, aggrappato alla chiglia,/perché l'agile nave col fulmine abbagliante/Zeus gli aveva colpita e infranta nel livido mare./E tutti gli altri perirono, i suoi forti compagni,/lui il vento e l'onda, spingendolo, gettarono qui./E io lo raccolsi, lo nutrii, e promettevo/di farlo immortale e senza vecchiezza per sempre./Ma certo il volere di Zeus egìoco non può/un altro dio trascurare o far vano:/e dunque andrà, se Zeus l'ordina e m'obbliga, sul mare instancabile!

           

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*         *

 

            - Questo è greco antico, no? Che materia odiosa! Ma non ti consiglio di propinargli la tua solita Odissea anche lì dove andrai! 

            Lui si sforza di sorridere, amareggiato. Perché ha voluto esibirsi di fronte a Christa, quando sa che è priva di qualsiasi sensibilità letteraria?

            - I servizi segreti di... Come hai detto che si chiama? Ce-o-ces-co? Che nome impossibile, del resto parrebbe che anche il personaggio non sia da meno! In fin dei conti, non importa come si chiama! Quello che importa è che quelli lì si faranno ancora più sospettosi quando non capiranno la lingua in cui parli! Dico sul serio, non c'è da scherzare...

            Lui continua a tacere, gli occhi fissi sul finestrino. Guarda, senza vederle, le colline sabbiose, con i ciuffi d'erba sparsi qua e là. Onde bianco-gialline di sabbia pietrificata, conchiglie confitte nella pietra porosa, su cui discende una luce color lilla. La distesa rosseggiante del mare di una volta. Potrebbe vendicarsi, continuando a recitare: Consumava la vita soave sospirando il ritorno, perché non gli piaceva la ninfa. Solo che lui non sospira per nulla e non riesce più a immaginare il suo lavoro, la sua vita senza Christa, anche se a volte è così noiosa.

            Perché, lui non è stato scontroso e assente per tutto il viaggio?

            Inspiegabilmente, tutto a un tratto la voce di lui si è addolcita.   

 

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*         *

 

            - Il greco antico e il latino nell'adolescenza sono stati la mia ancora di salvataggio! Desideravo dare l'esame per passare al liceo e diventare professore di latino e greco. Mio padre, buon'anima, non te l'ho mai raccontato, mia cara, mi aveva obbligato ad andare alla scuola per preti, perché lì non si pagava la retta...

-         Già, mi hai mai raccontato tu qualcosa della tua vita lì?

-         Te la racconto ora, ecco... Non volevo per niente al mondo andare al Seminario Teologico e mio padre mi ci ha portato con la forza! Mi ha dato una batosta con la cinta che me la ricordo ancora adesso, per una settimana non sono riuscito a stare seduto!

-         Roba da selvaggi!

-         Ma vedi che, alla fin fine, mi è andata meglio che se fossi rimasto a casa, a lavorare nei campi! Mio padre mi ha portato per mano ad iscrivermi, e io ho pianto dalla disperazione fino alla stazione, lui non aveva i soldi per la retta, ma nemmeno io avevo la vocazione da prete. Non mi sono mai consolato con il futuro che mi preparava il Seminario. E quando avevo 16-17 anni la mia lettura preferita era l'Odissea, la sapevo a memoria, la so ancora adesso, come vedi... Prima di finire il Seminario, ho dato l'esame per passare al liceo, avevo messo dei soldi da parte dando ripetizioni a un compagno, Anton Dobrotă, un ragazzo di famiglia benestante, che sapeva solo combinare guai. Al liceo ho vinto una borsa di studio, ma, una volta ammesso, ho cambiato le mie inclinazioni di 180 gradi, dandomi alla biologia, alla fisica e alla chimica...

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*         *

            Che logorrea gli ha preso! Queste sue reazioni che la sorprendono ogni volta, come questa  tenerezza comprensiva verso il genitore che lo ha umiliato e gliene ha date di santa ragione! Una mente brillante e un comportamento arcaico... Evidente, poi, che questa mente ora pensa solo a questo viaggio inutile, a quella terra selvaggia dove lei non ha avuto voglia di accompagnarlo. Ma almeno le chiacchiere lo terranno sveglio, mancano ancora un paio d'ore fino a Roma...

            Con fare deciso, Christa abbassa il finestrino e accende l'aria condizionata. La lascerà accesa mentre faranno benzina e mentre saranno al bar a bere un espresso.

             Traian guarda impaziente dal finestrino, tra cinque minuti si fermeranno alla pompa di benzina, a un autogrill. Un espresso, un tè freddo e ragazze giovani, dai seni sodi e liberi di muoversi sotto le magliette.  

 

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Capitolo 4

 

La casa in cui tutti avevamo freddo

 

            - Nessuno può capire meglio di me la nostalgia per il luogo, o il tempo dell'infanzia... Daresti qualsiasi cosa per risvegliarti di nuovo in quegli anni, quando i tuoi genitori erano in vita, anche se a volte ti costringevano a prendere un'altra strada rispetto a quella che avresti voluto... Dopotutto, erano loro quelli che portavano il peso della vita...

            E lei, cosa cercava ancora lì, dopo sette anni? Perché aveva percorso come una sonnambula la strada di una volta, dalla scuola alla vecchia casa? Perché tendeva la mano verso il muro fresco d'intonaco, sul quale non si vedeva più neanche la traccia del campanello di prima, e aspettava che venissero papà o Klara oppure Walter ad aprirle la porta, e che in Hauptstrasse si riversassero i suoni del pianoforte e del violino dal salone dove oggi hanno acceso il fuoco, perché è serata di musica?

            - Ma perché esporsi adesso ai rischi, come fai tu, e sopportare tante emozioni? Non puoi tornare in un luogo sperando di tornare indietro nel tempo, mio caro, credimi! Quello che vuoi ritrovare tu non esiste più in alcun luogo, se non nella tua mente...

            Rosa, verde, bianco scintillano nella corsa della bicicletta, corolle rosa-bianche, viscioli giapponesi, magnolie, ciliegi fioriti nei giardini, e lei pedala senza alcuna fretta, perché fuori è troppo bello per avere fretta. Dal ponte intravede il Reno verde, fin lontano, la schiuma bianca che si solleva sulle chiuse, gli alberi bianchi in fiore sulle colline verdi, lo scampanio della cattedrale.

            Anche bendata saprebbe fare questo tragitto, da scuola fino alla casa in Hauptstrasse.

 

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*         *

 

            - Ti ricordi quando sei arrivato nella mia piccola città per la prima volta? Ti ho aspettato alla stazione e abbiamo passeggiato. Quando ci siamo seduti all'aperto, nel cortile interno di una pasticceria in Hauptstrasse, ti sei meravigliato molto quando ti ho detto che ero nata in quell'edificio. Ti ho fatto vedere la finestra della mia camera di una volta e ti ho raccontato di come, circa sette anni dopo che ci eravamo trasferiti in periferia, in Bergstrasse, dopo le lezioni sono andata in bicicletta, come una sonnambula, fino alla nostra vecchia abitazione in Hauptstrasse...

            E lei, perché tende ancora la mano a cercare il campanello staccato dal muro da anni e anni, e la crepa otturata e intonacata, e la porta da dove un tempo entravano loro, adesso aperta e chiusa da mani estranee?

            Cosa cercava ancora in quel luogo, dopo vent'anni?

            - Ho avuto freddo per tutta l'infanzia in quella casa! Costava troppo riscaldare le stanze grandi, con i soffitti molto alti. Ad eccezione delle serate di musica e dei giorni di festa, d'inverno il fuoco si accendeva tutti i giorni solo nella sala da pranzo dove stavamo tutti insieme. Lo stipendio da avvocato di papà, che si era rifiutato di entrare nei nazionalsocialisti, ci bastava sempre meno, con la retta della scuola, il fidanzamento di Klara e Hermann...

            La mano di papà, stretta intorno al manico della caffettiera, versa con attenzione il liquido sbiadito, marroncino.

            - Oggi mettiti tutto il latte che vuoi, Christa! Il principe ce ne ha mandato due bottiglie in  regalo...

            Le cinque tazze di porcellana collocate a distanze uguali l'una dall'altra, vicino alla fetta di pane sottile, la mollica inzuppata...

            - Non sprecate nemmeno una briciola, bambini! Fate economia...

            La scarpa rotta di Walter tocca sotto il tavolo la scarpa rotta di lei, ieri mattina hanno disegnato insieme sulle piastrelle del cortile, con la creta colorata, dei sederini da cui fuoriuscivano escrementi, quanto si è arrabbiata la mamma quando ha visto! Ma domani si accenderà il fuoco in tutta la casa, perché è sabato ed è serata di musica...

            - Quando sono andata allora in bicicletta alla nostra vecchia casa, mio padre era al fronte e la depressione di mia madre si era aggravata. Forse volevo tornare indietro negli anni, ai tempi in cui il nostro unico problema erano le privazioni e la povertà. O forse non mi ero abituata ad abitare in Bergstrasse e mi sentivo a disagio di fronte alle mie compagne di classe, che sapevano che venivo dall'altra parte della città, in bicicletta. Ad ogni modo, nel momento in cui mi sono ritrovata là, a cercare con la mano il campanello che non esisteva più da anni, mi è stato difficile spiegare persino a me stessa perché ero venuta.

            Perché rimane in strada, a guardare confusa la finestra fin dove arrivano i rami del platano? Conosce così bene l'ombra dei rami frondosi che avanza di ora in ora, coprendo a poco a poco ogni angolo della sua stanza, in questi giorni di fine aprile... Quando apre la finestra, i rami frondosi le entrano dentro e l'odore di verde, melodioso, e la luce dorata, vellutata, Sonate für Klavier und Violine nr. 1, G-dur, op. 78 von Johannes Brahms, lei abbassa il coperchio del pianoforte, cammina fino alla finestra e guarda trasognata gli alberi bianchi in fiore sulle colline verdi, finché il sole non scende alle loro spalle e divengon gialli, divengon rossi, divengon neri.

 

*

*         *

 

            - I miei genitori si erano decisi, dopo lunghe esitazioni, a vendere la casa in Hauptstrasse, che era appartenuta alla nostra famiglia per diverse generazioni, e a trasferirci in una casa più piccola in periferia, in Bergstrasse. Del resto era una cosa normale, dopo aver perso la guerra era arrivata la crisi, le vecchie proprietà si vendevano quotidianamente, persino i castelli! La cartoleria vicino a casa nostra apparteneva a un principe che era finito addirittura a servire i clienti. Un bel giorno l'ha chiusa, l'ha venduta ed è partito per la Svizzera. Era una persona gentile, ma molto prudente, ha capito cosa si stava preparando e non voleva patire un'altra guerra...

            Perché guarda confusa il loro vecchio giardino, brulicante di signore con bambini? I bicchieri di cristallo e i cucchiaini d'argento luccicano al sole e loro, seduti ai tavolini bianchi, graziosi, ingoiano con golosità le immense coppe di gelato dalle cialde dorate, infilate nei cumuli di panna, senza sapere nulla, e neanche lei che li guarda con avidità sa che fra tre mesi ci saranno i bombardamenti.

            - Proprio il giorno dopo aver comprato la nostra casa, il nuovo proprietario, arricchitosi con la guerra, ha iniziato a rinnovarla: ha fatto abbattere i muri, ha cambiato le porte, ha portato dei mobili bianchi da pasticceria, mentre il nostro vecchio giardino è divenuto un cortile interno in cui d'estate si mangiava il gelato. Ha sacrificato alcuni alberi, ma il platano di fronte alla mia finestra si è salvato. Ci ha saputo fare, la casa in Hauptstrasse è scampata ai bombardamenti per miracolo, a differenza di quella in Bergstrasse dove abitavamo con mia madre e Klara. Qui invece si sono rotti solo i vetri delle finestre e la porta si è staccata per la corrente d'aria portata dalla bomba. E' rimasta una pasticceria fino ad oggi, anche se i proprietari sono cambiati spesso...

            Cos'altro puoi fare, se non tirare verso di te la bicicletta appoggiata a quel muro estraneo e scendere piano, come in sogno, lungo Hauptstrasse, non guardare né a destra né a sinistra, guarda solo di fronte a te. Cosa vedi? Nulla, solo un uovo di cioccolata immenso, ricoperto da una glassa variopinta, rosa-bianco-pistacchio, decorato con fiocchi rosa e circondato da leprotti di cioccolata, nella vetrina della pasticceria che una volta era casa nostra. Perché manca solo una settimana a Pasqua e mancano solo tre mesi ai bombardamenti.

            - Dev'essere stato quasi un anno dopo che papà aveva ricevuto la chiamata alle armi, ricordo ancora la busta color giallo sporco che ha cambiato l'atmosfera in famiglia, e quando Walter e io l'abbiamo accompagnato alla stazione. Eri giustificato dalle assenze a tutte le lezioni se un tuo parente partiva per il fronte. Siamo andati alla stazione solo noi tre, mamma si era sentita male  proprio mentre stavamo uscendo dalla porta, e l'abbiamo lasciata a casa...

             E così resterai solo tu, a vedere ad ogni Pasqua un uovo di cioccolata immenso circondato da leprotti di marzapane, nella vetrina della pasticceria sistemata nella vostra vecchia casa, nella quale insieme avete avuto così freddo. Forse i vostri litigi degli ultimi tempi erano i litigi di esseri esasperati, che sapevano di dover morire. Che sapevano che mamma e Klara sarebbero morte nei bombardamenti, che Walter sarebbe morto vicino a Berlino, senza sapere perché era così testardo, senza essere riuscito a lanciare su nessun carro armato la granata che stringeva nella mano esile, sudata. Solo che il modo esatto, e il momento esatto in cui è morto Walter, tu non lo saprai mai. Tu non saprai mai se papà è stato giustiziato come un disertore o se è morto in una miniera siberiana, scheletro dall'odore fetido, mani e gambe congelate, incancrenite. I suoi passi esausti, che incespicano nella neve, escrementi, sangue, filo spinato... Papà... Il calore del corpo grande e protettivo che ti porta in braccio addormentata, lo scricchiolio della neve sotto i passi pesanti di papà.

 

*

*         *

            Siamo persone diverse e viviamo una vita diversa, diceva Hermann quando lei cercava di fargli raccontare i suoi ricordi. Evitava di parlare dell'Ucraina, delle esecuzioni degli ebrei del luogo effettuate dall'Einsatzgruppe, alle quali anche lui, come gli altri della Wehrmacht, aveva assistito – forse a volte aveva anche dato una mano? Aveva dunque anche lui i suoi incubi da dimenticare, le conserve scadute, la diarrea e il freddo disumano nelle trincee di Stalingrado, a cui accennava di tanto in tanto, la lotta con le unghie e con i denti per un posto nei camion della ritirata, in mezzo a una folla di soldati inselvatichiti, la gamba amputata all'altezza del ginocchio nello scompartimento sanitario del treno sfuggito con un vantaggio di due giorni al colpo di stato degli inglesi, alla connivenza con i russi, a Bucarest? Anche lui aveva soffocato i suoi ricordi, proprio come lei aveva soffocato i suoi, o forse non sono vissuti insieme abbastanza perché, raccontati all'infinito, essi non perdessero la capacità di ferire, di procurare dolore?

            E se nemmeno a Hermann è riuscita a raccontare tutto tutto, allora perché si sforza di farlo con Traian, che sonnecchia distratto contemplando l'autostrada?

            - Cominciamo a essere troppo vecchi per viaggi così lunghi. Non manca molto, ma non vorrei addormentarmi al volante proprio adesso. Prova anche tu a rimanere sveglio, perché fra due ore, te lo prometto, saremo a cena nel nostro hotel... Ovviamente se non sbaglio l'uscita...

            Fuori dal finestrino, la stessa autostrada monotona, senza fine. Il sole bianco abbacinante in cui avanzano la donna e l'uomo vestiti di nero: due sagome eterne, immobili, solenni. Loro sono rimasti gli stessi di quando lui è arrivato qui, ma, Gesù, quante cose sono cambiate! E lui ha vissuto abbastanza per ricordare com'era questo paese, il suo nuovo paese, quando lui è arrivato...

Cristo si è fermato a Eboli. Allora, prima della guerra, Cristo si era fermato a Eboli, ma poi aveva proseguito... Dove sono le paludi, dove le zanzare, i latifondi e la malaria? Guarda ora i cortili con due automobili, i prati con gli aranci e gli olivi al posto dei giunchi di una volta, i campi coltivati con cura...

            Se ne rallegra, perché questo è il suo paese adesso, ma perché è così malinconica Christa? Si è persa nei suoi ricordi, come fa tutte le volte che esce dall'autostrada e sbaglia l'ingresso in città.

 

- - -

 

Capitolo 5

 

Dossier “Lo Scienziato”

 

Foglio N. 18

Fonte: “Emilian”

 

NOTA INFORMATIVA

 

     Nei giorni 16-29.IV.1986 la fonte ha effettuato una trasferta in Italia per partecipare al 13° Congresso Internazionale su Biosfera ed Ecologia, a Napoli, e al Convegno dell'Accademia Italiana delle Scienze, a Roma. Nel viaggio la fonte è stata accompagnata da alcuni collaboratori dell'Istituto dell'Accademia della RSR[1] (accad. Caius Berciu, Teodora Stan, Costin Enache). Tutti hanno avuto durante il viaggio un comportamento molto corretto. L'attività scientifica si è svolta regolarmente.

     Essendo stata invitata ufficialmente al 13° Congresso Internazionale su Biosfera ed Ecologia, la fonte è entrata in contatto con diversi specialisti italiani e stranieri, con i seguenti risultati:

          1. In base alle indicazioni ricevute in patria, la fonte ha utilizzato ogni occasione utile per dimostrare la propria simpatia personale verso il popolo italiano e la propria stima per i biologi italiani. Pertanto, in data 27 aprile, durante la cena di commiato, giacché era stata invitata a parlare a nome degli ospiti stranieri, la fonte ha tenuto a tale proposito un discorso pubblico, aggiungendo che per i romeni la latinità è stata per lungo tempo un muro difensivo. Gli italiani hanno gradito molto queste parole, che hanno tuttavia irritato un giovane comunista spagnolo (a quanto pare un dissidente filocinese), il quale ha dichiarato apertamente di non esse

 

About this issue

This July, The Observer Translation Project leaves its usual format to present a special CRISIS ISSUE. Things are tough all over. Hard Times suddenly feels like the book of the moment. The global economic crisis impacts life as we know it, and viewed from Bucharest the effects reverberate in domains that include geo-politics and publishing in Romania and abroad, with the crisis at The Observer Translation Project as an instance of a universal phenomenon. read more...

Translator's Choice

Author: Stelian Tănase
Translated by: Jean Harris

From Maestro: A Melodrama. Episode 7

Emiluţa has an unfortunate thought. She’ll throw herself off the top of the building. Why? What the fuck? Let’s say for the cause of PeaceonEarth, for the slumdogs, Europe, for the lonely. Which is to say she doesn’t have a ghost of a reason. Viva Walachia! The way things stand, if ...

Translator’s Note
Translator’s Note: a synopsis
Author: Ştefan Agopian
Translated by: Ileana Orlich

How I Learned to Read (from Tache de Catifea / The Velvet Man)

The bearded man was the owner of an apothecary shop where he worked with two apprentices. Nobody paid me any mind, so I spent all day in what was supposed to be the shop. I say this because it was a large, dark room full of odors—a mix of smells from everywhere. The room hadn’t been cleaned ...

Translator’s Note
Re: Learning to Read, from Tache de catifea / The Velvet Man
Author: Gabriela Adameşteanu
Translated by: Patrick Camiller

Wasted Morning - Napoleon in Bucharest

“What you’ve got here is heaven on earth,” Vica says as she drops onto the kitchen chair. “But where’s your mother?” “At work,” Gelu lazily replies, leaning sideways against the door. “She’s doing mornings this week, didn’t you know?” He is tall and thin, with unset ...

Author: Petre Ispirescu
Translated by: Jean Harris

Youth Without Age and Life Without Death

It happened once as never before-y, ‘cause if it couldn’t be true, it wouldn’t make a story about the time when the poplar tree made berries and the willow tree broke out in cherries, when bears began to brawl with their tails, and wolf and lamb, unfurling their sails, threw arms around each ...

Translator’s Note
On Petre Ispirescu
Exquisite Corpse

Planned events in Cultural Agenda see All Planned Events

17 December
Tardes de Cinema Romeno
As tardes de cinema romeno do ICR Lisboa continuam no dia 17 de Dezembro de 2009, às 19h00, na ...
14 December
Omaggio a Gheorghe Dinica Proiezione del film "Filantropica" (regia Nae Caranfil, 2002)
“Filantropica” è uno dei film che più rendono giustizia al ...
12 December
Årets Nobelpristagare i litteratur Herta Müller gästar Dramaten
Foto: Cato Lein 12.12.2009, Dramaten, Nybroplan, Stockholm I samband med Nobelveckan kommer ...
10 December
Romanian Festival @ Peninsula Arts - University of Plymouth
13 & 14 November 2009. Films until 18 December. Twenty of Romania's most influential and ...
10 December
Lesung und Gespräch mit Ioana Nicolaie
Donnerstag, 10. Dezember, um 19.30 Uhr Ort: Szimpla Café Gärtnerstrs.15, ...
 
 

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