Le ombre del capitano dei dragoni

Filip Florian | May 01, 2009
Translated by: Maria Luisa Lombardo

 

Le ombre del capitano dei dragoni
             A giugno, quando il solstizio è prossimo, l’alba si presenta prima del solito. Solo che allora, un mercoledì, il mattino non spuntò. La carrozza carica di valigie, borse e bauli si mise in marcia con un piccolo strappo, uno dei cavalli (una giumenta bigia e altina) sbuffò e si mise a mordere le briglie, l’altro (un sauro con una cicatrice sul collo) gonfiò il petto, e, da un cesto di vimini, con coperchio, il gatto Siegfried miagolò terribilmente. Il dentista perse di vista gli scuri verdi della pensione, la massiccia porta, il barile dell’acqua nel cortile e il fascio di margherite sul cancello, ma vide una gatta screziata che correva sul filo degli steccati, con passi agili e veloci, saltando sulle assi spezzate, e che si ostinava a tenere il ritmo dei cavalli. Gli parve graziosa e con la pancia grande. A un incrocio, dove la carrozza svoltò verso sud, la gatta si dovette essere stancata o dovette cadere dentro delle pozzanghere, poiché non si vide più, e presto, nelle strade verso Oberbaumbrücke, Siegfried smise di agitarsi e miagolare lagnosamente. Si rintanò nel suo cesto con l’orecchio nero rizzato e con la punta della coda all’insù, mentre Herr Strauss, la cui emicrania non l’abbandonava, guardò, attraverso il finestrino imbrattato, le nuvole, le banchine appena destatesi, le file interminabili di edifici sulle sponde del fiume Spree, le strisce di fumo che fuoriuscivano da centinaia di comignoli, l’acqua placida in cui si specchiava un cielo nerastro, che annunciava pioggia. Pensò allo sfrigolio dei fornelli in quelle tante cucine, venne seriamente sballottato nella carrozza lungo il ponte, sentiva un vuoto nello stomaco, forse a causa dello scuotimento, forse per la birra e lo spumante della sera prima, forse per l’immagine delle salsicce, dei ciccioli e delle costolette fritte in ogni casa, forse per quei panorami che andavano scomparendo, come se una mano invisibile avesse cancellato i contorni e i colori di un quadro ben noto.
             La tempesta iniziò al termine della mattinata, all’incirca un’ora dopo che il dentista riuscì a vomitare e a sbarazzarsi definitivamente dei capogiri. Non i tuoni e i fulmini, privi di vigore, li obbligarono a cercare un rifugio, bensì le flagellanti raffiche di vento, con gocce di pioggia fredde. Si fermarono presso una locanda che si trovava fra le colline, dove un uomo e una donna imbiancavano le pareti, e una fanciulla allampanata fregava senza zelo i pavimenti. Vicino alla finestra, con una tazza di latte bollente fra le mani, Joseph ebbe abbastanza tempo per osservare che, fuori, bagnato fradicio, il cocchiere si occupava di legare i cavalli in un’ampia rimessa, di coprirli con coperte e di appendere loro al collo i sacchi con avena. Dentro, il locandiere maneggiava in modo affrettato la pennellessa e sudava come un dannato (si toglieva continuamente il cappello rattoppato e si asciugava le calvizie con uno straccio), la donna si lamentava e si alzava sempre sulle punte (destreggiandosi a fatica con il suo corpo tozzo), la ragazza si muoveva avanti e indietro, in ginocchio, con la camicia fuori dal nastro della gonna (che lasciava alla vista un pezzo bianco, pieno di nei, di pelle della schiena). Curiosamente, la calce e la liscivia non mandavano via dalla stanza l’odore di acquavite, di sidro e di fumo. Un odore aspro, che provocava il suo vuoto nello stomaco. Poi, a pranzo, una vecchia portò minestra di anatra e piselli, e il gatto ricevette ossi e cartilagini, resti di una coscia. Neanche li toccò.
             Quando la terra si asciugò un poco, grazie al vento e al sole del pomeriggio che aveva ingannato le nuvole, la carrozza si mise ancora una volta in cammino. Un trotto moderato, divenuto immediatamente un galoppo, condusse il dottore nel bel mezzo di quel viaggio insolito (benedetto?, dannato? non poteva decifrarlo), un viaggio tortuoso e rischioso, frammentato e bizzarro, sul quale si esortava a credere che non si sarebbe rivelato un errore irreparabile, il più lungo viaggio della sua vita, il solo importante, così importante che a volte lo paragonava al viaggio nell’altro mondo, d’altronde si dirigeva verso un luogo ricco di vegetazione o, in ogni caso, con grano, con moltissimo grano, come gli era stato raccontato da un mercante di spezie. Procedeva sulle orme del capitano dei dragoni come un’ombra tardiva, copiandone i passi e i movimenti a una distanza di sette settimane, rifacendo esattamente lo stesso tragitto, seguendo i suoi consigli e spendendo i suoi soldi. Dopo l’epistola di metà luglio, a cui aveva risposto speditamente e riconoscente con un assenso, Herr Strauss aveva ricevuto un mese e mezzo più tardi, dalle mani di un funzionario smilzo, una nuova busta, accompagnata questa volta da un piccolo pacchetto, avvolto in carta cerata. Utilizzando un tagliacarte con il manico argentato, aprì entrambi, attento a non rompere i sigilli, dei quali uno noto, quello della casa Hohenzollern-Sigmaringen, l’altro non l’aveva mai visto, sicuramente era la novella insegna del nuovo monarca. Il suo ex paziente, Karl Eitel Friedrich Zephyrinus Ludwig, ascesso adesso al trono di un paese con cinque milioni di anime, gli aveva inviato un sacchetto con tabacco per pipa, in cui aveva nascosto una tal quantità di grossi, gulden e fiorini che Joseph rimase stordito, e una mappa del continente su cui aveva tracciato con inchiostro rosso un itinerario e aveva segnato con crocette scure alcuni punti-chiave. Nella lettera, gli elencava minuziosamente cosa doveva accingersi a fare per affrontare quel viaggio estenuante, soprattutto poiché stava per scoppiare la guerra con l’Austria, e lui, in quanto medico prussiano, doveva attraversare un territorio ostile, passare per dogane e filtri nemici, sopportare sospetti e domande inquisitorie. Gli veniva richiesto di mantenere segreta la propria identità, il che non significava solamente procurarsi documenti falsi, questione delucidata nei dettagli, bensì una cosa alquanto comica, e cioè eliminare quei particolari che l’avrebbero potuto tradire. Joseph Strauss si sottomise con mal umore, addirittura con rabbia, e, in uno di quei giorni in cui preparava il bagaglio, staccò con una forbicina per unghie i monogrammi cuciti sulla biancheria, raschiò via con il rasoio la lettera S dalla borsa di medico, nascose un diploma e alcuni documenti nella fodera di un cappotto rivestito di pelliccia e, esaminando ogni libro, strappò le carte di guardia che recavano la sua firma olografa.
             Dalla giumenta bigia (affatto recalcitrante) e del cavallo sauro (diligente e onesto) si separarono alla stazione di Magdeburg. Pagò l’onorario al cocchiere, lasciò che un facchino si occupasse di tutte le carabattole e, con il cesto di vimini al braccio, entrò in una mescita nelle vicinanze, al crepuscolo, quando una lanterna verdognola ciondolava sopra la porta. Benché avesse ordinato trota in panna acida, per godere insieme della cena, il gatto si rifiutò di mangiare. Era l’undicesima volta da quando erano partiti. Acciambellato, con il pelo arruffato e con le zampe anteriori attaccate agli occhi, Siegfried sembrava molto malato. Il dentista batté gli occhi, si accese la pipa, lanciò cerchi di fumo verso il soffitto e sorseggiò un liquore di ribes. Poi trascorsero la notte e la prima parte del mattino in treno, con lo sbuffo e i fischi della locomotiva, con i paesaggi estivi del sud, con l’amabilità imperturbabile del conducente e con le chiacchiere di un piccolo agente di banca, che si recava in visita dalla sorella presso il sanatorio di Graubünden. Appena arrivato a Zurigo, nella mansarda di un albergo economico, Joseph prese il suo amico in braccio, lo accarezzò energicamente sulla testa e sotto il mento, se lo strinse al petto e gli parlò frettolosamente, spiegandogli cose che il gatto di certo non voleva sentire, ad esempio, perché non avevano scelto la ferrovia sin dall’inizio e si erano trascinati in una carrozza per centocinquanta chilometri, perché non si erano indirizzati direttamente verso est e avevano preso invece verso ovest e sud, arrivando fino in Svizzera, perché c’era bisogno di un passaporto falso, come rimbombano i tamburi di due eserciti, come sventolano i vessilli di battaglia e come marciano le truppe, perché la proprietaria della pensione di Berlino, gli amici e le ragazze diUndici tette dovevano sapere che si era trasferito a Stoccarda e non che era partito alla ricerca di un principe avventuriero, perché un re era un re, indifferentemente dallo stato dei denti, come era contare e tenere in mano monete d’oro, perché gli orologi rintoccano dappertutto e, infine, perché gli uomini invecchiano. A questo punto, alle parole sul tempo e sull’età, Siegfried trasalì, rizzò l’orecchio nero (quello bianco rimase piegato) e alzò la punta della coda. La voce del padrone si rabbonì, le carezze diventarono più pigre, l’area della stanza diveniva sempre più calda, probabilmente a causa del tetto rovente e per le confessioni che incominciavano a fluire. Ma in primo luogo, come da un bricco bucato, colarono parecchie gocce di sincerità, le gocce si raccolsero dentro una macchia di acqua, piccola, ovale, rilucente nel silenzio del pomeriggio, e l’acqua incominciò a scorrere, sul pavimento, un filino sottile e limpido, un liquido che si vedeva e non si vedeva, poiché era formato, per un capriccio della chimica, solo di sogni, delusioni, speranze, ferite, supposizioni e dissertazioni. Herr Strauss, che nel pieno dell’ultimo inverno, a gennaio, giorno otto, aveva compiuto trent’anni, diceva tutta una serie di cose, non raccontava, non blaterava, diceva semplicemente che voleva uscire da un vicolo cieco, che al mondo esistono moltissime tette, comunque molto più di undici, che tutto ciò che è monotono fa rimbecillire, che la birra e lo schnapps sono buoni, ma neanche il vino è da buttare via, che ogni borgo è pieno zeppo di gatte screziate, maculate, bianche e nere, grigie, gialle, sciancate o paffutelle, strabiche, zoppe, di tutti i tipi, che un incendio che ti priva di una mamma e di una sorella ti abbruciacchia il cuore per l’eternità, te lo secca e te lo affumica come se fosse carne di pecora, che arriva un’ora, all’improvviso, quando non ti lega più nulla a nessuno e neanche a ciò che c’è nel tuo intorno, che al di là di un impero, di tre catene di montagne e di pianure sconfinate è possibile rinascere nuovamente, che essere il dentista di un re non è la stessa cosa che mungere pus dalla bocca di un capitano dei dragoni, che una moglie significa figli, che un paese nuovo è un luogo nuovo, e un luogo nuovo è una nuova opportunità, che partite di whist si possono giocare dappertutto, che il presente e la tristezza somigliano alla merda, e che il futuro, con la grazia di Dio, può presentarsi migliore, che una moglie significa una mamma, che un gatto giovane ha tanto sperma da riempire la terra di cuccioli, che al di là di un impero, di tre catene di montagne e di pianure sconfinate non ci sarà il paradiso, ma non ci deve essere neanche l’inferno, che se le oche hanno salvato Roma, e quel paese ha preso il nome di Romania, là dovrà esserci abbastanza fegato da friggere con fettine di mele, con pepe nero e con cipolla, che una moglie è una sorella, che nessun cammino è senza ritorno, che il guercio è sempre imperatore nel paese dei ciechi, che una moglie significa una donna, ma non una donna qualsiasi, bensì una donna fuoriuscita da un uovo di angelo o di diavolo. Così, ebbene, e così via, tutte queste cose le disse Joseph Strauss nella mansarda di un albergo di Zurigo, mentre la camera era diventata rovente, e alla fine chiese perdono al gatto e tacque. Proprio allora, Siegfried, adagiato da un bel po’ sul petto dell’uomo castano e magro, con il muso collocato fra le clavicole dell’uomo pallido e magnanimo e guardando dritto negli occhi l’uomo dagli occhi castani e grandi, si lanciò verso la finestra e prese in volo un moscone enorme. Lo ingoiò, quindi miagolò, come se la fame lo avesse punzecchiato nella pancia.
             Si rimpinzarono velocemente, ovviamente con fegato d’oca, ma non passato in padella, bensì al forno, più esattamente con fette di un rotolo di fegato d’oca ricoperto di paprica dolce, zenzero e fiori di acacia, chiesero più tardi cognac e latte freddo, uno preferì sorsi lenti, per far sì che la bevanda scorresse fra le sacche delle guance e sotto la lingua, l’altro scelse di lappare frettolosamente, per sentire come gli scivolava nella gola qualcosa di fresco. Fecero la pace fino al punto in cui la pace, come stato delle cose, sembrava loro derisoria e noiosa, passeggiarono per tranquille stradine, salirono numerosi scalini e giunsero nuovamente nella mansarda soffocante, convinti che la pigrizia fosse una virtù suprema, presero gusto al sonno, uno sul letto non molto soffice, l’altro sul tappeto, proprio dove batteva il sole, uno fece un sospiro e l’altro un mugolio quando si udì battere alla porta. Con sorpresa di Joseph, nella stanza entrò quello stesso funzionario smilzo che undici giorni prima, a Berlino, gli aveva consegnato la busta con due sigilli e il pacchettino avvolto in carta cerata. Fecero conoscenza solo allora e in quel posto, traspirando insieme, quando le palpebre del dentista erano pesanti come piombo, e la sua tenuta non era precisamente adeguata. Il visitatore si chiamava Wolf Dieter Trumpp e sembrò non notare che il dottore si abbottonava la camicia e si metteva il gilè, che spianava le pieghe dei suoi pantaloni. Era il segretario personale della principessa Marie, la figlia minore della famiglia Hohenzollern. Quell’uomo tossì lievemente, come se la tosse lo avesse potuto aiutare in qualche maniera, poggiò il passaporto sul tavolo, si mostrò meravigliato dell’usanza dell’albergo di tenere gatti nelle camere (per proteggere i clienti dai topi, pensò lui) e precisò che il documento era in perfetta regola, con tutte le intestazioni, le parafe e le firme ufficiali, visto che era stato rilasciato dal governatore del cantone St. Gallen in persona, Herr Äpli e non da un falsificatore qualsiasi. Dopo aver dato il proprio parere sul fatto che una pioggerellina non sarebbe guastata, anzi avrebbe rinvigorito la natura, l’ospite pronunciò anche un nome, Joseph Kranich, che il dottore era obbligato a portare per il tutto il resto del viaggio e che era frutto dell’ispirazione (o delle stramberie) del governatore, il quale aveva considerato che uno struzzo e un gallo, eine Strauss und eine Kranich, erano per certi versi imparentati. Con le mani congiunte dietro la schiena, lunedì al tramonto, il segretario aggiunse che era stata fatta una prenotazione sul treno che lasciava la Bavaria il venerdì, al calar del buio. In seguito, Herr Trumpp tirò fuori da una tasca una scatoletta ricoperta di velluto marrone, la pulì con i polpastrelli e la poggiò vicino al passaporto. Il soldatino di piombo che vi era dentro, in un atteggiamento pronto all’attacco e di vittoria, doveva pervenire al giovane re dei Balcani. Necessariamente. Da parte della sorella più piccola, Marie, che lo aveva trovato nascosto sotto una pila di trattati militari, sul suo scrittoio del castello Sigmaringen.
             La traversata del lago Bodensee non fu proprio un piacere, poiché i luccichii al largo, il tremolio dell’imbarco, la routine dei marinai e l’aroma del tè bevuto nel porto, a Rorschach, si dileguarono con i dondolamenti di quell’immensa distesa azzurro chiaro, battezzata anche Shwäbisches Meer. Il beccheggio provocò al dottore nausee più maledette che la birra e lo spumante, facendolo piegare per tre volte sul parapetto del ponte inferiore a imbrattare l’acqua con parti della colazione non digerite e con un liquido giallognolo, acido, in un modo che le scie di spuma delle onde, disseminate sul lago che aveva anche un terzo nome, Konstanz, forse non si meritavano. Il capogiro sì placò un po’ a Lindau, dove riuscì a buttar giù, raccapricciato, dieci gocce di chinino mescolate a zucchero bruno, e si dissipò definitivamente sulla diligenza che correva verso nord, dopo essersi strofinato le tempie e il dorso delle mani con compresse inzuppate d’aceto. Pernottò a Memmingen, poi ad Augsburg, e a Monaco scoprì che la città era allegra, come all’inizio dell’estate. Si concesse un pranzo leggero e molte ore di svago, osservò le donne uscite a passeggiare, governanti e bambini chiassosi, un gruppo di monache domenicane, una panettiera sudata e una fanciulla con una balla di panni sporchi, gli venne voglia di torte di ciliegie e sciroppo, si fermò all’ombra (dove la sua pipa si spense lentamente) vicino a una domestica che stava sopra una scala, lavando la vetrina di una drogheria, con la gonna sollevata per benino e con un livido sulla coscia sinistra, sfogliò dei giornali (con la pipa accesa), trovò una pausa per la birra e rimase a bocca aperta davanti ad alcuni artisti di strada che sputavano fuoco, che suonavano tamburelli e trombette, che ballavano e giocolavano con palline colorate. Là, nella piccola piazza, si spezzò anche il filo del divertimento, quando un cagnolino con cappello a cilindro, che guaiva al ritmo della musica e si dondolava, abbandonò la rappresentazione, non diede più ascolto al suo domatore e si avventò su Siegfried. Due ragazze si misero a gridare, una donna inciampò nelle falde del suo abito e per poco non cadde sul selciato, un seminarista e un ragazzo di bottega saltarono su un carretto del carbone, una vecchia si appiccicò a un muro, mentre il cane, piccolo e infronzolato com’era, latrava ansimato, mostrando le sue gengive, ringhiava e mordeva a vuoto. Appollaiato su un recinto, il gatto arruffò la sua coda, soffiava, poi si voltò e spruzzò il cagnolino di pipì.
             Il vagone della seconda classe sul quale era stato prenotato un posto a Joseph Kranich sembrava nuovo. E in quello sfondo, con lambris e con sedili ben laccati, il dottore trascorse un lungo tempo, molto lungo, non tanto secondo il giro delle lancette dell’orologio da taschino, quanto così come lo misuravano i suoi istinti. Esaminò il legno dei sedili e si convinse che fosse ricavato da legno di rovere, loppone e faggio, guardò dalla finestra ma non riuscì a distinguere nulla a causa dell’oscurità esterna, decifrò dal ritmo e dai toni dei respiri intorno a lui (in quel silenzio stridente, che non era solo silenzio) la tosse dell’uomo vicino alla porta, gli schiocchi di un prete di campagna, il leggero russamento di una donna in lutto, il dimenio di un commerciante con le basette rosse e frammenti di parole, incomprensibili, di una bambina con le lentiggini. Appena giunto a Salisburgo, alla dogana austriaca, sentì i battiti del suo cuore, che, stranamente, erano più forti del ticchettio dell’orologio. Come non poté guardare il suo cuore, guardò l’orologio dorato, con coperchio, sul retro del quale erano incisi i nomi di sua madre e di sua sorella, Getrude e Irma. Indicava le quattro meno dieci di notte, un’ora fredda, umida, che sarebbe perita presto, inghiottita dalla luce dell’alba. Ma prima che quell’ora sparisse, passando alla memoria dei libri e del mondo, allora, alle quattro meno dieci di notte, il vento si insinuò fra i vapori della locomotiva, cacciò via gli odori ferroviari e riempì le narici di Joseph di profumo di lillà. Meravigliato, il dentista vide non lontano un cespuglio frondoso, affatto alto, fiorito alla fine di giugno. Pensò che così è il tempo della raccolta delle piante di montagne, sempre tardivo, e il pensiero, la meraviglia e il brulichio di gente sul binario gli fecero dimenticare i battiti del cuore e lo fecero andare nella sala d’aspetto. Dentro, i corpi uscivano impeditamente dal sonno, le conversazioni si svolgevano in sordina, l’aria sfrigolava insieme alle candele e spandeva granellini di sudore, solamente un ufficiale si agitava senza pausa, verificava ancora una volta i passaporti, faceva domande rigorose ai viaggiatori, dava ordini ai doganieri, ai soldati e ai propri aggiunti. Quando arrivò il suo turno, Herr Kranich stava giusto masticando una fetta di stoccafisso. L’aveva trovata nel fazzoletto, rimasta lì dall’ultimo pranzo del gatto. Sicuramente, al luogotenente non piacque il lezzo di pesce affumicato, storse il naso, lesse velocemente i documenti e guardò con spregio il medico svizzero, cattolico, scapolo, castano, con gli occhi castani, che andava a Bucarest, con il desiderio di curare le mole dei valacchi e di arricchirsi. Dopo, il treno scivolò sulle rotaie fino a Vienna, si insinuò in mezzo a movimenti di truppe e manovre di guerra, si lasciò carezzare dalla calura e dai campi di grano maturo, sbuffò come un segugio snello e fedele alla sua missione, buttò fuori fumo e in un certo qual modo si impappinò, come un signorino, quando si avvicinò a quella città favorita dal fato. Uno dei passeggeri, con un cesto di vimini in braccio e con il suo vero cognome che ispirava tante relazioni con il walzer, senza che ne fosse esistita alcuna, si staccò dal tramestio militaresco della stazione dell’Ovest e attraversò il cuore dell’impero, in carrozza, fra edifici e giardini felici, per vivaci boulevard, fino alla stazione orientale. Lungo il cammino, chiese al cocchiere di fermarsi tre volte: a una cattedrale, per attimi di pace e di riconoscenza, a una pizzicheria, per del prosciutto crudo, del groviera e olive, e a una birreria, per un solo boccale. Joseph conobbe il nuovo tramonto mentre sonnecchiava, su un nuovo vagone di seconda classe, con nuovi compagni di viaggio e con una nuova meta, Pesta, uno dei polmoni dell’impero, l’altro essendo Buda. In continuazione, supponendo che qualcuno faccia roteare fra le sue mani il globo terrestre (come aveva fatto un conte raffreddato, in febbraio, a Bruxelles) o che studi il planisfero, si potrebbe dire che il dentista fosse sceso di un centimetro, al più un centimetro e mezzo (all’incirca cinquecento chilometri, di fatto), fino a una delle basi dell’impero, dove terminava la ferrovia e dove si scorgevano, ancora una volta, le acque del Danubio. Una volta giunti a Baziaş, un piccolo borgo cupo, invaso dal commercio del carbone, le valigie, le borse e i bauli partiti da Berlino, insieme al loro proprietario e al gatto dentro al cesto, salirono una seconda volta su un vapore. I documenti dei passeggeri furono controllati attentamente, così che la professione di Herr Kranich non rimase estranea al capitano, un individuo con i baffi accurati e con una buona memoria. Questo fatto, a prima vista di minore importanza, cominciò tuttavia a crescere, bruscamente, da qualche parte fra le enormi rocce nelle quali il fiume si era tagliato il letto, crebbe e crebbe ancora, si gonfiò e divenne un fatto importante di fronte a un’isola oblunga, occupata da un forte, da case bianche, da un monastero francescano e da coltivazioni di tabacco. Là, vicino all’isola che aveva un nome per certi versi turcizzato, Ada Kaleh, l’ufficiale di quarto apparve precipitosamente sul ponte inferiore, gridò il nome di un uccello migratore e trovò un uomo pallido e magro, che teneva sul grembo un gatto. Lo pregò di venire urgentemente in una delle cabine della I classe, dove una baronessa, una giovane russa, stava per dare alla luce. Nonostante la sua inclinazione per la guarigione dei denti, il dottore non esitò, corse a prendere la borsa e si affrettò a giungere nella stanza né ampia, né angusta, con gli oblò assolati, in cui la donna gemeva e tremava, livida, bionda, spaventata e attonita, distesa sul letto. Axinia Larisa Iakovleva si trovava alla fine di un viaggio di nozze durato più di un anno, aveva bagnato l’abito e le lenzuola per la rottura della placenta, sprofondava nei supplizi del parto, mentre suo marito, un uomo maturo, molto più maturo, le accarezzava e le baciava le mani, parlava in modo sconnesso, lagnosamente, piangeva (così, fioco), si colpevolizzava per aver calcolato male il termine e per aver rimandato il ritorno a casa. Joseph guardò e tacque, per un quarto di minuto, mezzo, non rimase impressionato dal lamento del barone, gli prestò una bottiglietta con i sali, lo invitò a uscire in corridoio e gli chiese di far portare una pentola con acqua bollita. Poi il tempo si allungò ancora una volta, come una chiocciola pigra, a volte si serrava nel suo guscio e si appisolava, altre volte avanzava in modo incerto, fino a quando l’infante vide la luce del giorno verso sera. Era un maschietto biondo, che strillava forte e in maniera impressionante: aveva genitori russi, era stato assistito nel parto da un dentista svizzero (tedesco, in realtà) e si trovava su una nave piroscafo austro-ungarica, con un capitano ceco, fra la sponda romena e quella bulgara, entrambe battute da venti provenienti da Istanbul. Grazie a Osip Afanasievici Iakovlev, il medico buttò giù quattro bicchieri di vodka, grandi, colmi e riconobbe di non avere mai assistito prima a una nascita. Seppe con certezza, quando il cielo e gli uomini sul ponte oscillavano vertiginosamente, che il suo primo bambino sarebbe stato anche lui un maschietto. Battendo il Danubio con le pale, a intermittenza, come se avesse avuto sulle fiancate delle ruote di mulino, il vapore aveva passato da molto Turnu-Severin, dove lui sarebbe dovuto scendere, e stava per approdare a Giurgiu. Fino a là, Joseph dormì come un ghiro, nemmeno due ore, dimenticandosi di Siegfried, della giovane mamma, del passato e del futuro. Sulla terra ferma, lo accolsero una tempesta di sabbia e decine di uomini, alcuni scalzi, che si accalcavano per portagli i bagagli. Una volta nel coupè che lo sballottava nel viaggio verso Bucarest trovò l’anello di diamante. Era dentro la scatola dei fiammiferi. Accanto alla pipa. Lo aveva visto già nella mano sinistra del barone russo, al dito medio, quando avevano brindato per la buona stella del nuovo nato. Rise.
*
             All’inizio, una luce diffusa coprì dettagli e particolari, lasciò che si distinguessero solo sagome e grosse pennellate, così che le loro storie personali finirono per somigliare come due gocce di vino. Tuttavia, le gocce di vino non sono come le gocce d’acqua, possono avere forme e colori identici, ma hanno sapori diversi; per esempio una goccia di cabernet e una di pinot noir. Nel suo viaggio verso i Principati, il capitano dei dragoni scrisse e inviò epistole al re prussiano, allo zar, all’imperatore francese e a quello austriaco, fu accompagnato dal fedele ciambellano von Mayenfisch, dal consigliere von Werner e da tre semplici servitori, indossò occhiali con lenti normali, senza diottrie, per non essere riconosciuto, passò dappertutto e sempre come Karl Hettingen, prendendo in prestito il nome dal castello svizzero di famiglia, quello di Weinburg, si ritrovò una volta vicino ad alcuni vecchi amici dell’esercito asburgico e si vide costretto a nascondersi dietro a un giornale completamente aperto, trascorse tre giorni in una locanda infetta in attesa di un vapore bloccato dai trasporti militari, saltò inaspettatamente sul pontone di Turnu-Severin, benché avesse un biglietto per Odessa, infine, accaddero moltissime cose diverse da quelle accadute nella peregrinazione del dentista, che non spedì lettere a nessuno, godette della compagnia di un gatto, ricevette il suo nome falso mediante la sostituzione di alcune specie di uccelli, non si camuffò e non scorse nessun volto noto. Nonostante ciò, nella logica dell’epoca, i loro viaggi si somigliarono come possono somigliare due gocce di due diversi tipi di vino. Poiché avevano seguito lo stesso tragitto, erano entrambi tedeschi, con passaporti falsi, entrambi avevano scelto posti nella II classe e avevano pensato, all’improvviso, al soldatino di piombo rinchiuso dentro una piccola scatola, rivestita di velluto marrone.
             Dopo aver messo piede, tuttavia, su terra valacca, uno l’8 maggio del 1866 (secondo il calendario giuliano), l’altro sette settimane più tardi, il 25 giugno, niente fu più uguale. Joseph Strauss non cercò un telegrafo per annunciare il suo arrivo nella nuova patria, non ebbe una carrozza trainata da otto cavalli, non traversò il fiume Jiu su una chiatta (all’alba, con un tempo da cani), non incontrò a Craiova una folla variegata e un arco di trionfo fatto di rami di salice, non ricevette la protezione di due file di fanti e non pernottò in una fresca residenza (conversando con una donna che ne aveva passate tante, Zinca, con il figlio di questa Nicolae, liberale e triumviro, con diversi ministri e con il capo del governo, un tempo bey di Samos), entrò a Bucarest da sud, attraversando una periferia puzzolente, in un coupè per nulla maestoso, non era venuto dalla città di Titu comunque (in un calesse addobbato con ghirlande, con dodici cavalli bianchi, scortato da un distaccamento di ulani e seguito da un corteggio cerimonioso), non si lavò e non indossò abiti di gala per ricevere in dono le chiavi della città (vicino al bosco di Băneasa), non ascoltò il discorso del sindaco (che suonava all’incirca così: «Sovrano della Romania! Ti ho dato la corona di Ştefan il Grande e di Mihai il Prode, da oggi in poi tuoi antenati, restituiscile tu il suo antico splendore! Fa di questo bel paese la sentinella avanzata della libertà moderna, il viale inespugnabile della civilizzazione occidentale!») e non rispose in francese, destando prima rumori, in seguito acclamazioni e alla fine una pioggia torrenziale (la prima dopo tre mesi di siccità), non percorse da un capo all’altro quella strada lunga e larga, l’unica lastricata (chiamata Il Ponte di Mogoşoaia), impressionato dalle buche, dai miasmi e dagli edifici, non si sforzò di rimanere dritto e controllato in mezzo a tanti sballottamenti, fiori, bandiere, tappeti stesi alle finestre, evviva (o urla della folla), salve di cannone e scampanate, colombi bianchi che svolazzavano verso il cielo, cornacchie che volavano spaventate e fogli di carta (con poesie scritte in bella calligrafia) che fluttuavano come foglie secche (in piena primavera), non salutò gli alpini e nemmeno le truppe di fanteria, di cavalleria e di artiglieria che gli rendevano onore, non chiese (davanti a una casa di un piano e con due soldati sulla porta) «Qu’est-ce qu’il y a dans cette maison?» e non insistette, non avendo capito la risposta, «Où est le palais?», non fu ricevuto sulla cima di un colle dal Beato Nifon (con una croce dorata a destra, con il Vangelo argentato a sinistra e con un sinodo di preti alle sue spalle, in preziosi paramenti sacri), non assistette alla messa della chiesa metropolitana e non entrò nella sala grande del Parlamento (alquanto piccola, di fatto) per pronunciare la prima parola in romeno della sua vita («Jur!»), per seguire Manolache Costache Epureanu che tossiva e si chiariva la voce (in qualità di presidente dell’Assemblea Costituente) e per essere proclamato Domnitor (una specie di re, cioè) di quel paese. Ma, come al mondo nulla è perfetto, neanche le dissomiglianze, ci fu anche una cosa in comune nel loro arrivo a Bucarest. Il principe Karl Eitel Friedrich Zephyrinus Ludwig, prima di essere chiamato Carol I, ed Herr Joseph Strauss, appena dopo essere giunto nel centro della città, spalancarono gli occhi e si meravigliarono quando videro molti maiali che sguazzavano nel fango, liberi e grassi, proprio sotto le finestre della casa che era considerata il palazzo principesco. Tutto qui.
             E quando il giorno 25 giugno iniziò a spegnersi, tanto che le nuvole di polvere si disperdevano sempre più e le immondizie scomparivano pian piano nel buio, il dentista si fermò in una locanda, vicino a un fiume, si ritrovò con delle salsicce piene di sego e non ebbe più la forza di intingere la penna nel calamaio. Appena l’indomani mattina, dopo aver disciolto dieci gocce di chinino nello zucchero bruno e aver chiesto un bicchiere di latte per il gatto, scrisse con comodo al suo benefattore. In uno dei giorni seguenti, dopo essere stato ricevuto nel gabinetto di lavoro del sovrano e dopo che questi, a cambio del soldatino di piombo, gli affidò un luogotenente di guardia che lo aiutasse a cercare un’abitazione, Joseph si imbatté in una strada tedesca, con commercianti di ogni tipo, con avvocati, artigiani e farmacisti, con notai, funzionari di banca, gioiellieri e orologiai. Si chiamava Lipscani, nome che ricordava Leipzig. Presto, il dottore berlinese scoprì che lui non era l’unica ombra del capitano dei dragoni, così come, per ingenuità e per evitare di lambiccarsi il cervello, aveva immaginato per un tempo. Intorno al trono brulicavano innumerevoli ombre, fra cui un medico con grado di colonnello, bastardo, a quanto pare, un signore chiamato Brătianu, con le iniziali I e C, e un professore che parlava in modo molto strano, forse in latino, benché si sforzasse di inculcare al sovrano la lingua romena. Inoltre, Joseph venne a sapere che non era neanche il primo dentista della città. In mezzo a romanzi, versi e volumi di scienza, trovò da qualche parte un libretto rosso, in cirillico, sulla cui copertina il libraio gli lesse «I. Seligher, dentista in Bucarest; Guida per la pulizia della bocca e il mantenimento della salute dei denti. Era stato stampato nel 1828. Lo comprò.
 

About this issue

This July, The Observer Translation Project leaves its usual format to present a special CRISIS ISSUE. Things are tough all over. Hard Times suddenly feels like the book of the moment. The global economic crisis impacts life as we know it, and viewed from Bucharest the effects reverberate in domains that include geo-politics and publishing in Romania and abroad, with the crisis at The Observer Translation Project as an instance of a universal phenomenon. read more...

Translator's Choice

Author: Stelian Tănase
Translated by: Jean Harris

From Maestro: A Melodrama. Episode 7

Emiluţa has an unfortunate thought. She’ll throw herself off the top of the building. Why? What the fuck? Let’s say for the cause of PeaceonEarth, for the slumdogs, Europe, for the lonely. Which is to say she doesn’t have a ghost of a reason. Viva Walachia! The way things stand, if ...

Translator’s Note
Translator’s Note: a synopsis
Author: Ştefan Agopian
Translated by: Ileana Orlich

How I Learned to Read (from Tache de Catifea / The Velvet Man)

The bearded man was the owner of an apothecary shop where he worked with two apprentices. Nobody paid me any mind, so I spent all day in what was supposed to be the shop. I say this because it was a large, dark room full of odors—a mix of smells from everywhere. The room hadn’t been cleaned ...

Translator’s Note
Re: Learning to Read, from Tache de catifea / The Velvet Man
Author: Gabriela Adameşteanu
Translated by: Patrick Camiller

Wasted Morning - Napoleon in Bucharest

“What you’ve got here is heaven on earth,” Vica says as she drops onto the kitchen chair. “But where’s your mother?” “At work,” Gelu lazily replies, leaning sideways against the door. “She’s doing mornings this week, didn’t you know?” He is tall and thin, with unset ...

Author: Petre Ispirescu
Translated by: Jean Harris

Youth Without Age and Life Without Death

It happened once as never before-y, ‘cause if it couldn’t be true, it wouldn’t make a story about the time when the poplar tree made berries and the willow tree broke out in cherries, when bears began to brawl with their tails, and wolf and lamb, unfurling their sails, threw arms around each ...

Translator’s Note
On Petre Ispirescu
Exquisite Corpse

Planned events in Cultural Agenda see All Planned Events

17 December
Tardes de Cinema Romeno
As tardes de cinema romeno do ICR Lisboa continuam no dia 17 de Dezembro de 2009, às 19h00, na ...
14 December
Omaggio a Gheorghe Dinica Proiezione del film "Filantropica" (regia Nae Caranfil, 2002)
“Filantropica” è uno dei film che più rendono giustizia al ...
12 December
Årets Nobelpristagare i litteratur Herta Müller gästar Dramaten
Foto: Cato Lein 12.12.2009, Dramaten, Nybroplan, Stockholm I samband med Nobelveckan kommer ...
10 December
Romanian Festival @ Peninsula Arts - University of Plymouth
13 & 14 November 2009. Films until 18 December. Twenty of Romania's most influential and ...
10 December
Lesung und Gespräch mit Ioana Nicolaie
Donnerstag, 10. Dezember, um 19.30 Uhr Ort: Szimpla Café Gärtnerstrs.15, ...
 
 

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