N.d.T. - “Come il sole, per quanto da esso dipende, si comporta in modo uniforme verso tutti i corpi da illuminare, quantunque tutti non possano partecipare la sua luce in maniera uguale, così Dio si comporta in maniera uguale verso tutte le cose, sebbene tutte le cose non si comportino ugualmente nel partecipare la sua bontà, come comunemente viene affermato dai santi e dai filosofi. Ma a causa dell'uguale comportamento del sole verso tutti i corpi, non è esso la causa della diversità per cui qualcosa è tenebroso e qualcosa è luminoso, ma lo è invece la diversa disposizione dei corpi nel recepire la luce del sole. Dunque anche la causa della diversità per cui alcuni si salvano e altri si dannano, o perché alcuni sono predestinati e altri sono condannati, non è da parte di Dio, ma da parte nostra; e così si conferma quanto detto prima.”
Le questioni disputate, Tommaso d'Aquino
Sembra che solo il suo corpo ti impedisca ancora di dissolverti nella notte artificiale della stanza, la sua pelle che brilla, diafana, ti impedisce di andare di là, a rannicchiarti nel pianoforte. I suoi sospiri ti mantengono intatto, lei, più staccata di te dalla realtà, ma più concreta, più viva, tu sembri morto. Lei si irrigidisce, il telefono squilla, lascialo stare per Dio. Tu vorresti eternarti con lei in questo istante di sgomento, non glielo dici, sarebbe stupido, tutte le coppie si dicono la stessa bugia. Di fronte a te l'immagine di miliardi di accoppiamenti in un paesaggio di nuvole, creature accoppiate che riempiono il cielo. Lei non vuole staccarsi dal tuo abbraccio, lei ti colpisce con i pugni sul petto, lei dice: non abbiamo il diritto di essere così felici, la pagheremo, vedrai!
Non morirete mai, lei è lo scoiattolo e tu sei una tartaruga pigra e taciturna. Tu sei anche una bestia, oh, brute chérie. Lei ti ammalia sulle lenzuola, mentre accarezza i suoi capelli magnifici. Lei si dà a te, lei è solo tua; lei polpacci e lentiggini più occhiali e filosofi presi in prestito a volume Husserl e Sartre, siamo condannati alla libertà, l'inferno è l'altro, tu sei il mio purgatorio, ti ammonisce dolcemente, non il purgante, bestia, ti ho detto che sei una bestia e mi è saltato anche un punto al pullover, lei lavora a maglia il vostro primo pullover, dopo il vostro primo anno, la prima notte d'amore, nel rumore di una lavatrice dei vicini. Non era nemmeno notte, un pomeriggio e una sera in un quartiere lontano di una casa sconosciuta, accanto all'immagine dei panni stesi ad asciugare e il ricordo dell'odore di caffè e della cera sul parquet, il paesaggio innevato di novembre, la vostra prima neve insieme, uscite sulla porta abbracciati, la stufa arde, le finestre si sono appannate, scende una neve fragile, si ode appena, nevica piano. Un triste meccanismo scomposto che rotola sui tetti. Lei tace, sprofondata nella tua spalla, su quel balcone utilizzato come ripostiglio per le cose vecchie, mascalzone, spingimi lo slittino. E nevica nel paesaggio della periferia, ricopre le cabine telefoniche, ostruisce i vicoletti, la neve cresce come per miracolo sui marciapiedi, i passanti di questo fondale oceanico nuotano silenziosi, muovendo adagio le alette rosa-marroni, e rivolgono lentamente in su un occhio esoftalmico. E la neve cade, seppellisce carrozzerie e ne confonde le parti inferiori, i lampioni rimangono accesi tutto l'inverno. Dietro alle finestre, nascosti, ascoltate i tuoi dischi graffiati; lei sfaccenda in cucina, tu strimpelli il piano. Lei svolazza tra barattoli di sottaceti, lei si punge il dito quando cuce, lei si smarrisce nel marasma di utensili tritacarne solenne color mattone, fornelli del gas lucenti farmaceutici, scaffali di ripostigli, padelle appese alle pareti, bottiglie di salsa alle verdure, corde con affumicati appesi. Lei ha parenti in provincia, i parenti hanno discrete proprietà. Lei è l'unica studentessa, orfana, e le vogliono bene. Non uscite di casa, la vostra vacanza da studenti, la prima, la sprechi solo guardando cosa succede fuori, tu non hai più tempo di spingerla con lo slittino, riesci appena a scendere a prendere il pane, il caffè, le sigarette, la vodka, e all'inizio di febbraio tre buste di patate. A te basta che lei esista, che il tempo non si riempia solo a metà. Lei ti ama, lei è tenera, come una gatta, lei guarda la televisione tutta la sera, le piace, lei si scorda di te, non interromperla durante il film quando ride – un riso estraneo – quando piange e sei geloso di quel divo che le strappa le lacrime – quando parla senza sosta commentando che diamine succede a un lui o a una lei – quando si è scordata di te, inghiottita dalla ventosa bluastra dello schermo. La lasci stare, la sorvegli, la guardi con la coda dell'occhio, è così facile che qualcuno te la porti via, eccola ora estranea, fuori dalla vostra storia. Dopo aver girato il bottone, si ricorda di te, uffa. Imbronciata, si mette a friggere fette di pane ammollate nei tuorli, tira fuori i ciccioli dal barattolo, prepara del tè, vuole recuperare quell'ora in cui ti ha dimenticato, tu leggevi assorto Guerra e pace, a lei non piacciono i classici, Dostoevskij eccetera, un po' Cechov, Gogol è un idiota, sei uno all'antica, caro mio, buono da buttare, se sopravviveremo, se sopravviveremo in questi paesaggi e nei loro odori, se sopravviveremo, Sandu, se eh, cosa succederà se il nostro amore morirà, suicidiamoci finché siamo felici. Sbang, la sua immaginazione da telefilm funziona come un orologio, si vede descritta da un autore elisabettiano, immortalata sulle pagine dei giornali e senz'altro osservata. Lei è vanitosa, lei avrebbe voluto fare la ballerina, adorata circondata dagli ammiratori, per il momento mi accontento di te, un fallito, un pianista mancato, che si mantiene appena facendo il corripetitore del coro sindacale. Lei ride, ti abbraccia subito perché tu non riesca a dire nulla, e questo non ti piace, intuisci una minaccia, un pensiero segreto. Lei vorrebbe che tu la immortalassi nuda, lei è splendida quando getta la biancheria in tutti gli angoli della stanza e rifiuta per un giorno intero di mettersi qualcosa addosso; quando sarò una vecchietta, per la vergogna, porterò tutto il guardaroba persino dentro casa. Non glielo confessi, vorresti fotografarla, se avessi un posto dove sviluppare le foto, il suo corpo rimane un tuo segreto, lontano da sguardi estranei. Lei tace, a volte, assorta nei suoi libri, sgobba per gli esami, vorrebbe descriverti il pensiero di Hegel, l'idea che quatta quatta si insinua nella natura, abbraccia il sociale facendo la storia, e torna ritrovandosi nella propria realtà, ma tu sei un idiota, torna al tuo Schumann solingo e malato. La sera ti parla della grazia, di come la vede Pascal, in una domenica di sole degli idoli di Bacon, del foro, del teatro, della grotta... passa senza interrompersi alla cosa in sé, senz'altro i kantiani minuziosi freddi coerenti, ti viene la nausea. Tu la ascolti, ti ispira una specie di devozione, quante parole si possono dire sul nulla! Lei ricorda addolorata la mancanza del padre, a volte racconta delle città di provincia dove ha trascorso l'infanzia, gli uomini di sua madre avevano la precedenza, i suoi occhi hanno assistito a scene di vario tipo. Questo l'ha resa sensibile; lei ha bisogno d'amore, di protezione, non deve immischiarsi nessuno nei suoi sentimenti, specie perché senza amore non può vivere. La tormenta l'assenza del vero padre, si immagina la sua voce, i suoi gesti virili (tutte queste cose le cerca in te, forse gli assomigli?), sogna una targhetta sulla porta che informi che nell'appartamento abita una famiglia non divisa, di avere qualcuno che ti difenda, di non dover tacere quando ti chiedono di chi sei figlia. Papà è morto. Questo è il suo mestiere da quando un camion lo ha ridotto in poltiglia sulla strada.
Sono serate lunghe, con movimenti rapidi raccoglie tutte le cose sparse in camera, si fa prendere dalla frenesia del pulito, ti scansa, spazza, spolvera, si innervosisce, non ti sopporta più, butta i panni nella vasca, si mette a lavare, cantando le romanze che le cantava sua madre, scansati, abbassi il coperchio del piano, ti stringi in un angolo, ma meglio sparire a comprare le sigarette, lei, frenetica, mette la casa sottosopra, cambia la disposizione delle cose, ti ordina di battere il tappeto, di comprare il petrosin, di deciderti a farti la barba, di essere cortese con i vicini, di dire buongiorno, tu tieni la testa bassa e non vedi nessuno, e curati un po' di più, sudicione. Cambia le lenzuola, metti l'acqua a bollire, spalanca le finestre finché non fa freddo, così freddo che mentre chiacchierate battete i denti e vi viene da ridere. Prima a lei. Più tardi, dice, guardando la nuova sistemazione, farò delle fodere per i divani e delle tende in tinta, potremo ricevere ospiti, ora siamo troppo poveri per farlo, vorrei che avessimo delle vesti da camera – si interrompe per sistemare un soprammobile fuori posto sul comodino – che crepitassimo per quanto siamo inamidati, vorrei che ci fosse rumore, gente, sai, a volte mi stanca stare da sola, mi dico che in questo modo ti tengo con me. A te, Sandu, non piace la gente, ne hai paura, ti nascondi nella tua musica e fai a meno del resto, io non ci riesco. Ti descrive entusiasta un'indagine sociologica alla quale ha participato, ha conosciuto le situazioni più strane, delle persone straordinarie, e un tipo notevole, il professor Dionisie; per un semestre ha avuto qualcosa da fare e non si è annoiata, e poi sei comparso tu, cosa ci farai mai nella mia vita, e canticchiava una vecchia canzone.
Potremo viaggiare, vero?! Dopo un po' sarà più facile per i passaporti, avremo soldi, andremo a rovistare nei negozi di antiquariato. Leggeremo insieme i piccoli annunci pubblicitari la rubrica morti e feriti, cani schiacciati dichiarati smarriti come documenti, la rubrica farfalle e lumache, la rubrica per i coltivatori di funghi e quella dei collezionisti di orologi ed etichette, la rubrica dei divorzi e dei matrimoni, do lezioni di campana e di seduzione, descrivo minuziosamente le nuvole e le enciclopedie, racconto storielle divertenti alle signore e ai signori attempati, faccio la corte alle grassone, alle storpie, cerco un ottimo partito. Sfoglieranno gli almanacchi con indifferenza, ci moltiplicheremo. Faranno dei figli, non ci lasceremo, è un delitto lasciare i bambini senza un genitore. Veniamo entrambi da famiglie distrutte, spiega lei, girando per la stanza con la matita fra i denti, sappiamo cosa vuol dire vivere senza un focolare. Blablablabla, non la stai molto a sentire, quando comincia a mettersi in cattedra ti appisoli, chiudi le palpebre e dormi con un occhio solo, muovendosi nella pallida luce della lampada avvolta nel giornale, lei si immagina che tu la segua, mentre ti passa per la testa un passaggio difficile di Liszt. Compreremmo ogni mattina fiori freschi, assumeremmo una tedesca che abbia cura della casa, ti farò dei maschi, mascalzone, compreremmo un appartamento in un quartiere tranquillo, non ci mancherebbero le arance, e poi gli amici, i viaggi all'estero, vivremo decentemente, in eterno misericordiosi verso i nostri debitori, saremo buoni, non litigheremo per nessun motivo. Lei lanciava un proclama, tu annuivi pacatamente, ma mi stai a sentire o sei sordo? Confermavi, aha, andiamo a letto. Fuori nevica fitto, sipari di seta scendono sul paesaggio carico di panni irrigiditi sui fili tesi, alcuni fanno la fila per le bombole del gas, un crepuscolo azzurrato, pattinatori vivaci che attraversano la finestra di sinistra, il negozio di gassose vuoto. Tu che dici, Dio esiste?! le chiedi. Lei ridacchia fascinosa tra sé e sé, preme col dito un si bemolle, beh, preme col dito un sol, poi subito un re, io dico di no. Va bene, ma c'è qualcosa che regge questo mondo, non credi? Io percepisco una presenza estranea e potente molto vicina a me quando esco la notte a prendere il latte e mi imbatto in un freddo oscuro, se non ci fosse... Che sciocchezze, anche se non esiste, siamo sempre dei mortali! dice lei, e lascia cadere rumorosamente il coperchio del piano. Sandu trasale, le dice a bassa voce: se tanto dobbiamo crepare, che vada al diavolo tutto, rompiamo il pianoforte in mille pezzi, dai, buttiamolo dal balcone, sai che baraonda! Nevica, le finestre tintinnano ghiacciate. E se questo mondo fosse fatto da qualcuno che se la ride di noi? prima o poi ci perderà, ci ha mischiato le vite, ci ha aiutato ad elevarci – continua lei concitata, con gli occhi sulla finestra – e poi gli dispiacerà di averlo fatto e ci distruggerà. Spingerà me contro di te e te contro di me. Le scempiaggini di chi ci sta intorno, alle quali ora siamo immuni, ci pervaderanno. Ho paura, Sandu! C'è qualcosa oltre a noi, un occhio che ci guarda quando facciamo l'amore. Non un essere universale. Piuttosto un orologio che spezza le ossa di chiunque cerchi di caricarlo. L'amore è una sfida, e si paga a caro prezzo.
[...]
[1] Nella Romania degli anni Ottanta, un impiego da dattilografa era un posto molto ambito e ben remunerato, specie per i lavori extra che si potevano ottenere (es. copiatura di tesi universitarie).
[2] Fondul Plastic: istituzione statale presso cui era possibile acquistare produzioni artistiche e d'abbigliamento realizzate da prestigiosi atelier di artisti. In quegli anni, faceva molto bon-ton dire di aver acquistato un abito al Fondul plastic.












