Effetto d’eco controllato

Mircea Nedelciu | November 01, 2008
Translated by: Mauro Barindi

 

Effetto d’eco controllato

Un bicchiere di vetro spesso, incrinato lungo il bordo, riempito di vino bianco, color giallognolo, la luce intensa della lampada sulla scrivania, una risma di carta bianca, un rumore di rubinetti propagato attraverso le tubature, in tutto il palazzo, una porta socchiusa, l’entrata, un’altra porta socchiusa s’intravvede attraverso la prima, nella sala da pranzo. Cornelia sta discutendo di qualcosa con una collega di lavoro. Una parte del suo ginocchio, ora il naso e la fronte, ora una parte dell’avambraccio occupano il quadro alto e stretto dello spazio socchiuso della porta. Le loro voci emettono ogni tanto una vocale più acuta o addirittura una parola intera, incomprensibile, senza contesto. Il mondo, quindi, ma il mondo visto attraverso una fessura come questa, scomposta in brandelli non funzionali, non anatomici. Una delle porte si chiude di colpo. Ora, senz’altro, sono passate a un pettegolezzo più condito, uno di quelli che non ammettono più troppi testimoni. Sguardo a lungo fisso sulla porta.” Ora sei un topo, amico mio, dice Pictoru, un topo dal pelo grigio e dagli occhietti atterriti. Sei seduto alla tua scrivania, davanti a dei fogli, ma non tenti nemmeno di rosicchiarli, leggendoli o risolvendoli, cerchi in realtà un buco in cui nasconderti il più rapidamente possibile. Vuoi bere un caffè? Dai, facciamo il caffè! O hai paura che ti faccia male alle arterie? Anzi, se alla prima occasione mi dirai una cosa del genere, ti sbatto fuori. Ma sai come? Piglio e ti butto fuori dalla finestra. Sono clemente perché siamo al pianterreno. E lo sono anche perché so che prima sei stato un cane randagio e ti sei trasformato in topo perché non ti ha acciuffato l’accalappiacani. L’accalappiacani si è dimenticato di te, amico mio! E allora hai creduto che la cosa reggesse, un cucchiaino di zucchero è sufficiente?”

            Lo ascoltavi trattenendo a stento un sorriso, come al solito, e scrutavi da vicino una delle sue tele di grande formato, appena iniziata. Sapevi che questa cosa gli dava sui nervi. Senza il suo permesso ti era rivelato il segreto di determinati effetti cromatici, e in seguito, quando il quadro era finito, se gli dicevi “so come hai fatto qui, hai passato il pennello prima così e poi così!”, esplodeva, ti accusava di fare la spia, si considerava danneggiato. Altre volte, invece, sebbene tu esaminassi con molta attenzione un quadro nelle sue diverse fasi, non riuscivi ad arrivarci ed era al culmine della gioia, quasi più contento di una mostra dall’esito trionfale.

            Alle tre e venticinque minuti, la porta dell’ufficio si apre, ne sbuca fuori un naso appuntito, bello sporgente, un naso ben noto a tutti quelli dell’ufficio, “che cavolo vorrà questo ora, sono quasi le tre e mezza, dobbiamo andare a casa”. Lo sguardo schiacciato dalla porta non sufficientemente aperta, non indugia sui documenti già impacchettati, quindi non è proprio uno sguardo da capo, cerca qualcosa e, dopo averla trovata, s’illumina in un sorriso:

            “Compagno Griguţă, non te ne andare, ti voglio parlare di qualcosa, inteso?

            “Sì, compagnooo…”

            Ma la porta si richiude immediatamente. A quest’ora gli viene in mente di parlarti di qualcosa, come se non ne avesse avuto il tempo fino adesso! Gli altri cominciano a vestirsi, le donne si danno una controllatina ai grugni nei piccoli specchi custoditi appositamente nei cassetti. Sono le tre e trenta minuti. A turno ti salutano con un tono chi più, chi meno subdolo.              

            Out of graces, back in graces! dice l’ultimo, facendoti per scherzo un inchino esagerato con il berretto.

            Assaggi il vino e fai una smorfia. Non sei un grande conoscitore, ma siccome non sei abituato a questa osannata bevanda (alcuni si spingono addirittura ad affermare che può essere analizzata come un’opera d’arte, applicando semplicemente gran parte dei principi dell’estetica), il primo contatto ti sembra, di solito, sgradevole. Fai un po’ di ordine sulla tua scrivania, sposti inutilmente la lampada per trovarle una posizione migliore e di nuovo il tuo sguardo si concentra sul vino di color giallognolo e sul bicchiere non troppo elegante che lo contiene.

 

Quello era un vino rosso, di colore intenso, quasi nero, che il responsabile aveva preso dalle sue sperdute riserve personali, e Fatache aveva apprezzato il gesto lanciandosi subito in una lunga discussione su quale fosse il vero pregio in un vino come quello, assaggiandolo, sciorinando le proprie conoscenze da viticoltore di cui il responsabile (ancora in piedi e un po’ piegato in avanti) si meravigliava con stupore anche se non erano proprio del tutto esatte. Tu eri comunque sorpreso del fatto che “il compagno Fatache” ti avesse invitato al suo tavolo e cercavi ogni tanto di intervenire, assecondandolo, certo. Anche Triescu era sempre d’accordo con Fatache, fingendo di non capirci nulla in materia di vini e facendo domande scontate. Dopo una decina di minuti il responsabile si era scusato amabilmente, lasciando capire che era indaffaratissimo (effettivamente, è poi andato su e giù per la sala per una mezz’ora, stando attento ai camerieri, lanciando loro con discrezione dei gesti o apostrofandoli con lo sguardo), e se n’era andato.

Fatache aveva insistito ancora per un po’ sull’argomento del vino (tu e Triescu non avevate smesso un attimo di essere tutt’orecchi, sperticandovi in gesti affermativi e in affermazioni zeppe di “straordinario!”), poi era passato ai suoi viaggi all’estero, alle donne, agli ebrei, alle dicerie. Ogni tanto chiedeva anche a voi di raccontare ciascuno una barzelletta ed eravate contenti, certo con fare misurato, quando Fatache si sbellicava dalle risate prima ancora di sentirne il finale.

 

            Tutto questo dovrebbe essere messo per iscritto e già la lampada ti sembra che sia collocata male, inspiegabilmente ti senti prudere la pelle, la porta che loro hanno chiuso con aria cospirativa ti fa innervosire, mentre il vino ha un gusto impossibile.

            - Perché non ti prendi anche tu, così, di tuo, non dico le ferie, ma qualche giorno libero per fare una scappata in montagna con me? O tua moglie non te lo permette?

            - Ora non posso, ma lo farò!

            - Ti voglio mostrare le foto che ho fatto lì, non ti ho forse raccontato che mi sono comprato una casetta rustica? Trentamila, non è nel villaggio, quelli che ci abitavano hanno traslocato, non sanno più che cosa farsene, e sono stati contenti che si fosse fatto avanti un pazzo che gliela comprava per tremila!      

            Lo vedi mentre fa ordine sul tavolino di legno, sporco, collocando le due tazze, il portacenere, le sigarette, spegnendo una luce, accendendone un’altra “è un maniaco!” pensi e tenti di immaginartelo lì nella casetta rustica, priva del pavimento, lo vedi mentre accende il fuoco con pazienza, lo ammiri, in realtà, per questo permanente contatto ritualistico con la materia, gli vedi impressa sul volto una gioia cui tu non hai accesso.

            - Le ho portate a farle sviluppare, domani il rullino sarà pronto e me ne occuperò io, ho trovato della buona carta, ungherese, ha un contrasto eccellente. Oppure, meglio ancora, ti racconto quello che ho mangiato ieri, vuoi che ti racconti quello che ho mangiato ieri?

            - No!

            - Dai, su, topo abbacchiato, dai, lascia che ti racconti, è stato un banchetto in piena regola!

            Facevi sempre più fatica a interromperlo, porgli una domanda, fare in modo cioè che parlasse di quello che ti sta tormentando.

            Alla fine la porta dell’ufficio si era aperta di nuovo (eri da solo, fumavi ed erano già le quattro meno venti) e per primo si era fatto avanti quello strano naso (tanto più strano se è un capo ad avercelo), poi il corpo intero di Bencu e il suo sorriso furbesco, pronto in ogni istante a trasformarsi in una maschera d’intransigenza.

            - Compagno Griguţă”, aveva detto sedendosi e facendoti segno di riaccomodarti (al lavoro sei Griguţă o il compagno Griguţă, per le ragazze, quando eri scapolo, Grig, sulla carta d’identità, Gregor Vranca, all’università eri Volens, nolens, ageasmus Gregorius bebit, mentre a casa Cornelia ti chiama da sempre Grig), ecco  perché ti ho pregato di rimanere ancora un po’, andavi di fretta? ...

            - No

            - Beene, ecco… tu allora sei stato con Fatache, quello del ministero, a Sibiu, quando si è ubriacato, quando ha fatto quello che ha fatto, quando avete pagato voi, tu e Triescu, vero?”

            - Già, così è stato, ma…

            - Ecco, ti prego di non fraintendermi, quello che voglio da te, Triescu già me l’ha fatto, è che tu mi butta giù alcune pagine su come sono andate le cose e-sat-ta-men-te!

            - !!!

            - Sai… cioè, te lo ripeto, non mi fraintendere, tu sei una persona seria, noi dobbiamo… con le nostre stesse forze… capisci? cioèèè… individui come quelli… che… tramite conoscenze o che fanno credere che ce le hanno, sai… il valore, no, e che vuol dire che lui è al ministero e noi qui? Come sono andate le cose e-sat-ta-men-te, nooo… ti inventi qualcosa, che so io, no… mi segui?

            - Sì, ma…

            - Lo so, non devi aver paura, nessuno lo sa, guarda, non devi neanche firmare col tuo nome, scrivi come sono andate le cose e basta, va bene? Puoi? Griguţă? Puoi?

            - Io potrei anche, ma…

            - Guarda, facciamo così, tu vai a casa, ma ti prego, tu ci rifletti sopra, vedi tu, ti ricordi come sono andate le cose, sì, e scrivi. Due, tre pagine, non di più, va bene?

            Parlava a bassa voce, quasi bisbigliando, sebbene in ufficio non ci fosse più nessuno e forse neppure in quegli altri attorno, si era esageratamente proteso verso di te sopra la scrivania, tu tentavi di allontanare la sigaretta da lui, nel caso il fumo lo disturbasse, e lui, nonostante fosse un non fumatore, non se ne curava affatto e alla fine tu avevi accettato.

            - Ma… resta fra noi, vero? Non lo sa nessuno! Era tornato a ripetere e ti aveva stretto la mano, lasciandoti andare a casa.

            Lui si tratteneva ancora un po’, aveva ancora qualcosa da sbrigare. Forse era solo per evitare di uscire tutti e due insieme.   

            Fuori, in strada, l’aria dopo la pioggia ti aveva ringalluzzito, ma non per molto tempo e in nessun caso per il resto della giornata. Non avevi voglia in quel momento di pensare molto all’aria da respirare. Sicché improvvisante ti è saltato su di chiamare Pictoru. Non sapevi se fosse a casa, era partito per la montagna per alcuni giorni, ma ti sarebbe piaciuto scambiare due parole con qualcuno. Volevi ascoltare le sue considerazioni dette a fior di labbra, prive di realismo, comiche. Dopo che ti aveva risposto al telefono e che tu ti eri avviato verso casa sua, pensavi al modo in cui glielo avresti chiesto, semplicemente: “Un pezzo più piccolo ti chiede di montare una porcheria a un pezzo più grosso. Che cosa si deve fare in un caso come questo?”e a come, dopo, avresti ascoltato con piacere le sue strampalerie. Ma ora dovevi aspettare l’occasione più propizia.

            “ – Mia moglie ha una collega di cui ricorrono non so quanti anni di matrimonio, sai di quelli, come li chiamano, i nuovi borghesi, e hanno detto che organizzano un party. Hai capito cosa ti fanno quelli, “un party”! Che palle…! E mia moglie dice: “Mettiti il completo che andiamo a un party”. Ieri ho viaggiato in treno tutto il santo giorno e, di solito, quando si tira fuori il discorso del completo, divento una belva, ma quando ho sentito “un party”, sono sbottato a ridere e me ne sono andato. Avevo una fame, di quelle che ti vengono stando dieci ore di fila in treno, se sai a cosa mi sto riferendo. Se vuoi ancora del caffè, serviti!

            Il nuovo quadro  cui stava lavorando sembrava un ammasso di piccole casette, deformi, o una strada di periferia o un quartiere in demolizione. Un coacervo di geometriche macchie di colore si addensavano attorno a una specie di quadrato bianco che occupava il centro e sembrava una finestra aperta, attraversata timidamente nella parte inferiore da due rametti in fiore. Fuori quadro. Pictoru parlava, si agitava, rideva da solo. Come avresti fatto ora a distrarlo, a fargli una domanda e a convincerlo di seguirti nella condotta morale delle tue faccende? A farlo discorrere sapientemente del tuo capo, Bencu, il capo ufficio dell’istituzione più importante del ministero, e a esprimere un proprio parere, alla sua maniera, su quelle “due - tre pagine” che avresti dovuto scrivere sul conto di Fatache, l’omologo di Bencu al ministero?

 

È vero, Fatache allora si era preso una ciucca spolpa, aveva insultato i camerieri, aveva voluto fare a cartoni con degli operai che si erano seduti pure loro a bere qualcosa al tavolo accanto, faceva vedere a tutti “chi era lui”, sventolandogli il tesserino sotto il naso, tu e Triescu le provavate tutte per fermarlo e di colpo ne avete avute due così di “Fatache, il grande boss”, ma da qui ad assestargli un colpo così meschino alle spalle, così come ti chiedeva di fare Bencu, ce ne passava. Sta di fatto che, dopo la piazzata con i camerieri, al tavolo presentarono un conto astronomico, tutti avevano dimenticato che il vino era stato portato dal responsabile, un omaggio della casa, Fatache non era più lucido, il responsabile era irreperibile, tu avevi saldato insieme a Triescu tutte le consumazioni, ma questo non voleva affatto dire che Fatache vi avesse obbligato lui a pagargli da bere.

 

            La porta si apre nuovamente, questa volta viene spalancata un po’ di più, ed entra l’amica di Cornelia per salutarti.

            “Che stai facendo, Grig?” domanda lei e tu ti stringi nelle spalle con un sorriso colpevole, ma lei non può sapere che cosa c’entri la colpevolezza in quel tuo sorriso, cosicché non ci fa caso. Lavori ancora? Tu diventerai un luminare, caro mio!” fa lei e tu ridi con modestia ora, come chi un luminare lo fosse già, e non ci può far nulla, deve riconoscere i propri meriti.

            Anche Cornelia sta ridendo, la sua amica probabilmente ha fatto una battuta azzeccata. O l’hanno escogitata insieme, chi lo sa? Ti alzi e le rivolgi  un “Piacere di rivederti!”: lei è stata tua compagna all’università, ma in questo momento ti sfugge il suo nome. La accompagni insieme a Cornelia fino alla porta d’uscita, torni al tuo posto, assaggi ancora il vino bianco, ti ricordi che il pomeriggio, nello studio di Pictoru, invece di ascoltarlo, invece di compiere quel balzo nell’imponderabile che ti eri promesso di fare mentre andavi da lui, guardavi inebetito il quadro alle sue spalle.

            “ – E lei aveva trovato non si sa in quale fesseria di rivista o dai miei illustri confratelli dello Spaccio degli artisti un’idea per una gonna da sera che si intonava alla grande con la minchioneria e allo stesso tempo con il suo corpo. Una cosa più sciatta di quella non l’avevo vista da un bel pezzo, sicché io mi sono messo subito di buon umore e sono andato all’attacco del foie gras. Hai capito tu, topo d’ufficio, come si trattano questi qui dopo dieci anni di matrimonio? Mangiando foie gras, amico mio! A pensarci bene, lei non avrebbe affatto sfigurato con una bella collana di foie gras, avrei dovuto suggerirle l’idea, ma avresti dovuto vederli come alzavano tutti quanti il ditino della mano sinistra quando afferravano le posate per affondarle poi nel foie gras! Erano uno spettacolo! Aspetta, ho qui una cassetta con Jacques Brel, aspetta che te la metto, così senti cosa dice il tipo: “Les bourgeois/ C’est comme les cochons,/ Plus ça devient mieux,/ Plus ça devient bête! Per non parlare poi di quello su cui conversavano…! Non vale neanche la pena farne la caricatura. Devi vederli, e basta. Dove diamine le avranno tenute nascoste tutte quelle loro “qualità” quando erano più giovani, eh?

            Ora si sentiva il mangianastri mentre mormorava una melodia francese e vedevi Pictoru, con il suo grugno da filosofo cinico, mentre seguiva le parole del testo e rideva da solo, e dando di matto diceva:

            “- Oooh, ma a questo festino, mio caro, erano venuti anche gli dei. Erano venuti il Denaro, l’Appartamento (era di quattro camere ed era venuto con la Villa, che si era messa una collana di scale interne), l’Utilitaria, il Domicilio a Bucarest, il Passaporto, i Viaggi e i Parenti all’estero e altri Dei di poco rilievo. Si intrufolavano alla chetichella nelle sublimi conversazioni dei convitati, e questi non smettevano di far loro degli inchini.

            - E a questo che titolo darai? avevi chiesto troncandogli il sermone e indicandogli il quadro che stava alle sue spalle.

            - Questo, beh,  lo intitolerò “Via dell’Eco”, proprio così si chiama la via, sta da qualche parte in periferia, mi sembra che la stiano demolendo.”      

            Ora tenti nuovamente di concentrarti davanti al foglio di carta ancora in bianco.

            Come deve essere il testo affinché Bencu non se ne possa servire? Come si potrebbe fare affinché gli si ritorca contro? E in che modo si può dar forma sulla carta a quell’e-sat-ta-men-te come sono andate le cose” che ti ha chiesto con tanta insistenza? Non è forse proprio in questo modo che gli si ritorcerebbe contro? Come potresti, scrivendo il testo, rimanere comunque del tutto anonimo? Come devi iniziare, come devi finire per mostrare chiaramente che tu ti dissoci da Bencu e che scrivi per evitare semplicemente delle spiacevoli conseguenze? Ma, in realtà, se tu non scrivessi un bel niente e se ti presentassi al lavoro a testa alta (“Non posso fare una cosa del genere, compagno Bencu!”), che cosa accadrebbe? Lui ti lancerebbe un sorriso complice (“Non fa niente, compagno Griguţă!”), ma l’impresa ha succursali sparse in tutto il paese e in soli pochi giorni ci sarebbe bisogno di te per quattro – cinque mesi a Baia Mare o a Oradea o a Cluj, Cornelia ti metterebbe su un muso così (“sei sempre così tu, un pappamolle”), e molti altri piccoli fastidi si potrebbero accumulare. Ma sono sufficienti simili pretesti per fare una cosa meschina? In fondo, ogni fatto può essere coperto da futili giustificazioni, Bencu stesso te l’ha dimostrato, Triescu, a sua volta, sarebbe disponibile a fare lo stesso con te in qualsiasi momento. Lui non fa l’eroe. Ma la storia (la storia stessa di un’impresa o di un matrimonio) ha davvero bisogno di eroi? Non è detto che anche gli eroi, perché vengano fuori, abbiano bisogno di alcune condizioni. Che sarà mai questo eroismo di tutti i giorni e a che cosa conduce? E poi, hai tu forse la faccia da eroe? Tu, con i capricci di Cornelia, con le rate della casa da pagare, con la paura di essere trasferito troppo lontano? Siamo seri! E se anche non te ne fregasse di niente, hai promesso, hai promesso che avresti scritto “due – tre pagine”, sarebbe onesto fare marcia indietro? Scrivi, Griguţă, e non darti tante arie, che ti credi, che perché sei economista, sai tutto di quello che accade al mondo? D’altronde, anche Pictoru, quando alla fine gli avevi raccontato la faccenda, ti aveva detto di scrivere.

            “- Scrivi, caro il mio signor topo, una lettera a questo che ti ha chiesto ‘sta cosa e comincia così: ‘Te lo ficco in quel posto!’ e finisci con la stessa frase. Mi sembra una frase eccellente in casi del genere. Anzi, proprio bella, un capolavoro di stile!”

            - E Cornelia?

            - Ah, già, me n’ero dimenticato. Ne fai due copie e una la spedisci a lei, mi segui?”

            Per lui il problema era semplice come bere un bicchier d’acqua e si era messo a lavare le tazze del caffè. Poi le aveva appoggiate capovolte per farle sgocciolare, ed era ritornato al quadro.

            -“Sai, anch’io mi sono chiesto perché mai il Comune l’abbia chiamata via dell’Eco. Non lo so, mi prendesse un accidente se lo sapessi. Ma credo che senza volerlo sempre a questo sto pensando, guarda un po’ con attenzione come i colori si succedono dal centro verso il margine!”

            - “Sì, l’hai detto, ma questa è comunque una smorzatura, un effetto che resta entro i limiti della cornice, lo farai incorniciare, no?”

            A quel punto si era infuriato di brutto e ti aveva gridato:

            -“Ma certo che lo farò incorniciare! Lo farò incorniciare e lo esporrò e ci sarà un gonzo che me lo comprerà per appenderselo in salotto e mangiarci davanti del foie gras o patatine fritte, va bene?”

            - “Sì, va bene, l’hai detto tu, hai qualche altro disco nuovo?”

            Non ne aveva più e avete seguitato ad ascoltare Jacques Brel.

            Cornelia sbatacchia qualcosa in bagno. La scorgi mentre attraversa la stanza da letto, spegnendo le luci, vorresti che ti rivolgesse una parola. E lei, intuendo forse i tuoi pensieri, apre la porta e ti chiede:

            - Non vai a letto?

            - No, resto ancora un po’, buona notte!

            - Buona notte!

            È sufficiente anche così. La gente ha un grande bisogno di informazione. In ogni momento e di ogni tipo.

            - Vivere efficientemente significa vivere informati in modo adeguato, diceva Pictoru passati una decina di minuti, dopo essersi calmato un po’ e citava dai classici della cibernetica. Tutti i drammi del mondo antico sono stati scatenati, in fin dei conti, perché non si era informati in modo adeguato. Romeo, se avesse ricevuto in tempo la lettera dal frate, non si sarebbe più ucciso prima del risveglio di Giulietta. Il dramma avrebbe avuto un happy end. Ma il testo di Shakespeare avrebbe forse avuto lo stesso valore?”

            Eri sorpreso. Non avevi mai visto Pictoru che tentava in qualche maniera di giustificarsi.     

            In principio, oggi, un simile dramma non sarebbe più possibile. Una telefonata, un telegramma, un viaggio di un’ora in aereo, tutto può essere risolto.

            Già, ma tu non sai dove si trovi Fatache, si dice che abbia lasciato la città, non hai alcun modo di metterti in contatto con lui prima di domani mattina, e, poi, metterlo in guardia è una soluzione per te?

            “- Ma chi decide quale informazione è adeguata per me e quale no?”, aggiungeva lui e di nuovo andava su e giù per lo studio, accendendo una luce, spegnendone un’altra.

            Alla fine l’avevi salutato e te ne eri andato.

            Ora l’intero palazzo è immerso nel silenzio e neppure dalla strada perviene più alcun rumore. La notte troneggiava su tutto. Bevi ancora un sorso di vino e improvvisamente, come fulminato dal suo gusto acidulo, hai un sobbalzo: ma della storia con la ragazza Bencu a quanto pare non ne sa nulla. Se l’avesse saputo, ti avrebbe fatto notare che non dovevi dimenticare di aggiungerci anche quella.

           

Appena passata la mezzanotte, dopo che con difficoltà eravate riusciti a portare Fatache in camera sua e voi a tornare in camera vostra nello stesso corridoio, avete sentito un grido. Siete usciti di corsa. Fatache stava lì e una ragazza di circa venti anni cercava di divincolarsi dalla sua presa. Le diceva: “Ma lo sai, bella, chi sono io?” Avete dovuto rinchiuderlo in camera sua e prendere la chiave. La ragazza voleva che voi telefonaste alla polizia, perché quello era un tentativo di stupro, ma quando Triescu le ha consigliato che chiamasse lei dal telefono della reception, ci ha ripensato e vi ha chiesto una sigaretta. Solo dopo che se n’era andata, vi siete chiesti che cosa ci facesse lei, in realtà, all’una di notte, da sola nel corridoio dell’hotel.

 

            In ogni caso, l’episodio ti provocò un tale schifo che te l’eri perfino dimenticato. Forse era questo il motivo per il quale Triescu non aveva detto niente su questo? O proprio attraverso questa omissione tentava di comunicare con te? Era questa omissione, in realtà, quella adeguata per Fatache? E di tutto ciò, quale giustificazione in più avresti avuto per metterti a scrivere? Comunque sia, che cosa porterà la notte sul foglio bianco davanti a te?

 


***

           

            Il telefono squilla alle sei e trenta minuti e la mano alza automaticamente il ricettore, avvicinandoselo all’orecchio. L’orecchio non aspetta nessuna informazione in più. “Sono le sei e trenta minuti!” dice la centralinista. Alcune volte aggiunge un “Buongiorno!” prima e dopo. Altre volte invece non ha tempo. È questa un’informazione adeguata?

 

About this issue

This July, The Observer Translation Project leaves its usual format to present a special CRISIS ISSUE. Things are tough all over. Hard Times suddenly feels like the book of the moment. The global economic crisis impacts life as we know it, and viewed from Bucharest the effects reverberate in domains that include geo-politics and publishing in Romania and abroad, with the crisis at The Observer Translation Project as an instance of a universal phenomenon. read more...

Translator's Choice

Author: Stelian Tănase
Translated by: Jean Harris

From Maestro: A Melodrama. Episode 7

Emiluţa has an unfortunate thought. She’ll throw herself off the top of the building. Why? What the fuck? Let’s say for the cause of PeaceonEarth, for the slumdogs, Europe, for the lonely. Which is to say she doesn’t have a ghost of a reason. Viva Walachia! The way things stand, if ...

Translator’s Note
Translator’s Note: a synopsis
Author: Ştefan Agopian
Translated by: Ileana Orlich

How I Learned to Read (from Tache de Catifea / The Velvet Man)

The bearded man was the owner of an apothecary shop where he worked with two apprentices. Nobody paid me any mind, so I spent all day in what was supposed to be the shop. I say this because it was a large, dark room full of odors—a mix of smells from everywhere. The room hadn’t been cleaned ...

Translator’s Note
Re: Learning to Read, from Tache de catifea / The Velvet Man
Author: Gabriela Adameşteanu
Translated by: Patrick Camiller

Wasted Morning - Napoleon in Bucharest

“What you’ve got here is heaven on earth,” Vica says as she drops onto the kitchen chair. “But where’s your mother?” “At work,” Gelu lazily replies, leaning sideways against the door. “She’s doing mornings this week, didn’t you know?” He is tall and thin, with unset ...

Author: Petre Ispirescu
Translated by: Jean Harris

Youth Without Age and Life Without Death

It happened once as never before-y, ‘cause if it couldn’t be true, it wouldn’t make a story about the time when the poplar tree made berries and the willow tree broke out in cherries, when bears began to brawl with their tails, and wolf and lamb, unfurling their sails, threw arms around each ...

Translator’s Note
On Petre Ispirescu
Exquisite Corpse

Planned events in Cultural Agenda see All Planned Events

17 December
Tardes de Cinema Romeno
As tardes de cinema romeno do ICR Lisboa continuam no dia 17 de Dezembro de 2009, às 19h00, na ...
14 December
Omaggio a Gheorghe Dinica Proiezione del film "Filantropica" (regia Nae Caranfil, 2002)
“Filantropica” è uno dei film che più rendono giustizia al ...
12 December
Årets Nobelpristagare i litteratur Herta Müller gästar Dramaten
Foto: Cato Lein 12.12.2009, Dramaten, Nybroplan, Stockholm I samband med Nobelveckan kommer ...
10 December
Romanian Festival @ Peninsula Arts - University of Plymouth
13 & 14 November 2009. Films until 18 December. Twenty of Romania's most influential and ...
10 December
Lesung und Gespräch mit Ioana Nicolaie
Donnerstag, 10. Dezember, um 19.30 Uhr Ort: Szimpla Café Gärtnerstrs.15, ...
 
 

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