Educazione sentimentale

Norman Manea | March 30, 2009
Translated by: Mauro Barindi

 

Educazione sentimentale

Pioveva. La signora mi si avvicinò all’incrocio di via Gheorghi Dimitrov. Mi aveva chiesto se quella fosse la fermata del tram 17 in direzione di Lacul Tei. Quando abbassò l’immenso ombrello rosso, la vidi. La bionda dottoressa signora Alfandari! Un millennio addietro, un pomeriggio d’estate, la diva era sbalzata dagli studi di Hollywood nel nostro misero cucinino angusto e buio della Bucovina degli anni ’50. Io stesso ero un divo, allora, con la cravatta e il distintivo rossi da pioniere, sobillando, con recite e discorsi rossi, le folle, e persino la signora venuta da Hollywood, che, dopo alcuni anni, avrebbe fatto pure lei ritorno nella capitale, la sua Hollywood.

Non avevo dimenticato la voce dell’attrice, né le sue parole: “Voglio conoscere la madre di questo ragazzo”. Sgomenta, mamma si strofinava, intimidita, le mani sul grembiule di tela.

Ora le dive di una volta si trovavano lì accanto, alla fermata del 17, in direzione Lacul Tei. Avevo confermato, sollecito, la preziosa informazione: sì, la fermata del 17 verso Tei.

La osservai: la signora dott.ssa Alf, la madre della mia partner amorosa, dei primi anni di studi universitari a Bucarest, in una variante più giovane e più snella.

Il soprabito di Parma – così mi veniva di chiamare lo stupendo cappottino di mohair color sabbia – l’avvolgeva teneramente. Bella, sì, la sconosciuta aveva un che della bellezza esotica delle stelle del cinema. Sorrideva, con una sorta di provocante complicità. Una strana via di mezzo tra Simone Signoret e Marilyn Monroe. Mi ero bloccato, non riuscivo a muovere le gambe, quasi stessi aspettando anch’io il 17.

Pioveva, non pioveva, sembrava non piovesse più. L’ombrello della signora era chiuso, se lo trastullava, graziosamente, fra le dita. Scrollò fanciullescamente il caschetto di capelli dorati e, di nuovo, mi guardò. E di nuovo mi sorrise. Un istante dopo, mi prese sotto il suo braccio. Era un po’ più alta di me e ci allontanammo dalla fermata. Parlavamo del film in programmazione alla sala dei film documentario di viale Marx-Engels, verso cui d'altronde ci stavamo dirigendo, in mancanza di un’altra meta.

Il vero volto del fascismo s’intitolava il documentario sovietico che entrambi, come risultò, avevamo visto la settimana precedente. Strano, proprio questo film… un soggetto non certo divertente per una prima chiacchierata. La signora pareva, come me, altrettanto scossa dalla visione della pellicola, propensa a rivederla. Sì, meritavano di essere riviste le sovversive suggestioni dell’immediata attualità, le tante scene da commentare, senza dubbio.

“Sei ebreo, no?” risuonò la voce dell’attrice.

La domanda non mi piaceva, preferivo la complicità dei cinefili. Perché mai avrei dovuto essere ebreo? Non ne avevo il naso, né l’inflessione… forse solo perché avevo accettato la discussione sul fascismo? Il film poi non era neppure incentrato esclusivamente sul fascismo! A nessuno in questo paese non frega più niente del fascismo o del comunismo, neppure in tempi così turpi? Non interessava a nessuno, a nessuno, tranne che a me e alla bella sconosciuta che mi aveva abbordato?! Forse che i nostri concittadini erano rimasti, nessuno escluso, degli edonisti e degli astrali, dediti alle burle e al vino e alla baldoria e ai piccoli imbrogliucci quotidiani?

Ebreo? Che ci avrò io da spartire con gli ebrei? A mala pena ho da spartire qualcosa con me stesso… Contento di essere lasciato in un angolo a respirare, e basta. Avevo declamato tutto d’un soffio, fare citazioni mi era innato.

La signora mi scrutò a lungo, non sospettava che quelle non fossero parole mie, il nome di Kafka non avrebbe conferito loro maggiore gravità.

Alla conversazione, ne ero sicuro, lei accordava esclusivamente il tono che le si addiceva.

“Filosofo o commerciante?”

Quindi, non aveva recepito la risposta, continuava, imperterrita, l’allegra conversazione

“Sono queste le due categorie, non è così? Mio marito è commerciante. Tu hai l’aria di appartenere all’altra categoria.”

Professioni della libertà, entrambe, stavo lì lì per gridare, estranee al vero volto del socialismo! Ma non potevi consegnarti, così, sventatamente, a un’estranea.

Sì, appartenevo alla categoria svantaggiata, non lo potevo negare. Mi ero fermato, la scrutai anch’io a lungo. Sorrideva, mi tese la mano.

“Alice Aslan”.

Il cognome sembrava armeno… Già, gli armeni sono abili commercianti, ma non vedevo che cosa c’entrasse con me. Il nome Alice non lasciava trapelare nulla. I capelli biondi, gli occhi verdi, grandi, lucenti, l’immagine di Hollywood? Lo stereotipo cosmopolita della bellezza di dovunque sia.

Nelle ore che seguirono, passeggiando per le viuzze nettate dalla pioggia in direzione di corso Călăraşi, nei pressi di via Sihleanu, dove abitavo in affitto dal dottor Iacobi, finendo poi dalle parti del Parco della Libertà, appresi alcuni frammenti biografici. Viveva da sola. Il marito aveva valicato la frontiera illegalmente, viveva agiatamente, da qualche parte, all’estero. Sperava anche lei di approdare lì il più presto possibile. Fino a quel momento, era una persona sospetta e provvisoria. Si guadagnava da vivere in modo onesto, ma onorevole: cassiera al negozio SPICUL, in viale Bălcescu.

Conoscevo il posto, SPICUL era vicino alla Biblioteca dell’Associazione di Amicizia Rumeno-Sovietica, ARLUS1, che frequentavo quotidianamente. Squisite le sfogliatine ripiene di formaggio e carne!... Gli avventori non sospettavano che, presto, sarebbero sparite sia la biblioteca che le sfogliatine.

No, non avevo mai visto quella splendida rappresentante delle ex “classi sfruttatrici” seduta alla cassa di SPICUL. Come altri paria esotici, la signora parlava disinvoltamente di come si guadagnava a stento il pane quotidiano!

S’era fatta sera, trovavamo riparo nei recessi di qualche edificio o nelle macchie boscose del parco. Lunghi baci, riparati sotto l’ombrello del buio.

Rachele, mormoravo, tormentato dall’abbraccio. Rachele… così chiamavo le labbra e i seni e il riso dell’anonima. Aveva protestato, ridendo, nel sentire quel nome estraneo, come si fa con una tollerabile stravaganza dell’allievo. Rachele, Rachele, la francese, l’africana, l’ebrea, la rossa… No, non era francese, africana o ebrea. Era rumena, sì, e non aveva sentito parlare della signora dottoressa Alfandari, la mia ipotetica suocera incestuosa, né della rossa Rachele, la donna amata dal dottor Thibault nel romanzo di Roger Martin du Gard, incarnatasi, d’un tratto, di fronte a me.

La mescolanza di sogni letterari con quelli erotici non era cessato col sopraggiungere dell’adolescenza. Le biblioteche bucarestine intensificarono il tormento. Le lunghe corse solitarie, inseguendo questa o quella sconosciuta, sfociavano puntualmente in stupidi insuccessi, privi di dramma. Ela Alfandari, figlia della signora dottoressa, giunta anche lei a Bucarest per studiare, fu al servizio durante i primi anni d’università delle mie masturbazioni amorose. Frettolosi giochi preliminari, protratti parossisticamente, fino allo sfinimento, nell’angusto letto della stanzetta della signorina e interrotti quando la virilità dello scapolo non poteva essere più tenuta a freno. La felina si ritraeva, spaventata, esausta. La libertà dell’anonimato – questo è quello che aveva sognato il liceale di provincia arrivando a Bucarest. Ampi viali dalle carreggiate bagnate, la scia magnetica della cometa che ti cattura, istantaneamente. Lunghe corse infruttuose dietro alla sconosciuta che usciva da teatro o dal cinema o dalla biblioteca o dal parrucchiere. Era un dare la caccia timido e silenzioso. L’inseguitore attendeva, fremente, un segno, per discreto che fosse, che suggerisse che anche lui, a sua volta, era oggetto del cacciare. L’esasperato fiutare, la cartografia della città nello sfarzo lirico delle stagioni infoiate. Il volto del momento: il pallore dell’operaia che si era svestita e che, precipitosamente, si era rivestita, fiera, sdegnata, blindata; l’asciugamano con cui la moglie del maggiore si puliva, premurosa, il sesso, la notte di Capodanno, quando il milite si trovava lontano, a svolgere il proprio dovere; le falde del paltò di lana della cantatrice di tango, la quale si trascinava dietro il solingo che attendeva un segno d’approvazione; i denti grandi e sporgenti della contabile senza seno, dedita, insanamente, alle palpate isteriche.

Un tempo, un venerdì pomeriggio, in via Frumoasei n° 20, un indirizzo passato, sottovoce, da uno studente all’altro.

Si entrava in un cortile, la porta conduceva alla scala di servizio. Davanti alla scala, un vecchietto con la barba, dall’aspetto miserevole, ma vestito dignitosamente, seduto su uno sgabello. Incassava la tassa, 25 lei, forniva il segnale di passaggio. Una cameretta, al primo piano. Un grande letto, la coperta fiorata. Sulla sedia, un catino con l’acqua. Sul letto, sorridente, la serva di Rabelais. Viso largo, pallido, occhi grandi e neri. Un groviglio di capelli impeciati e irti. Sorriso a mo’ di ghigno, di routine. Chi procurava l’indirizzo forniva inoltre minime informazioni preliminari: l’inimmacolatissima2 era moglie di un campione militare di motociclismo, al quale, in segreto, provvedeva a far arrotondare i guadagni.

La donna fa un cenno, il cliente si spoglia: il cappotto, il maglione, le scarpe, la camicia, i pantaloni. La donna si sfila la camicia da notte: nuda.

Era scesa dal letto, avanzava, scalza. Gambe grosse, unghie lunghe, ricoperte da uno spesso strato di smalto rosso. Divarica le gambe. Lo studente scruta, immobile, le unghie lunghe, brutte, le gambe grosse e brutte. La donna si corica di nuovo sul letto, il cliente si sdraia sulla donna grande e brutta, sui seni sudati e molli. La mano, grande e appiccicosa, infilata tra le gambe del cliente, parole materne, le dita che tentano di solleticarlo. Solleticato, un istante, e ammosciato, un istante dopo, vecchio, incurante.

Rachele prometteva qualcos’altro. Lontana dal suo padrone, il commerciante, avvolta nel suo cappottino regale di Parma, avrebbe bruciato, alla fine, il peso degli anni di tribolazioni. La sconosciuta nascosta di giorno dietro la maschera da cassiera a SPICUL si sarebbe impossessata, alla fine, delle notti dello studente sedotto da filosofici turbamenti.

Ci eravamo incontrati, finalmente! Stretti l’uno all’altra sotto la grande tenda di Parma del loden di lana merino o mohair o chissà di quali altri stregati involucri. Presto, realizzammo il nostro scopo! La signora con l’ombrello rosso sembrava altrettanto impaziente quanto il neofita.

Arrivammo davanti a casa. Non mi invitò a entrare, non mi permise più di baciarla, prendeva, a quanto pare, misure di cautela nei confronti dei vicini. Si accese una delle celebri sigarette Kent, moneta di scambio illecito di favori sociali, offrendone una anche a me. Ci saremmo rivisti dopo tre giorni, il sabato sera. Mi invitò a casa sua, per il sabato sera!

Non sarebbe successo nulla di diabolico: la sconosciuta non si sarebbe volatilizzata, né si sarebbe tirata indietro all’ultimo istante. Avremmo trovato un rifugio, un letto, un corridoio immerso nel buio, un qualsiasi spazio adatto per appiccare il fuoco. Questa volta il nostro unico e solo problema era di sopravvivere, fino a sabato sera. Sabato, alle sette e mezza, l’alcova Hollywood!

L’iniziazione sessuale del provinciale dell’era socialista non era stata fortunata. La precoce pubertà, accelerata dalle letture, era stata distolta dalla Rivoluzione. La frivolezza degli applausi attorno al piccolo saltimbanco di provincia? Le fanciulle si erano accalcate, dolci, attorno alla celebrità, offendo, nell’oscurità, le labbra e il collo teneri e piccole porzioni del minuto e tenero seno. Basta, basta, sennò poi mamma me le canta… L’oscurità della sala del cinema significava Brînduşa o Pusy o Silvia o, soprattutto, Ica, la meno attraente, però malinconica e bizzarra. Buio, sussurri, il rovistio della biancheria intima e della pelle, attorno ai gomiti e alle ascelle e alle spalle e più giù, più giù ancora, vertigine, giù, più giù, dolore e fallo e pus. L’intellettuale Ica aveva trasfigurato, sotto trance, la passione. Intercettando il messaggio lirico, la Mater Dolorosa aveva tradotto, nel codice del ghetto, l’insidia: “Tra qualche anno, con questo ragazzo saremo spacciate.”

La figlia del dottor Alf avrebbe presto iniziato il tormentato ad altri frastornanti cimenti. La dissolutezza dei preliminari abortiti. Poi, la tradizionale ospitalità della donna di servizio… Tra le ronde notturne dei soldati, Lucreţia dava premurosamente ospitalità all’eiaculazione del signorino… Il suo corpo non odorava di gelsomino, né di cipolla fritta, ma era solo impregnato della fragranza che si sprigiona dall’unione di un militare con una donna.

Il signorino attratto dalla filosofia, non dal commercio, esitava, a far curare dal dottore in tempi rapidi l’inverecondo bruciore annidato nei pantaloni. Non esistevano più gli studi medici privati, non c’era nessuno cui confidare scandalosi segreti, si era rassegnato a convivere, atterrito, con i virus della dannazione. I giornali, la radio, i libri, le sedute e i grandi raduni non parlavano certo di simili occulte inquietudini borghesi. “Quanto più i costumi sono guasti, tanto più il giudizio è severo…” La realtà sempre meno rivoluzionaria confermava quanto detto dal rivoluzionario Saint-Just, che non era vissuto nel socialismo.

Ciononostante era guarito, alla fine, e Rachele du Gard gli avrebbe rifuso, il sabato sera, la fiducia nella giovinezza.

I giorni passarono lesti e non poi tanto, nel ventre dilatato di uno stesso gravido giorno, di ebrezza. Due fermate del destino fino al santo giorno del ristoro, stabilito dall’Invisibile il quale si riposava anch’egli il Sabato.

Pomeriggio assolato. Crepuscolo mite, grandi uccelli eterei immobili nell’occaso. I passanti non sembravano turbati dai passi brevi e rari che moveva il nevrotico, percorrendo più volte i vialetti del Parco della Libertà.

I secondi passavano senza fretta, i pensionati contemplavano placidi, seduti sulle panchine, l’apatia, ben simulata, del timido.

Via Nifon, al suo posto, le case disposte in fila come due, venti o trenta giorni fa. Il numero 28, lo stesso. Nulla era cambiato, tutto era al suo posto, l’eternità di un istante del posto e del tempo senza tempo. Due scalini di pietra davanti all’entrata dell’edificio-prisma, a un solo piano. Due campanelli identici, uno sopra l’altro, sulla porta di legno di quercia massiccio, nero. Il nome scritto sopra, quello di sempre. L’indice aveva premuto il pulsante Alice Aslan. L’orologio all’angolo della strada segnava le sette e trentasei minuti. Aprì subito. Bella, sebbene non così giovane come la sera del primo incontro.

Tutto era pronto, nulla doveva essere affrettato. Non si doveva iniziare o finire troppo rapidamente, questo dicevano le parole e contraddicevano gli sfrenati abbracci scambiati con puerile impellenza. Tentativi di conversazione ci furono comunque. Rassegne di banalità, che stimolassero l’avvicinamento e il desiderio? Frasi frivole, qualsiasi, sul dottore che la visitava e che non poteva fare a meno, il vecchio bavoso, di lasciarsi scappare la mano o delle allusioni laddove non era consentito.

Del buon vino, preziosi calici, il tintinnio di un mondo recluso in nascondigli... Le alcove dell’urbe gemevano per gli spasmi degli amplessi, bisbigli e gemiti, i cigolii e i fruscii e le imprecazioni di tutte le case, le etnie e le età. Lo spazio privato era diventato l’unico nostro bene, ci ritiravamo con noi e in noi stessi, eh, come la mettiamo ora?, attorno a te non ci sono più delatori, né menzogne né sozzura, presto, presto, prima che facciano irruzione i graduati.

Nessuno faceva irruzione nel delizioso appartamentino di cui era proprietaria Alice Aslan. Lì, non c’era né la causa, né la scusa della vittimizzazione. Eravamo nudi e liberi, sul grande letto immacolato. La cortigiana espletava il proprio dovere, non faceva in fretta, non aveva iniziato troppo rapidamente e non aveva intenzione di smettere, solo l’ospite era passato dall’eccessiva impazienza all’eccessiva passività, sottostando, fino all’eccesso, all’ardore della partner. I trucchi rendevano artificiali la cinetica dei corpi o, al contrario, era l’artificialità a stimolare l’ardore? Il pensiero era sorto a caso, il corpo era caduto, la duplicità non potenziava lo pneuma.

L’oggetto del desiderio si concretizza, in definitiva, in modo semplice, questo è quanto risultava anche al pensatore. Termini concreti, ossessivi, rustici, precisi, usati per la cavalla e la scrofa, la cagnetta e l’antilope. L’organo, sì, termine semplice, come un ordine, doveva sostituire i versi e i sogni romantici, così pensava il filosofo, seguendo le sollecitazioni della bocca e delle dita che Rachele maneggiava sul viso, sulle labbra, sulle lingue umide, piene di mucose e di secrezioni, del desiderio. Il dilettante stava attento ai riflessi della cortigiana come anche alle sue labbra, alla sua mano, ai suoi seni. Fonte elementare della cosmicità, così perorava, nel pensiero, lo studente ossessionato dal cibo di cui non avrebbe mai voluto essere sazio, sostituito da qualcosa di più ampio, come Rachel tentava di dimostrargli. L’imponderabilità, sì, non era una parola trascurabile né nell’epica e nella psicologia erotica. Una volta funziona, altre volte non tanto, o affatto, sebbene le provocazioni sembrino essere le stesse… e non è la filosofia a curare i turbamenti. Neppure la sigaretta, per quanto Alice fumasse molto e alla fine fumai anch’io più di quanto potessi sopportare. Me n’ero andato all’alba, drenato di ogni desiderio. Gravato dallo spleen, con la sigaretta che Alice mi aveva conficcato a forza tra le labbra, accesa. Inadeguato, esausto, confuso, esacerbato dalle attese e dalle sollecitazioni della bella. Insaziabile e impudica, era rimasta, nella lunga notte troppo lunga, la bella del paese delle meraviglie sulle quali lei era sovrana.

La partner non si era tirata indietro all’ultimo istante, né era sparita nel nulla, tantomeno era brutta, al contrario. E tuttavia, qualcosa fece inceppare il meccanismo del desiderio. L’energia della notte si era disciolta, il suo prigioniero era naufragato in un torpore troppo lucido. Il perfetto cameratismo sessuale, l’estrema concentrazione e l’estrema distensione, l’estasi dell’accoppiamento, richiedono, come avrebbe compreso, un esercizio d’intimità più lungo rispetto a quello concesso dal primo incontro.

Quel mattino livido, uscendo dall’alcova della signora Aslan, mi sono ricordato delle prime stagioni del debutto bucarestino. La città si era aperta, affascinante, al cospetto dello straniero. Non mi stancavo di vagare per i suoi viali, per i suoi parchi, vagabondavo per i ristoranti, ero catturato dal mistero delle ore buie del mattino. Bastava sbattere gli occhi un secondo e compariva, così mi sembrava, una qualche sorpresa. La paura e l’insidia, congiunte, a ogni passo. L’esasperazione, il desiderio di scaricarsi. L’erotismo fugace e scabroso del panico, il profumo dei copulamenti. Il faccino di una qualche impiegata smarrita, sola, nelle ore notturne, nel tram che, assopito, si dirigeva alla rimessa, dove in qualche recesso ingombro di scatoloni o di attrezzi, o addirittura nello stesso tram vuoto, avrebbe potuto aver corso, giusto lì, nella rimessa, il frettoloso amplesso. L’addormentata non era affatto addormentata, il passeggero stava in agguato, il tranviere lo seguiva dallo specchietto posto sopra il cruscotto. Tutto quello che accadeva, che sarebbe accaduto o che era rimandato che accadesse assomigliava alla demenza di un pomeriggio di marzo, nel terzo semestre del mio periodo di studi, durante un seminario, quando mi capitò di sedere accanto alla smilza Sanda Ionescu, figlia sventatella di alcuni aristocratici decaduti. D’un tratto, ci ritrovammo a palparci sotto il banco, la mia mano ben infilata sotto la sua gonna, tra le cosce setose e umide, sempre più umide, la sua mano dentro i miei pantaloni sempre più umidi, il professore continuava la spiegazione alla lavagna, noi continuavamo, sudati, a prendere appunti con la mano libera. La sessualità intensificata da catastrofi naturali, terremoti, inondazioni, eruzioni vulcaniche, dittature. Esasperata e potenziata, sotto il naso dei tirannici sorveglianti? Che mi si fosse neutralizzata la sicurezza che emanava il confortevole appartamentino della signora Rachele du Gard?

La settimana dopo, non la cercai più. Alice mi telefonò, dopo circa dieci giorni. Risposi, freddo, scontroso.

Quando, dopo alcuni mesi, fui assalito dai rimorsi, dal desiderio di rimediare all’errore, era tardi. Non rispondeva più ad appelli di siffatta scimunitaggine, né lavorava più al negozio SPICUL, dove comunque avevo tentato di rintracciarla.

Preso dal panico, cominciai a cercarla dappertutto e da nessuna parte nella settimana e nei mesi che seguirono. E anche l’anno dopo. E poi, dappertutto, da nessuna parte, nell’ignoto senza recapito.

A Belgrado, nell’83, nel caffè Fanar, guardava assorta il contorno della tazzina argentea. Quando sollevò, improvvisamente, la massa di capelli rossi, mi osservò quasi fossi stato il cliente atteso. Era l’ultimo giorno della conferenza cui avevo partecipato. I colleghi di Bucarest mi avevano isolato, dall’inizio, per motivi convenzionali o, forse, perché ansiosi di portare a termine le imponenti compere, mobilio, televisori, frigoriferi, per le quali avevano stabili contatti. Nei pomeriggi bighellonavo per la città, una città brutta che pareva tuttavia un’oasi luminosa, frenetica, elettrizzata da appetiti e tormenti, se paragonata al buio e ai fantasmi che terrorizzavano la piccola Parigi bucarestina. Tornavo presto all’hotel, seguivo alla tivù tutto quello che non avrei potuto vedere a Bucarest. La sera prima della partenza, ero rimasto fuori fino a tardi, poco prima della mezzanotte entrai al Fanar. Alice si era tinta i capelli di rosso, assomigliava ora all’ebrea Rachele, tornata dall’Africa, nel romanzo di Martin du Gard. Mi sedetti di fronte a lei, mi sorrise, senza riconoscermi. Aveva dimenticato il rumeno, ricordava solo qualche parola isolata, io non sapevo il serbo, ci siamo capiti ricorrendo a brevi frasi in russo e ci saremmo capiti anche senza usare le parole, prima di andarcene via insieme.

Dopo alcuni anni, la rividi, ringiovanita, in un autobus di Berlino Ovest. Scesi, agitato, seguendo la figura snella che si stava allontanando in direzione del Check Point Charlie, la frontiera con l’Est. La raggiunsi, ansimante, le chiesi come arrivare all’Einstein Café. Sorpresa, con un gesto nervoso scosse le spalle anguste, fragili, il foulard si snodò dal collo come un serpente arancione, sorrideva, affabile, mi scortò per un breve tratto, poi ancora un po’ prendendomi sotto il suo braccio, come un tempo.

Al Centro Pompidou, a Parigi, mi sorprese sinceramente. Se ne stava, alta e dritta, nello spiazzo dove tre squadre d’acrobati e di clown si contendevano i favori del pubblico. Uno splendido mezzogiorno d’autunno, placido e sereno. Guardava in su, verso il nastro scorrevole che mi portava giù. Arrivato in fondo, mi avviai dritto verso la bionda esile e statuaria che stava aspettando appoggiata alla parete. Le chiesi come le era sembrata la mostra. Sembrava sorpresa, non aveva visto, forse, la mostra, sebbene l’artista fosse un connazionale e avrebbe dovuto suscitare il suo interesse. C’era per caso un’altra ragione alla base di quella confusione? Aveva dimenticato completamente il rumeno. Le rifeci la domanda in francese. Senza esito. Provai con le poche parole in inglese che conoscevo, rispose subito, sorridendo contenta, mi propose di andare a bere un caffè o un cognac al bar LE MASQUE, facendo un cenno con la mano verso una strada lì vicino. Optai per il caffè, le bevande forti le riservavo solo per la sera, tanto più che non avevo denaro sufficiente per una consumazione del genere. Capì, sapeva che i fortunati possessori di un passaporto dell’Est non avevano denaro, si affrettò a precisare che offriva lei. Stemmo, entrambi, in silenzio per un po’, si sentì in obbligo di dirmi che abitava ad Amsterdam, lavorava come assistente-segretaria di un noto medico.

“Ah, quel medico anziano. Il vecchio bavoso…”

“Come, che cosa ha detto?”

Mi osservava stupefatta, corrucciò il viso, rividi l’increspatura tra le sopracciglia che compariva ogni volta che Alice corrucciava il viso. Gli occhi azzurri, il volto levigato, pallido, le mani sottili e grandi… sì, l’olandese alta ed esile aveva la voce di Alice, molto roca, ora, a causa del fumo.

“No, niente, è solo una sciocchezza” tentai di dire in tedesco.

Capiva il tedesco, ciò facilitò la conversazione, sebbene non le ispirasse molta simpatia la lingua degli invasori.

“Suppongo che il dottore faccia la corte all’assistente.”

“Non ci ho fatto caso. Intratteniamo rapporti cordiali, strettamente di lavoro.”

“Aha, il marito… capisco.”

“Non sono sposata. Cioè lo sono stata. Con un orientale.”

“Un orientale! Sì, certo… avevo dimenticato. Un orientale, sul serio?”

“Mi auguro che tu non sia razzista, come gli europei dell’Est.”

“No, per niente, ero solo curioso. Armeno?”

“Indonesiano. Ex campione di karate. Ora fa l’allenatore. Ci siamo separati tre anni fa, ma ci vediamo, di tanto in tanto.”

La sera, cambiai tre metrò e mi ero smarrito per un bel pezzo fino a riuscire a trovare l’edificio in via de la Folie Mericourt.

Un appartamento stupendo, come nelle riviste di moda. L’amica dell’olandese, disegnatrice d’interni, come era evidente anche dalla decorazione delle stanze, era partita per una vacanza, eravamo da soli. Avevo portato con me una delle bottiglie di vodka Stolychnaya, con cui avevo riempito la valigia a Bucarest, per avere qualcosa da vendere e da regalare.

Non aveva preparato nulla da mangiare, convinta che saremmo andati al ristorante. Siamo rimasti nel grande cubo di cristallo colorato, Kirsten seduta sul sofà nero, l’europeo dell’Est su quello rosso, di fronte a lei. Abbiamo bevuto e conversato.

“Non avere fretta. Domani, domani facciamo tutto.”

Non volevo rimandare. Non avevo tempo per rimandare. Kirsten detestava l’impazienza, così diceva, la fretta la aggrediva, come se fosse invasa dal sudiciume. Abitava ad Amsterdam con un uomo più giovane cui era riconoscente per averle insegnato a fare l’amore lentamente, metodicamente, senza fretta.

“La gatta frettolosa fece i gattini ciechi.”

Trasalii, riconoscendo il proverbio.

“Sì, l’ho istruito, è diventato un esperto nello scopare con calma, gradualmente.”

Trasalii di nuovo, i termini erano simili e la segretaria di Amsterdam mi seguiva, attenta agli effetti linguistici. Poi, con disprezzo scagliò la gonna lontano, annoiata dalla formalità cui stava adempiendo. Nudi sul materasso di caucciù, sul parquet. Non andava per niente bene. Senza calma e per gradi, non funzionava.

“Hai una sorella?”

Si era alzata, stava sul sofà, alta, bianca, con una gamba appoggiata sopra lo schienale perché le si vedesse il sesso.

“Una sorella, io? No, non ho sorelle.”

“Aha… allora una madre. La madre?”

“La madre, mia madre? Che vuoi dire con ciò?”

“Sì, la madre… i rapporti.”

“I rapporti con mia madre? Buoni. Stretti. Complicati. Il rapporto con mia madre è complicato.”

“Aha… incesto?...”

Solo una parolaccia rumena avrebbe troncato quella conversazione. Kirsten non sorrideva più, era diventata eccessivamente seria, mi osservava fissa, ossessionata dal centro oscuro dello straniero. Non sembrava amareggiata per aver fatto cilecca, ma non era incline ad attribuirlo alla fretta e alla mancanza di gradualità: la fretta e la mancanza di gradualità sono da attribuire a segreti ben occultati.

“Il tuo medico, il bavoso, è psichiatra?”

La domanda non la turbò, il sorriso si trasformò in un ghigno subdolo, la faccia come di ghiaccio.

“Psichiatra? No, affatto. Chirurgo.”

Stavo in silenzio, fino a quando ricominciarono le domande.

“Preso dalla fretta di finire la cosa, non è così? Manca l’amore, forse? Quella parola puerile… Il bisogno d’amore, è questo? O la colpa, una qualche colpa nascosta… vuoi troncare qui subito la scopata, è questo?”

Si girò, si piegò verso la bottiglia di vodka appoggiata sul pavimento. Non era più giovane, ma il corpo era ancora in forma, elastico e soave. Era rimasto solo un goccio di vodka, ci intinse il dito indice, lungo e bianco, e se lo leccò ben bene.

“O è colpa dei libri?... O della polizia socialista? Non ha avuto tempo oppure non ha avuto voglia di tentare quei giochetti sessuali? Be’, tutto ciò che è vietato aumenta l’interesse, no? L’interesse coadiuva la sperimentazione e gli esperimenti l’esperienza, no?”

Non le risposi più, la guardai anch’io fisso, per nulla curioso di scoprire il centro oscuro dell’interrogatorio.

Fumammo entrambi, in silenzio, servendoci dal suo pacchetto di Dunhill, ci addormentammo l’uno accanto all’altra, nudi e indifferenti, sul materasso. All’alba, ne sgusciai fuori, stremato, spremuto, come dopo una sbornia di qualche intruglio. Vagai a lungo, al freddo, per le strade della capitale dell’amore, in direzione del quartiere dove un tempo il dottor Thibault aveva incontrato Rachele. La città si era estraniata.

Il giorno dopo non telefonai più a Kirsten, come avevo promesso. Mi dispiacque, le scrisse, poi, da Bucarest, da Gerusalemme. Prima di partire per il congresso di Maastricht le inviai da New York alcune righe scritte su una cartolina con Van Gogh senza un orecchio, poi dall’hotel Simplicissimus, comunicandole che sarei rimasto in Olanda per una settimana e che sarei potuto venire ad Amsterdam. Non rispose.

Non mi sarei mai immaginato che, di colpo, avrebbe fatto irruzione nell’ascensore dell’edificio in cui abitavo. Erano passati alcuni anni, stavo scendendo al 34° piano, al 16° si aprì la porta, non c’era nessuno, poi fece irruzione l’esile bionda, dai capelli corti e un minuscolo cagnolino bianco tra le braccia. Non l’avevo mai vista fino a quel momento, ci sono 52 piani e circa mille appartamenti nell’edificio sull’Upper West Side, impossibile conoscerci tutti.

Alma era scontrosa e fredda, ossessionata dalla ginnastica giornaliera e dal suo cocco Micro, così chiamava quella bestiolina pelosa e isterica. Il cagnolino equilibrava, a quanto pare, le frustrazioni e le ambizioni della giovane avvocatessa, ciò che lei chiamava, con un tono di voce tagliente e implacabile, self-esteem, una sorta di test che separa i vivi dai morti.

Non avevo più difficoltà con l’inglese, ma mi arrabattavo ancora con il gergo erotico. Alma era esuberante, perfettamente funzionale a letto e mi offriva il vantaggio di intrufolarmi nel suo boudoir senza che nessuno lo sapesse, alcune volte al mese, per un’ora o due, addirittura tre. Mi irritavano gli eccessi di retorica giustiziaria e di etica che mi propinava, ma ritornavo, con regolarità, nel nascondiglio del 16° piano. Non andai però al suo funerale, sebbene tutti gli inquilini vi avessero preso parte: nessuno avrebbe comunque sospettato alcun legame particolare con la defunta. L’incidente aveva semplicemente dilaniato in tanti pezzettini il corpo bislungo e slanciato di mamma e quello minuscolo di cocco. L’immagine mi perseguitò, non avevo bisogno di cerimonie funebri. Al funerale, avrei potuto far conoscenza con Alta, la sorella gemella di Alma, su cui i vicini non cessavano di sparlare, godenti.

Solo un anno dopo, nell’ascensore fece irruzione Alta. Al posto di un cagnolino aveva una bicicletta e sul manubrio era legato un libro di Henry Miller. Era stata ballerina, aveva un modo grazioso e faceto nel condurre l’atto sessuale.

“Lascia che inizi io. Così, tra le labbra. Sta crescendo, crescerà. Resisti, resisti, altrimenti mordo. Guarda, sta crescendo, resisti, quanto puoi.”

La voce s’era schiarita, era sparita qualsiasi traccia di raucedine. Alta non fumava più da oltre dieci anni.

“Così, non venire. Resisti. La mano qui, nella tana, sul punto d’ebollizione. Ora, ora entra. Piano, forte, come ti ho insegnato. Piano, piano e forte.”

Un sabato sera addussi come scusa un’emicrania bestiale per non accompagnare la famiglia in montagna, durante il fine settimana. Dormii per tutta una notte a casa di Alta. Da tempo desiderava questa stravaganza, continuava a dirmi che dovevo assumermene il rischio. Si sarebbe dovuta sposare, presto, ci teneva a che trascorressimo insieme una notte intera.

Una gioia dolorosa, morbosa, tardiva estasi dell’ultima notte, accanto al corpo delicato e vigoroso di un tempo.

Sonno profondo, giovanile, un’espiazione. La scia di fumo luminoso, azzurro. Il tram 17. Rachele scendeva allegra, nel cappotto ampio e rosso, con il piccolo Micro fra le braccia. Ci abbracciammo, emozionati, ero inebriato dalle ondate del letale mohair, il cappotto funebre, spingevo indietro le lacrime. Le narici si erano riempite di dolci veleni, come un tempo. L’aroma dell’afrodisiaco notturno, lo svenimento, l’attimo feroce, la droga fatale della senilità.

1 Acronimo per Asociaţia Română pentru Legături cu Uniunea Sovietică (Associazione rumena per i legami con l’Unione Sovietica).

2 Si è tentato di rendere in italiano il gioco di parole escogitato dall’autore unendo insieme i termini preacuvioasă ‘piissima, devotissima’ e preacurvă ‘debosciata, depravata’.

 

About this issue

This July, The Observer Translation Project leaves its usual format to present a special CRISIS ISSUE. Things are tough all over. Hard Times suddenly feels like the book of the moment. The global economic crisis impacts life as we know it, and viewed from Bucharest the effects reverberate in domains that include geo-politics and publishing in Romania and abroad, with the crisis at The Observer Translation Project as an instance of a universal phenomenon. read more...

Translator's Choice

Author: Stelian Tănase
Translated by: Jean Harris

From Maestro: A Melodrama. Episode 7

Emiluţa has an unfortunate thought. She’ll throw herself off the top of the building. Why? What the fuck? Let’s say for the cause of PeaceonEarth, for the slumdogs, Europe, for the lonely. Which is to say she doesn’t have a ghost of a reason. Viva Walachia! The way things stand, if ...

Translator’s Note
Translator’s Note: a synopsis
Author: Ştefan Agopian
Translated by: Ileana Orlich

How I Learned to Read (from Tache de Catifea / The Velvet Man)

The bearded man was the owner of an apothecary shop where he worked with two apprentices. Nobody paid me any mind, so I spent all day in what was supposed to be the shop. I say this because it was a large, dark room full of odors—a mix of smells from everywhere. The room hadn’t been cleaned ...

Translator’s Note
Re: Learning to Read, from Tache de catifea / The Velvet Man
Author: Gabriela Adameşteanu
Translated by: Patrick Camiller

Wasted Morning - Napoleon in Bucharest

“What you’ve got here is heaven on earth,” Vica says as she drops onto the kitchen chair. “But where’s your mother?” “At work,” Gelu lazily replies, leaning sideways against the door. “She’s doing mornings this week, didn’t you know?” He is tall and thin, with unset ...

Author: Petre Ispirescu
Translated by: Jean Harris

Youth Without Age and Life Without Death

It happened once as never before-y, ‘cause if it couldn’t be true, it wouldn’t make a story about the time when the poplar tree made berries and the willow tree broke out in cherries, when bears began to brawl with their tails, and wolf and lamb, unfurling their sails, threw arms around each ...

Translator’s Note
On Petre Ispirescu
Exquisite Corpse

Planned events in Cultural Agenda see All Planned Events

17 December
Tardes de Cinema Romeno
As tardes de cinema romeno do ICR Lisboa continuam no dia 17 de Dezembro de 2009, às 19h00, na ...
14 December
Omaggio a Gheorghe Dinica Proiezione del film "Filantropica" (regia Nae Caranfil, 2002)
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10 December
Romanian Festival @ Peninsula Arts - University of Plymouth
13 & 14 November 2009. Films until 18 December. Twenty of Romania's most influential and ...
10 December
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