Lo scrittore Mircea Nedelciu non arrivò a superare la soglia dei 49 anni; di questi, 39 li visse sotto un regime totalitario, mentre negli ultimi 10 dovette affrontare la malattia e la morte. Nato a Fundulea il 12 novembre del 1950 da una famiglia di agricoltori, frequentò le scuole dell’obbligo del suo villaggio, il liceo a Brăneşti e la Facoltà di filologia (sezione rumeno-francese) a Bucarest. Cresciuto in una famiglia che tentava di rallentare l’entrata nella collettivizzazione (le cui conseguenze ricaddero poi sulla sorella maggiore, esclusa dall’università per un anno), coronò la sua formazione nell’ambiente altamente autorevole e professionale e sufficientemente libero della Bucarest della fine degli anni ’60 (tanto da dare l’impressione di un clima di normalità), leggendo stampa estera, letteratura e teoria occidentale contemporanea, ingaggiando liberi dibattiti con i colleghi della sua generazione (una parte di essi condotta presso il cenacolo ‘Junimea’, presieduto da Ovid S. Crohmălniceanu). Conserva il suo spirito libertario (doppiamente radicato per il suo retaggio rurale e di erudizione), dopo la fine degli studi (1973), in una condizione di marginalità, la stessa, d’altronde, in cui si trovava gran parte degli scrittori della sua generazione, la generazione ’80, la quale non è più in grado di sussistere solo attraverso la scrittura, come liberi scrittori professionisti, né di avere un proprio spazio nella stampa o nel sistema editoriale (come fu il caso di buona parte degli scrittori della generazione precedente). Dopo aver rifiutato l’inquadramento impostogli dalle cariche governative, come professore di liceo nella regione del Delta, vive di espedienti e di impieghi provvisori (l’attività più stabile è quella come guida per l’ONT [Ofiuciu National de Turism, l’ente nazionale per il turismo rumeno, Ndt]), provando sulla propria pelle anche le conseguenze di un simile stile di vita, considerato dal regime come parassitario, motivo per il quale viene arrestato per alcune settimane, nel 1977, con l’accusa di traffico di valuta. Nel 1982 è assunto – per la prima volta provvisto del libretto di lavoro – come libraio presso la casa editrice Cartea Românească, un luogo di incontro (divenuto in seguito leggendario) dei giovani scrittori della provincia e – dal punto di vista politico, ma non letterario – marginali. Continua a essere perseguitato per due suoi grandi errori politici: per non essere membro del partito e perché il fratello della moglie risiede negli Stati Uniti.
«Io, un tale Mircea Nedelciu... »
Il debutto come scrittore di Mircea Nedelciu avviene nel 1979 con la pubblicazione del volume di racconti ‘Avventure in un cortile interno’ (Aventuri într-o curte interioră, Editura Cartea Românească) e, nel corso del decennio seguente, vedono la luce quasi tutti i suoi volumi editi in vita: ‘Effetto d’eco controllato’ (Efectul de ecou controlat, racconti, Editura Cartea Românească, 1981), ‘Emendamento all’istinto di proprietà’ (Amendament la instinctul proprietăţii, racconti, Editura Eminescu, 1983), ‘Lampone di campagna’ (Zmeura de cîmpie, romanzo, Editura Militară, 1984), ‘Cura fabulatoria’ (Tratament fabulatoriu, romanzo, Editura Cartea Românească, 1986), ‘Anche ieri sarà un giorno’ (Şi ieri va fi o zi, racconti, Editura Cartea Românească, 1989). Pubblicati più tardi, sebbene scritti nello stesso periodo, sono il romanzo (scritto in collaborazione con Adriana Babeţi e Mircea Mihăieş) ‘La donna in rosso’ (Femeia în roşu, Editura Cartea Românească, 1990) e ‘Il racconto dei racconti della generazione ‘80’ (Povestea poveştilor generaţiei ’80, prosa erotica, Editura Nemira, 1998).
Quando, dopo il dicembre del 1989, entra in un altro mondo[1], più accogliente, più confacente al suo spirito libero e al suo desiderio di realizzarsi, la sua vita è segnata e tormentata da una malattia (la sindrome di Hodgkin), i cui primi vaghi sintomi si erano fatti sentire già dal 1988. È sottoposto in Francia ad alcuni interventi chirurgici molto delicati: passerà i suoi ultimi anni di vita costretto su una sedia a rotelle. Fonda e dirige un’associazione rumeno-francese di divulgazione libraria, ha un ruolo attivo nella vita professionale della categoria degli scrittori, scrive – con le interruzioni imposte dall’evolversi della malattia e con il timore di perdere, in qualche modo, l’uso stesso della scrittura – un romanzo che ha anche un’evidente impostazione autobiografica, ‘La costellazione del palombaro’ (Zodia scafandrului), pubblicato postumo nel 2000 per conto delle edizioni Compania. In questa sua tormentosa esistenza, Mircea Nedelciu dimostra una straordinaria forza d'animo, un atteggiamento caparbio e temerario di vivere, tanto da spingere Alexandru Muşina a paragonarlo a un eroe, nel senso forte, virile, antico del termine: «La generosità, il culto dell’amicizia, il senso dell’onore e, soprattutto, l’indifferenza nei confronti della morte lo contraddistinguevano, in modo discreto ma palese, da tutti coloro che gli stavano intorno» (Formula AS, n. 371, 19-26 luglio 1999, pag. 3). Il fatto è che nella terribile, impari (e appunto per questo tragica) lotta contro la morte, Mircea Nedelciu vive nel suo intimo in maniera affermativa (pensava in positivo, ripetono nei loro ricordi le persone a lui più vicine), stando tenacemente e con ostinazione dalla parte della vita. Nel 1996, di ritorno dalla Francia per la seconda volta, confessa in un’intervista concessa a Viorica Rusu: «Tornando al tema dell’angoscia, due sono i modi con cui ti puoi confrontare con essa: o ti arrendi e lasci che gli altri facciano qualcosa. Ma tu ti sei arreso. Oppure lotti. Per diverse ragioni, io non sono mai arrivato a quel momento di rinuncia. Neppure quando ho visto quella somma enorme [di 70.000 dollari, cifra necessaria per le cure]. Subito mi sono posto il problema del come fare e di quali vie seguire. Ho cominciato a pensarci, evitando, naturalmente, la soluzione dell‘ ‘impossibile mettere insieme una somma come quella’ e, allo stesso tempo, evitando la soluzione dell’umiltà» (Adevărul literar şi artistic, anno V, n. 303, 28 gennaio 1996, p. 3). Nell’ultimo anno di vita, continua a credere che «la disperazione sia, comunque, un peccato» (Formula AS, n. 346, 25 gennaio-1 febbraio 1999), e solo due giorni prima della fine confida – in un testo sconvolgente, quasi un testamento – di essere pronto per incontrare Dio, continuando a lottare contro la morte: «Lo so, sembra che il tempo ora sia molto vicino al termine, oramai non funziona più neanche mettere per scritto tutto ma proprio tutto quello che ti passa per la mente. Bisogna fare delle selezioni, delle prove, devi saper fare il contrario di quello che farebbe un sarto: prendere le misure una sola volta e tagliare dieci volte, scartare, suggerire piuttosto che perderti in sottigliezze. Ma queste sono cose che s’imparano; in realtà, non si imparano neppure, ma ti vengono spontanee, sotto la pressione del tempo che, come dicevo, dà la sensazione che sia allo scadere. Ciò che si scorge all’altro suo capo ha un aspetto (ripugnante) che ti fissa senza sosta. Sapevi da molto tempo che quella figura era lì, ma la ignoravi, la consideravi lontana, cercavi di mettere in scena i tuoi ruoli standole soprattutto di spalle, facendole qualche volta degli sberleffi, sapendo che neppure lei ti guarda seriamente. Ora no, non è più possibile, il confronto è inevitabile, devi lottare e non scansarti. Ricordarle che è brutta, mentre la vita è così bella, basarti sullo spazio che vi divide ancora come uno spazio estremamente elastico, estendibile, sdoppievole, impiegando molteplici metodi, tra cui anche la scrittura, ossia il dispiegare le idee sulla carta. La partita è entrata nella sua fase nervosa, viva, la fase in cui gli errori si pagano il doppio, il triplo, il quadruplo, una ragione in più per non commetterne alcuno. Da questo punto di vista, la posizione di uomo orizzontale può costituire addirittura un vantaggio: non si può cadere, si può solo andare avanti e battere in ritirata (in modo strategico, ovviamente). Staremo a vedere a che cosa porterà tutto ciò, ma da questo momento vi posso dire di aver imparato alcuni trucchi (con certi avversari, senza trucchi non ha neppure senso lottare). Per esempio, descrivere con dovizia di particolari un piede sano, le dita dei piedi che si muovono liberamente su e giù, la flessibilità di una caviglia affusolata, il piroettare danzante delle gambe e delle cosce – tutto ciò fa sprofondare la mia ripugnante avversaria in una vera crisi d’incertezza. Lei sa già che i miei piedi le appartengono, ma io parlo di altri piedi: ne esistono tanti altri ancora e ce ne saranno altrettanti!» (‘L’uomo orizzontale’, in Formula AS, n. 371, 19-26 luglio 1999). Nel momento in cui questo testo viene pubblicato, solo le parole lasciate sulla carta sono capaci di parlare della bellezza della vita. Lo scrittore Mircea Nedelciu è venuto a mancare il 12 luglio, quattro mesi prima di compiere i 49 anni.
«Le cose accadono così come le capite»
I critici hanno sempre distinto (anche quando l’intento era di trovare un punto di equilibrio) tra come scrive e che cosa scrive Mircea Nedelciu, tra la dimensione sperimentale e quella realistica o esistenziale del suo modo di scrivere. Se negli anni degli esordi, la tendenza a recepire la sua opera è stata quella di sottolinearne l’aspetto innovativo, nel periodo immediatamente successivo si è invece insistito sulla consistenza di ciò che comunicava e sull’identificazione dei segni distintivi della tradizione nel prosatore. A tal proposito mi sembra sintomatica in questo mutamento (e, anche, per qualche verso, in questa difficoltà di lettura), quanto espresso da Gheorghe Crăciun, egli stesso un prosatore e noto sostenitore e praticante della sperimentazione, il quale – esasperato di vedere ristretto ogni approccio critico a una enumerazione delle innovazioni e a un inventario di modalità – si spinge a scrivere, riferendosi ai racconti del suo omologo: «Mircea Nedelciu non è né un avanguardista (interessato cioè a scardinare e a squalificare il linguaggio), né un autore sperimentale (interessato cioè a esplorare i limiti del linguaggio).» (In ‘Un outsider della letteratura’, Observator cultural, n. 3, 14.03-20.03.2000, p. 5. Nello stesso numero della rivista sono raccolti altri due articoli sulla prosa di Nedelciu, firmati da Luminiţa Marcu e da C. Rogozanu, entrambi esprimendo analoghi punti di vista.) Per cogliere appieno il giusto valore dello scrittore, non credo che sia necessario negare un aspetto evidente e costitutivo della sua opera. Certo, Mircea Nedelciu ha avuto un costante interesse per la sperimentazione (con un più forte accento negli anni degli esordi, quando cioè il carattere sperimentale dei suoi primi tre volumi veniva assunto in modo programmatico) ed è altrettanto certo che lo scrittore sia riuscito a imporre, assieme agli altri prosatori della sua generazione (Gh. Crăciun, Ioan Groşan, Adina Kenereş, Sorin Preda, Gh. Iova, Al. Vlad, Cristian Teodorescu ecc.) un modo nuovo di produrre e di fruire il racconto, contribuendo in maniera decisiva a far attecchire nella prosa rumena alcune modalità divenute oggi comuni (dalla tecnica dell’inserzione e della citazione alla narrazione in seconda persona, dall’intersezione e frammentazione dei racconti compresenti nello stesso testo alla moltiplicazione delle varianti ecc.). Orbene, questa «cascata di modalità» – definizione data da Gh. Crăciun e contenuta nello scritto ‘Un nuovo personaggio principale’ (Un nou personaj principal’), e raccolto nell’antologia curata dal medesimo, intitolata ‘La competizione continua. La Generazione ’80 attraverso testi teorici’ (Competiţia continuă. Generaţia ’80 în texte teoretice), Editura Vlasie, 1993, p. 253 – non rappresenta un fine in se stesso, bensì lo strumento necessario per realizzare, da un lato, un legame più saldo (ossia più attivo) tra autore, lettore e personaggio («Colui che racconta, l’ascoltatore e l’eroe sono comproprietari» recitava una delle regole del Decalogo), e, dall’altro, per far aderire il testo nella maniera più efficace a una realtà polivalente, sfaccettata, costituita da frammenti che s’intersecano caoticamente o che si allontanano arbitrariamente.
Oggi, mentre è in corso un processo di canonizzazione (di accettazione istituzionale) della prosa di Mircea Nedelciu, ma anche di passaggio al vaglio in vista di una sua classicizzazione (che verificherebbe perciò se questo discorso è idoneo a parlare in un linguaggio universale), è legittimo chiederci – con il rigore che i grandi scrittori esigono – se Nedelciu sia solo un tecnico del discorso o se, accanto a questa sua qualità indiscussa, egli sia anche un artista, se disponga solo della maestria nell’erigere impalcature o se edifichi nei suoi testi mondi vivi, singolari e irripetibili. Urgono due osservazioni elementari: la classicizzazione è destinata a quegli scrittori che hanno avuto la coscienza e la volontà di innovare, che si sono spinti oltre le barriere della lingua, della percezione, dell’idea dell’uomo, dato che, come è noto, non tutti gli sforzi innovatori toccano l’eccellenza, e che alcuni di essi restano allo stadio di rispettabili tentativi a testimonianza della seriosità e della responsabilità di chi sperimenta. Queste osservazioni sono valide anche per le raccolte di racconti di Mircea Nedelciu: alcuni testi documentano scelte di tipo discorsivo ed estetico, dimostrando un orientamento e un denso lavoro, una scrittura professionale, senza però raggiungere un valore artistico di lunga gittata. Altri, al contrario, sono di una qualità letteraria sorprendente e forniscono altrettanti argomenti a favore di Nedelciu quale artista, tecnico e stratega, versato nel genere del racconto breve. Nelle pagine seguenti mi soffermerò su alcuni di questi testi costruiti in modo così esemplare, nei quali il lettore ha modo di ritrovare i propri temi esistenziali, di riconoscere (modulati in forme uniche, riconducibili alla vera arte) i propri dubbi e le proprie ansie.
La maggior parte dei racconti dello scrittore sono scritti facendo riferimento alla realtà immediata, quotidiana, con al centro il tema del viaggio (con variazioni sul vagabondaggio e sull’errare senza meta) che si prestano in minor misura a un tipo di narrazione costruita sulle disavventure (come accade nella prosa tradizionale) e in maggior misura invece all’indagine di una realtà caleidoscopica. Attraverso alcuni personaggi perennemente in viaggio (quali per es. Great Bibi, che «partiva senza badare se fosse stanco, se avesse sonno o se fosse ben disposto» o altri come gli autisti, i liberi professionisti o – la professione preferita – le guide, perché «una guida apre uno squarcio nel mondo circostante») viene edificato un mondo con una grande varietà di figure e, soprattutto, di linguaggi, fissati e riprodotti nella loro gustosa diversità. Nelle sue pagine migliori, questa prosa abbina il tema del viaggio a quello della vita interiore confusa o per lo meno indisposta, la vita interiore di persone che non stanno mai ferme per non trovare mai l’attimo per analizzarsi, che ascoltano voci esterne per non ascoltare quella propria, intima. Quando hanno un momento di pausa, questo tipo di persone vive sussulti emotivi più o meno intensi, che variano dal pianto sommesso dell’errabondo Alexandru Daldea al tentativo di suicidio della ragazza turca Dilaré (tutti personaggi del racconto ‘Emendamento all’istinto di proprietà’ (Amendamentul la instinctul de proprietate). La condizione dell’abbandono caratterizza i ragazzi in ‘Avventure in un cortile interno’ (Aventuri într-o curte interioară), i quali, non ancora usciti dall’adolescenza (sono tutti a un passo dal compiere la maggiore età), riescono a contrapporre al grigiore del mondo che li circonda e ai propri drammi (due di loro sono orfani e una domenica ascoltano il freddo racconto di un terzo ragazzo cui era morto il fratello) delle immagini fantasiose o delle proiezioni. Il narratore sviluppa continuamente un’immagine paradisiaca («dei globi strani e lucenti che volteggiano nell’aria in una sorta di imponderabilità e che tu, alla pari di imponderabile, puoi cogliere semplicemente desiderandolo», dove «i globi potrebbero essere ore o giorni e tu puoi sceglierne uno qualsiasi per viverlo»), mentre tutti si ritrovano nella strana immagine di quattro uomini «che procedevano lentamente con le loro pertiche in spalla, alla ricerca sicuramente di qualcosa, noi non sapevamo che cosa, ma chissà, perché no, di orme d’uccelli o di quelle di un uccello concreto».
Anche l’io narrante dello straordinario racconto intitolato ‘Partita di Taxi-Sauvage’ (Partida de Taxi-Sauvage) è un “disgraziato”, un’indole dalla personalità labile. Lasciato dalla ragazza da circa un anno, egli continua a ritrovarsi in uno stato di convalescenza emotiva da cui tenta di uscire conducendo una vita disordinata, da marginale, cercando e provocando «rischi inutili». Assieme a Great Bibi e a G.V. (anche loro dei disillusi), i personaggi vivono in una sordida soffitta (lo scrittore è un vero maestro nel descrivere gli spazi freddi e inospitali in cui i giovani danno sfogo ai proprio patemi e alle proprie frustrazioni – si veda in tal senso anche il racconto ‘Attraversamento’ (O traversare) –, fanno i tassisti abusivi, procurandosi il carburante in modo illecito da un aviere dell’aviazione di servizio. L’instabile equilibrio assicurato dall’andirivieni quotidiano, da un certo umorismo e dai rumori provenienti dalla strada è rotto nel momento in cui Great Bibi ascolta e porta nella mansarda la tragica storia di un ragazzino di otto anni, morto di emofilia. Questa storia esterna li ricolloca nella loro condizione di esclusi, mette a nudo il vuoto delle loro vite, spingendo G.V. a porre in modo esplicito la domanda patetica che, in qualche modo, persiste in molti dei personaggi dello scrittore: «Che lato integrante manca a questo mondo?» Il confronto con se stessi – in un altro arco anagrafico – è il tema presente in ‘Effetto d’eco controllato’ (Efectul de ecou controlat), in cui il capufficio chiede a Gregor Vranca di redigere una delazione ai danni di un capo del ministero un po’ più altolocato. Di professione ragioniere, il personaggio tenta di rassegnarsi al pensiero di essere privo di una struttura da eroe, mentre il suo amico, Pictoru (un artista, come si evince), svela la sua vile indole, di pavida creatura: «Ora sei un topo, amico mio, dice Pictoru, un topo dal pelo grigio e dagli occhietti atterriti.» Da sottolineare che, al di là dell’evidenza sottesa all’ ‘effetto d’eco’ – Pictoru lavora a un quadro intitolato”Via dell’eco”, mentre al protagonista viene chiesto di agire da “eco” smascheratore di un atto osceno – il testo intero rappresenta un eco intertestuale, dato che Gregor Vranca è, in modo manifesto, un’ipostasi tardiva di Gregor Samsa nella Metamorfosi di Kafka.
I personaggi dimostrano di avere una identità ambigua anche quando scavano nel profondo della propria memoria familiare (un altro dei temi ricorrenti nell’intera opera del narratore). Una grave frattura separa le generazioni, non importa se si tratta dei figli di contadini, che non parlano più il linguaggio dei genitori e arrivano a vivere la propria esistenza, contrariamente alla semplicità delle origini, «come un romanzo barocco» (‘Viaggio in vista della negazione’ – Călătorie în vederea negaţiei), o dei figli nati in città, impuri e immorali. In essenza, loro sono orfani, così come, in modo generico, tutti questi figli sono i discendenti dei turbolenti anni ’50, di cui nessuno delle generazioni precedenti parla con trasparenza: «Quando glielo chiedi, fingono di sapere molte cose, ma quando viene il momento di raccontare, nessuno sa dire nulla. Per di più, alcuni dicono che si stava peggio, altri invece che, tutto sommato, si stava meglio, io non so più a chi credere sentendo tutte queste loro storie» (‘Emendamento…’). Questi personaggi hanno perciò una paternità incerta dal punto di vista morale, oscillando tra l’essere vittime e l’essere aggressori, come nel caso di Bebe Pîrvulescu (in ‘Emendamento…’) o di Marcel Rădulescu (in ‘I crisantemi della tundra’ – Crizantemele din tundră). Entrambi sono figli di burocrati dell’apparato repressivo, mentre le loro madri hanno avuto ciascuna una storia d’amore con un nemico del regime[2].
Due sono i racconti che spiccano, accomunati anche dalla tematica dell’identità: ‘Provocazione alla Moreno’ (Provocare în stil Moreno) e ‘Problemi d’identità (Probleme cu identitatea). In essi, il linguaggio ancorato alla quotidianità ottiene l’effetto di creare una rete e una omogeneità di caratteri, ottenute in gran misura facendo peregrinare i protagonisti da un testo all’altro. Oltre al fatto di essere riuscito in modo sorprendente ad anticipare il destino dello scrittore[3], ‘Provocazione…’ è una storia che instilla nella prosa del quotidiano una dimensione tanatica. Una serie di singolari coincidenze e un «vortice immaginario» portano per miracolo alla guarigione dei protagonisti, rimasti invalidi in seguito a un terremoto: l’io narrante è immobilizzato su una sedia a rotelle, mentre la donna amata non parla più. Questa improvvisa guarigione (che rappresenta essa stessa una fuga dal quotidiano) è possibile in quanto che il calendario ordinario coesiste con uno popolare, magico. La ricorrenza dei morti (organizzata da alcuni dei personaggi) è qui posta in rilievo dando una speciale connotazione ai significati del testo seguendo due direttive: da un lato quella dotta, quella cioè di derivazione caragialiana, come un giorno di carnevale, di adunata cittadina, e dall’altro quella popolare, come un giorno in memoria dei defunti, in cui si dischiude il cielo. Orbene, giusto questo “moto” cosmico sembra favorire la realizzazione del miracolo, secondo un procedimento velatamente eliadiano.
Con ‘Problemi d’identità’ (variazioni alla ricerca del tema) Mircea Nedelciu raggiunge probabilmente il vertice estetico nei suoi racconti. Il testo comprende tre varianti, due fittizie e una autobiografica (verificabile nella realtà, con riferimenti a persone reali, soprattutto a scrittori attivi a Timişoara), ascritte alla stessa vicenda. Il giovane Mureşan Vasile, noto ai più col nome di Murivale, un bohémien (egli stesso un errabondo, come la maggior parte dei personaggi dello scrittore) con un certo talento per la pittura, viene a sapere della morte di Nichita Stănescu e decide, facendo fronte a ogni tipo di ostacoli (non pochi invero: nella prima variante è un operaio che abbandona il proprio superiore, nella seconda un soldato che diserta dal proprio sergente, e nella terza un giovane artista plastico, al verde, di Timişoara) di andare a Bucarest per vegliarlo accanto al catafalco, rendendogli un primo e ultimo omaggio. Più che il tema dell’arte e della condizione dell’artista (nel duplice aspetto: artista affermato e artista dilettante, aspirante), il testo privilegia il tema dell’umanità dimessa la quale, al cospetto della morte, intuisce la dimensione della fragilità, ma, in una certa misura, paradossalmente anche quella della grandezza dell’uomo. Nei suoi movimenti patetici, disordinati e ridicoli, Murivale giunge a vivere un momento di autentico elevamento spirituale. Vi è una discrepanza – dai notevoli effetti artistici ed emotivi – tra l’esperienza del cordoglio del giovane e l’immediata dimensione quotidiana in cui è immerso. È l’esistenza fatta di astuzie, di tradimenti, di tenerezza ed esasperazione, di litigi domestici e complicità impreviste che Nedelciu ricrea non in modo antitetico, bensì in modo complementare, affinché l’arte acquisti, anche agli occhi di persone così semplici, un’inspiegabile – anche per loro – magnificenza. Il tema della predestinazione e della fatalità riecheggia nelle poesie recitate da Murivale e nello splendido canto del cervo intonato dai bambini in treno, e anche questo tema diventa quello dominante all’interno del racconto, subordinando tutti gli altri.
Nonostante non fossero gradite alla Generazione ’80 (la generazione di scrittori più urbana della letteratura rumena), le problematiche del mondo rurale trovano comunque una loro espressione anche in alcune delle loro opere; così accade pure in Mircea Nedelciu, in alcuni suoi, sebbene relativamente pochi, racconti, problematiche sorprese soprattutto in forme di una ruralità aggredita e pervertita, in cui agiscono personaggi, loro stessi dei girovaghi, incapaci di fissarsi in una propria identità stabile. Accanto ai racconti già divenuti dei classici come ‘8006 da Obor a Dîlga (8006 de la Obor la Dîlga) e ‘Storia della panetteria n. 4’ (Istoria brutăriei nr. 4), su cui la critica si è espressa, in generale, con toni entusiastici, si segnalano qui ‘Il gallo di mattone’ (Cocoşul de cărămidă) – in cui il vecchio Calafoc è un personaggio che si rifà chiaramente a Moromeţii di Marin Preda), ‘Caduta libera nel campo di papaveri’ (Cădere liberă în cîmpul cu maci), così come altrettanto degni di nota sono ‘La danza del gallo (Dansul cocoşului), costruito, come ‘Confessione’ (Spovedania) di Ioan Groşan, sul tema della femminilità fatale, qui risolto in chiave adolescenziale, di Diana, con tutto l’armamentario riferito alla caccia e alla sua morte. (Le pecche in ‘La danza…’ si devono al fatto che l’orecchio molto fine del prosatore s’inceppa nell’ambiente linguistico transilvano, ragione per cui alcuni personaggi si esprimono in modo artificioso.) Molto buono, invece, è ‘Viaggio attorno al villaggio natale’ (Călătorie în jurul satului natal), che riallaccia un filo epico con ‘Il gallo di mattone’, portando avanti l’analisi sul tipo umano sospeso tra villaggio e città, senza radici, senza illusioni e senza senso. Per l’interesse mostrato verso quest’ultimo tipo, Nedelciu si avvicina di più, nell’ambito della sua generazione, a un cineasta come Mircea Daneliuc, regista di film quali ‘La corsa’ (Cursa) e ‘La crociera’ (Croaziera).
[1] Sui costi esistenziali pagati dalla sua generazione per entrare in questo nuovo mondo si sofferma Mircea Nedelciu in una delle sue rubriche su Formula AS: “Queste persone si sono svegliate con una voglia folle di vivere in un altro mondo. Di colpo hanno scoperto che si possono occupare dei sogni che avevano all’età di 25 anni, potendo verificarli nella realtà […]. E tuttavia è questa la tragedia, avere 40 anni non significa più averne 25. Si è forse più saggi, ma la forza a volte deve essere raccolta e dosata. Hai forse lo stesso slancio di allora, quando per la prima volta ti è venuta un’idea pregevole, ma la salute non ti consente più di realizzarla con la stessa velocità. […] Doppiamente consunta, prima da una lunga attesa e poi dal sovreccitamento nel momento della riconquistata libertà, questa generazione deve dosare i propri sforzi” (Formula AS, anno IX, n. 350, 22 febbraio-1 marzo 1999, p. 2).
[2] La figura di un padre protettore e solidale col proprio figlio appare in ‘Frugando nella neve’ (O căutare în zăpadă), un testo costruito come replica a Marin Preda, che si apre con la (celebre) frase ricalcata sull’incipit del romanzo ‘Vita da preda’ (Viaţa ca o pradă): «L’avventura della mia coscienza cominciò…» Se Nedelciu ha utilizzato qui del materiale autobiografico, se, davvero, il suo primo ricordo è quel cercare il pallone accanto al padre, allora si può stabilire una profonda similitudine sul tipo di creatività tra i due scrittori, oltre ad altre affinità nella loro opera a livello di personaggi, temi e linguaggio.
[3] Spirito razionale, Mircea Nedelciu è stato affascinato – dicono le persone a lui più vicine – dalle coincidenze inspiegabili, misteriose, che sfuggivano alla sua penetrante intelligenza. Queste stesse sconvolgenti coincidenze avrà modo egli stesso di scriverle in ‘Provocazione…’: al di là del fatto che il personaggio sia immobilizzato su una sedia a rotelle (come di fatto è accaduto allo scrittore negli ultimi anni della sua vita), nel testo sono inserite una serie di citazioni: gran parte di esse sono tratte da Mihail Bulgakov, «scrittore sovietico (1891-1940), autore di romanzi», nella cui opera compaiono – dicono gli stessi rimandi da cui cito ora – «alcuni significativi elementi autobiografici». Come Bulgakov, Nedelciu è scomparso all’età di 49 anni.












