Un venerdì pomeriggio

Răzvan Petrescu | June 01, 2009
Translated by: Mauro Barindi

 

Un venerdì pomeriggio
            Papà è morto. Era un uomo tranquillo, un po’ mistico, con due profondi solchi all’uno e all’altro lato del naso, talvolta malinconico, ma la domenica, a pranzo, era solito fare scherzi. Lanciava il cucchiaio della zuppa verso il lampadario e poi tentava di riafferrarlo. Non ci riusciva. A volte rompeva il lampadario, altre volte il piatto con la zuppa. La zuppa, unta e gialla, si rovesciava non solo sulla tovaglia, ma anche sui suoi pantaloni con la riga, finendo sul tappeto persiano, dove diventava estremamente visibile e durevole. Io ridevo a crepapelle, la mamma no. Rido ancora adesso, guardando l’Ordine del Lavoro di 3a Classe ricevuto da papà attorno al ’68. È una scatoletta graziosa, di color granata, gradevole al tatto, con dentro un distintivo d’argento, un nastrino rosso e papà. Il distintivo rappresenta lo stemma del paese, con i raggi.
            La verità è che non perseguitò mai nessuno, neppure il vicino di casa. Al contrario, diede una mano a tutti, fin dove gli era possibile. Per esempio, ci fu una primavera quando un tipo volle partire per il Venezuela e papà gli procurò, dopo grandi sacrifici, un astrolabio. Sfortunatamente, quel tipo non seppe come piazzarlo e non imbroccò neppure l’aeroporto, si avviò per il bosco, a passo spedito, finché gli spararono da una torretta, centrandolo dritto fra gli occhi. Ce lo portarono verso sera per il riconoscimento. Fatta eccezione per il viso, che sembrava essere firmato da Kandinski (Vassilij), era lo stesso professore di pianoforte conosciuto da noi tutti nel condominio, ma più giallo del solito, e vestito con un completo nero molto espressivo, abbottonato fino al collo. Ricordo che la donna di servizio mormorò qualcosa, nel senso che puzzava, sebbene nessuno l’avesse invitata per l’identificazione. O alla veglia, perché rimase due giorni all’entrata, affinché la gente lo vedesse.
            Papà era un uomo allegro, portava le bretelle. Era l’unico, in tutto il condominio, a divertirsi. Aveva fatto dei buchi nella porta d’ingresso e ci aveva infilato tre spioncini dalle lenti verdi, attraverso cui guardava, specie di domenica, le persone che transitavano per la scala, annotandole in un’agenda nera. Quando non conosceva il nome della persona che passava, scarabocchiava una piccola x sul battente, suppergiù all’altezza della catenella.
            Un giorno, frugando tra le carte di un vicino sospettosamente anziano (ero costantemente esortato a farlo, forzando la porta con un grimaldello), mi capitò fra le mani un foglio con su scritto qualcosa di più inusuale, intitolato Epistola, scritto in caratteri volutamente infantili e firmato Gabriel, da cui cito un breve frammento: “Un noto prestigiatore (salutato da folle in delirio a Madrid e a Stoccolma, così recitava la locandina) fece la sua comparsa un pomeriggio nell’arena del circo del nostro villaggio. Ci radunammo tutti per assistere allo spettacolo, aspettandoci cose mai vedute prima. E non poca fu la nostra sorpresa nel constatare, abbastanza rapidamente, che tale persona non solo era incapace di far volteggiare le palline di plastica bianca, fra cui alcune di color rosso, che gli sfuggivano di continuo per terra, con lui che correva loro appresso di qua e di là, a volte scivolando sulla sabbia, e non solo spargeva una specie di fumo azzurrognolo, che odorava di urina da diabetico, oppure era del tutto incapace di gridare qualcosa di strampalato, come un indovinello, per esempio, qualcosa che, se non proprio tutti, almeno i bambini intendessero, i quali, annoiandosi, si misero a tagliare con una sega il palo centrale del tendone che cigolando cadde in testa ad alcune vecchiette, facendole strillare, a buona ragione, che era arrivata la fine del mondo, ma neppure la capriola semplice gli riusciva, e questo non a causa delle imponenti ali, impiallacciate, da mago – in realtà aveva l’aspetto più che altro di un aeroplano – bensì a causa della sua testa dalle dimensioni sorprendenti, ricoperta da ciocche di capelli astrali, come fece notare un contadino, esagerando come fanno sempre i contadini, in effetti erano dei ciuffi insulsi, tinti, di notte arrotolati nei bigodini e di giorno tenuti su con la brillantina, ciuffi che, ammetto, potevano essere scambiati, all’occorrenza, per un plastico raffigurante remote costellazioni, a quell’età o per il fatto stesso di abitare in un villaggio come quello, senza luce elettrica o monumenti storici di cui vantare ricordo, ci si poteva sbagliare facilmente in fatto di pelosità, e, a conti fatti, ciò che si percepiva dipendeva in gran misura dal posto in cui ci si trovava, se si era seduti nelle prime file ci si rendeva subito conto che quell’enorme testa effettivamente faceva perdere l’equilibrio all’illusionista acrobata, però non era livida, come ci si sarebbe aspettati, non era a forma di pera, non presentava segni di mutilazione, non sanguinava, né strabuzzava gli occhi, così, con i denti a mo’ di ghigno, per farci ridere. Era una testa d’angelo. Dopo due ore riuscimmo a trascinarlo al ristorante, dove lo facemmo sbronzare di brutto.”
            Qualche volta, quando scendeva la sera, giocavamo alle spie. Più esattamente, io mi nascondevo mentre papà, procedendo a carponi, seguiva le mie tracce, fino in bagno. Lì mi scovava, con ammirevole regolarità, e mi strizzava le dita in una morsa fabbricata artigianalmente da lui, che aveva alcuni vitoni di legno, minuziosamente cesellati. Mi facevano male, ma dovevo gridare di piacere.
            Un po’ più in là nel tempo, compiuti i sedici anni, scoprii mio padre nella sua stanza da lavoro – dove aveva ogni tipo di microfoni, mortaretti, oggetti di difficile identificazione ma che procuravano scosse elettriche, apparecchi fotografici, imbuti e cuffie con cui ascoltava le tubature dei termosifoni – mentre era intento a disegnare con grazia una vicina di casa nuda. La vicina, sebbene fosse particolarmente avvenente, gemeva. Forse a causa del fatto che era stata legata al lampadario con del fil di ferro. Dopo di allora l’avrò rivista sì e no una o due volte, sembrava cambiata, tuttavia ne conservo ancora adesso il disegno, appeso sopra al letto, che in realtà è un acquerello su cui risaltano con estrema cura sia i seni che il lampadario.
            Ciononostante, ripeto, papà è stata una brava persona. Ribadisco con fermezza questa mia affermazione, con cognizione di causa e a dispetto del fatto che negli ultimi tempi si sia andato sostenendo con sempre più costante veemenza che lui abbia spedito centinaia di persone al mare. Dove è risultato che abbiano passato le pene dell’inferno. Non è vero. Lì ciascuno non doveva fare altro che costruire, ogni giorno, a seconda delle proprie forze, un piccolo castello di sabbia: mai nessuno chiese loro di costruirlo più grande. L’unico disagio – dato che si sentivano obbligati a farlo, se non proprio di spontanea volontà, almeno per motivi di ordine estetico – consisteva nell’andare alla ricerca di conchigliette perlacee, di quelle dette unghie di sirena, che conficcavano poi in cima ai loro castelli: un modo come un altro per pagarsi il vitto e l’alloggio forniti gratuitamente. Alcuni, più poltroni, più anziani, più enigmatici, preferirono strapparsi le unghie, di solito quelle delle mani, con una pinza, ma in alcuni casi anche quelle dei piedi, sistemandole sulla torre di sabbia più alta, risultando così un po’ colorata di sangue, tentando con questo accorgimento di imbrogliare papà, quando veniva in ispezione. Ovviamente non ci riuscivano. E, di conseguenza, venivano puniti. Purtroppo, loro non possono più testimoniare, poiché morirono quando si abbatterono le onde.
 
            Il pianoforte apparteneva alla mamma. Avevo, credo, circa cinque anni quando fui sorpreso dalla violenza con cui papà decretò, con la testa sotto il lampadario, che fosse il caso che imparassi a suonare uno strumento. Mamma obiettò che ero troppo piccolo, e che comunque non vedeva a che cosa mi sarebbe potuto servire. Tanto più che ancora non avevo neppure cominciato a fare uso della parola. Non ha importanza, disse papà, è tempo che faccia anche lui qualcosa di intelligente. In casa nostra, situata nel centro della città, nessuno aveva mai imparato a suonare uno strumento. Neppure mamma. Quanto ai vicini di casa, non ho da raccontare nulla a proposito, nessuno osava saltare oltre la staccionata di filo spinato. Solo tre anni dopo, quando traslocammo a vivere in condominio, le cose assunsero un altro aspetto. Fece quindi la sua comparsa un professore. Era magro, portava degli occhiali dalle lenti rotonde e aveva una paura folle di mio padre. Nonostante ciò, per due ore, quanto durava la lezione settimanale di pianoforte, giocavamo, io e il professore, con il suo teatrino di burattini oppure modellavamo figurine col pongo. Ero afono. Ma quando arrivava papà, non ero io quello a dover mostrargli ciò che avevo studiato quel giorno, bensì il professore. Si sedeva sullo sgabello con la schiena curva, le mani visibilmente tremanti e sporche di pongo rosso giallo verde, e interpretava timidamente una sonata di Chopin, sempre la stessa, in si bemolle minore opus 35, poi, per la gioia della famiglia sprofondata nelle poltrone, il valzer degli asini, che finiva per far appisolare tutti quanti, compresa la domestica che di nuovo aveva appena messo lo zucchero nell’intingolo di carne. Al posto del sale. Il professore sopportò l’intingolo con lo zucchero e le osservazioni di carattere musicale di papà per quasi sei mesi, fino a quando, un mattino, entrò in casa con in testa una cuffia di lana, colpì con odio la tastiera del pianoforte, sui bassi, si barricò nel ripostiglio, confessò di essere un nemico del popolo, e che io ero un ritardato mentale e di non farcela più – disse non farcela più in tono lancinante – finendo col chiedermi se mi andasse di modellare entrambi col pongo, ne aveva portato una confezione, la testa di Garibaldi sul letto di morte. Lo facemmo, e anche bene, con i baffi azzurri, solo che il giorno dopo il professore non si fece più vivo. Io, per lo meno, lo rividi solo quella volta, di sera, in cui ce lo portarono vestito di nero. Papà gettò via la testa di Garibaldi, e io spaccai la piastra di bronzo del pianoforte, poi ci strappai via un pedale. Il pedale in seguito lo riadattai per un triciclo con il quale partecipai a una gara regionale di tricicli. Non la vinsi, arrivai addirittura ultimo, con gran dispiacere dei miei genitori. Il mio sogno era di diventare un artista. L’intero mio essere anelava a un simile traguardo. Più o meno ci riuscii in tal senso, dieci o venti anni più tardi, quando fui scelto, dopo un provino di telegenia, a interpretare una parte in un film religioso, di cui non ricordo più il titolo; sembrava comunque che ricoprissi il ruolo principale, e per la precisione ero la controfigura dell’eroe principale e insieme facevamo tornare la vista ai ciechi, camminare gli storpi e ridere i lebbrosi. Ma il mondo del cinema non mi piacque. Anche se mi saluto ancora adesso per strada con il cieco che feci guarire. E durante l’infanzia, a dispetto delle mie evidenti aspirazioni, dovetti imparare ogni sorta di sciocchezze – pattinare, correre svariati migliaia di metri, saltare la capra (?), arrampicarmi sulla corda – ed ero una schiappa, il professore di educazione fisica, un rompianime cui mancava solo un mese al pensionamento, andò a spifferarlo a papà, e così sparirono sia la corda sia il professore. In storia non me la cavavo, in chimica mi piacevano solo gli acidi con cui spruzzavo le gonne delle ragazze, loro non si divertivano, le donne non hanno il senso dell’umorismo, in rumeno ero uno zero assoluto. Però avevo talento per il disegno. Disegnavo senza sosta, febbrilmente e con la lingua di fuori, personaggi minuscoli, come un novello Bosch. Passavo molto tempo a giocare in cimitero. Strappavo le ali alle mosche, abbrustolivo le farfalle sul gas, sezionavo in due i vermi, ficcavo degli aghi dalla parte della capocchia negli occhi dei topolini. Ero un bambino maturo. I giorni in cui, di solito durante i fine settimane, sentivo grida insopportabili che provenivano dalla soffitta di casa dove lavorava papà, disegnavo un acquarello e correvo svelto da mamma, che se ne stava con delle cuffie stereofoniche sugli orecchi e una maschera nera sul viso. Non potevo mostrarle l’acquarello perché non potevo toglierle la maschera. Ebbi un’infanzia difficile, non trovavo alcun conforto da nessuna parte. E papà lavorava. Lavorava incessantemente. Non potevo disturbarlo in quei momenti, si sarebbe innervosito. Si era messo in testa di purificare il quartiere. Di pulirlo. L’abbaino invece era sempre coperto di polvere.
            A ogni modo, confesso che quasi mai mi incoraggiò a dipingere. Diceva che quello era un mestiere da femminucce. Un uomo deve saper maneggiare la zappa. Sparare col cannone. Inoltre, affermava che non ero capace di disegnare le persone in movimento, o per lo meno tanto da riconoscerle con facilità. Guarda meglio attraverso lo spioncino. Impara a fare bozzetti, mi consigliava lui. Feci tutto quello che potei, bozzetti, però non lo vidi mai una volta soddisfatto. Non era d’accordo con quello che mi interessava e non capivo perché, mi aveva preso solo un professore di pianoforte, ebbene questa era la cosa che gravitava attorno abbastanza da vicino, se non proprio all’ambito mio, a ciò che per lo meno più piaceva a me. In una sola occasione, su, dalle Vecchiette, carpii la sua attenzione. Con sua somma delizia, sparai al sole due ventose con una pistola a ventosa. Non ritrovammo più i proiettili. Piansi un giorno intero, non toccai neppure il mio blocco da disegno. Allora papà mi promise una vera pistola, quando sarei diventato grande. Quando diventai grande, mi iscrisse a una scuola di forma parallelepipeda per figli di dirigenti. Eravamo in moltissimi nell’edificio, un edificio grigio. I professori si comportavano in modo strano, rigido, portavano l’uniforme. Alcuni avevano l’abitudine di lanciare sulla cattedra il registro dalla porta della classe. Mi dicevano che sognavo troppo spesso, con troppi colori, troppo in modo innaturale. Durante la lezione di orientamento turistico sbagliai strada, inciampai, trovai un fungo rosso. Lo stesso fungo lo trovò anche l’istruttore, il quale mi spiegò che si trattava di un vegetale inferiore, privo di clorofilla, che vive da parassita o saprofita, e si moltiplica attraverso le spore. Di seguito mi sparò una sfilza di nomi di alcuni funghi velenosi: il satirione (Phallus impudicus), l’ovulo malefico (Amanita muscaria), il Boletus satanas, la Russula emetica, lo zolfino (Hypholoma fasciculare). Questo è, continuò lui strappandomi di mano il fungo, un Lactarius deliciosus. È detto anche sanguinaccio. E, per dimostrarmi quanto fosse delizioso il sanguinaccio, lo mangiò. Un minuto dopo entrò in coma.
            Poi partecipai alle esercitazioni di tiro. Un sergente che conosceva papà mi salutò, un caporale mi baciò su entrambe le guance in un mio momento di distrazione. Il problema per me era caricare e continuare a sparare con il fucile automatico. All’inizio chiesi perché dovessi sparare, ma siccome nessuno mi rispose, centrai l’albero più vicino. Era una quercia. La centrai per due volte alla corona, tra gli applausi dei colleghi. Alcuni uccelli spiccarono il volo cinguettando. Mi fu ordinato di sparare ancora una volta. A una lepre. Sebbene non l’avessi vista, la ridussi a brandelli. Alcuni zingari, le cui case confinavano a est con la caserma, stavano cantando, c’era uno sposalizio. Non so che accidente mi prese, ma sparai anche a loro. Beccai la solista a un piede. Si levarono delle grida. Per troncarle, sparai altre tre volte. Il violinista rimase secco sul posto. Lo seppellirono in tutta fretta accanto alla lepre. Ma a una certa distanza. E così ebbe fine l’intera faccenda, non ci furono denunce, papà aveva conoscenze, io le allucinazioni, così sostenevano tutti, dicevano che le avevo anche durante il sonno, mentre il musicante era stato un uomo modesto, senza famiglia. Da allora non sogno più. Dopo quattro anni terminai la scuola. Poi finii all’ospedale.
            Mi ricordo ancora adesso con piacere i lunghi viali ombrosi che percorrevo nelle fresche mattine di primavera, con indosso la vestaglia di mollettone, mentre tentavo di indovinare dalla finestra di quale corsia mi stesse guardando papà. Sapevo che scrutava ogni mio movimento, si era fatto ricoverare assieme a me. Mi sentivo bene in ospedale, forse per la prima volta nella mia vita, nonostante mi fosse stato detto che mi trovavo in missione. Ero stato sistemato in un reparto per la cura delle nevrosi non si sapeva bene quanto gravi, alcuni ingoiavano forchette, altri inseguivano uccelli, a ogni modo, erano soprattutto piccoli autistici e maniaco-depressivi piuttosto taciturni. Il resto era formato da miei colleghi, anche loro in missione. Improvvisammo una specie di squadra nella nostra corsia da sei letti, ci aiutavamo fra noi a lavarci i denti, consumavamo insieme le vettovaglie portate dai parenti, i parenti piagnucolavano, ci dividevamo tutto, le medicine, il sapone, lo spray contro gli scarafaggi. Gli scarafaggi da ospedale erano innumerevoli, agili, rossi e neri, sembrava che a loro piacesse stare in ospedale, perché li scorgevamo dappertutto, sui comodini, tra i letti, nonostante che, per non farceli vedere, ci facessero parecchie iniezioni dal contenuto oleoso, dopo le quali trascorso un po’ di tempo non riuscivamo più a camminare. Le infermiere erano invariabilmente bionde, credo che fossero ex giocatrici di pallamano, una sorta di discendenti ma non troppo di Guglielmo Tell, opinione unanime, espressa sotto voce quando giocavamo a tavola reale nel vestibolo, dato che tra una balestra e una siringa non c’è, praticamente, alcuna differenza, neppure per quanto riguarda la distanza da cui si tira. Il tempo passava. A volte facevo sei e sei.
            Osservavo individui bizzarri mischiati a quelli normali che passeggiavano tutto il tempo in cortile in pigiama e pantofole. Fin dai primi giorni attaccai bottone con un pittore, un tipo interessante che aveva tentato di suicidarsi iniettandosi in vena dell’acquaragia, non ci riuscì e ora era senza una mano, Bordea sembrava che si chiamasse, e passava il tempo standosene permanentemente con l’orecchio appiccicato a una vecchia radiolina. Una volta lo pregai di darla anche a me per ascoltarla e mi disse che non si sentiva nulla, perché non la accendeva. E non poteva nemmeno accenderla, poiché le mancavano tutti i pezzi. Un altro, un dentista, dopo avermi ordinato di aprire la bocca, mi chiese in due occasioni se avessi visto i fantasmi. Lui li aveva visti, vicino a Cişmigiu, venivano da Brezoianu. La cosa strana era che portavano il cappello. Per di più, sembrava frocio, per due volte, alla fine della storia con i fantasmi, mi invitò con voce melliflua a passare per casa sua quando sarei stato dimesso – ci era ricoverato da dieci anni –, aveva un appartamentino tenuto come una bomboniera dalle parti di Aviatorilor, aveva dimenticato dove precisamente, gli risposi gentilmente che non potevo. Sebbene sembrasse convincente, a un certo momento stavo giusto guardando alla tv della sala pasti un concerto per violino di Mozart, con Oistrach, che era morto quattro anni prima, a proposito di fantasmi… E in qualche modo, riferito a questo, ricordo che i genitori venivano a farci visita ogni domenica con molta coscienziosità. Ci portavano succhi di frutta, tubetti di colore, calzini. Ora dipingevo bussole, nello stile di Braque. A papà non piaceva Braque, invece un inverno mi resi conto che gli piaceva un’operaia che lavorava al Panificio. Era ricoverata in un altro edificio, nel reparto femminile. E faceva freddo, la neve scendeva come uscita da un flauto, la lavoratrice camminava a piedi nudi sulla neve. Sempre allora feci conoscenza con un nuovo collega, un tipo cupo, di circa sessant’anni. Il suo problema era che non riusciva a dormire e passeggiava per ore di fila lungo il corridoio, da un capo all’altro, fumando continuamente, procedendo a passi intermittenti, perfettamente regolari, ragione per cui era stato battezzato il trenino. Un pomeriggio di dicembre fece uno scalo imprevisto sulle rampe delle scale e, con un’ultima piroetta, cadde a testa in giù per i gradini, un piano intero. Sicché almeno lui non mi toccò più tenerlo d’occhio. Ciononostante gli feci un ritratto abbastanza riuscito, con un occhio nero e la base del cranio fracassata, nel momento in cui lo stavano portando all’obitorio su una pesante lettiga.
 
            Quando sono stato dimesso, ricevetti da un signore, avvolto ben bene in una coperta a quadri, minuziosi consigli su come dovevano essere tallonati e denunciati i cittadini che avevano una condotta deviante in società. Ammirai la sua coperta e seguii le sue indicazioni quanto meglio potei. Però venivo sempre scoperto e, fatto strano, ciascuno mi offriva un gelato alla vaniglia. A casa, papà osservava al microscopio il cono che avevo cura di portargli integro. Allora mi illustrava che cos’era la paralasse, mi faceva vedere qualche paramecio che guizzava sotto la lente o tentava di spiegarmi come funzionava una telecamera, una presa o il satellite che ogni sera passava sopra casa nostra. Credo che il semplice azionamento dell’oculare gli destasse qualche nostalgia, perché si metteva di nuovo a raccontarmi, contemporaneamente a brevi delucidazioni sulla vita dei ciliati d’acqua dolce, la storia della sua famiglia, sua madre era stata una bella donna, sofferente di tubercolosi e a quei tempi non si trovava l’idrazide, cosicché prendeva del paracetamolo, portava un taglio di capelli sportivo, prendendosi cura, malgrado il fatto che di continuo sputasse sangue ovunque, del marito violento e dei due figli, sua sorella era diventata ingegnere in un cantiere edile, dove conobbe in una baracca il suo futuro marito, un esperto in dinamite che sarebbe diventato console, mentre papà, il padrone di quel piccolo mondo, cioè mio nonno, aveva già il grado di generale quando si comprò la prima automobile con il clacson a forma di pera, con la quale travolse il pizzicagnolo. A quanto pare era un uomo ben messo, distaccato, conoscitore di due lingue straniere che parlava fluentemente davanti allo specchio del bagno, e che più tardi tenne un diario segreto ricchissimo di dettagli, nel quale annotava i nomi e i vizi di tutti i vicini di casa, e, fino a un’ora prima della morte, il modo in cui suddivideva la pensione: un leu per il gas della lanterna, trelei per il pane, dieci bani per i fiammiferi, novecento per la grappa. Papà mi diceva, sorridendo in modo ambiguo, che il nonno sarebbe stato un ottimo esempio del modo in cui viviamo, se fosse stato ancora in vita. Negligente. Puerile. O piuttosto incosciente, che sperperava il nostro tempo in bazzecole. Citava me come esempio vivente. Sapeva che volevo fare il pittore, benché lui sperasse che io diventassi illusionista. Specie dopo l’episodio della scuola. Nella vita non fai quello che ti piace, diceva, e lo diceva spesso, forse la frase gli suonava bene, e allora sei indotto a intraprendere qualcosa che serva agli altri, a quelli senza mezzi, alla società, che è eterna, e questo fino a quando sarà possibile, in ogni istante abbiamo davanti agli occhi un’immagine del limite, lo conosciamo, anche se si potrebbe dire che il cervello non ci aiuti poi molto, che ho visto anch’io le onde sul tuo elettroencefalogramma, sembrano quasi tracciate su un quaderno a righe, il cimitero, questo è quello a cui miriamo, la rappresentazione ultima, su alcune croci c’è scritto Ionescu, su altre no, non ti dimenticheremo mai, qui giace Papà, o la nostra Figlia adorata, da tanto tempo, è andata a farsi benedire la tomba, si è affossata a causa delle piogge, è spaventoso quanto può piovere da queste parti, da bambino rubavo le more dei gelsi cresciuti dalle pance, dalle cosce e dalle guance di coloro che riposavano riconciliati sotto terra, se si erano riconciliati, vitamine e vermi messi tutti insieme, dentro la mora, dato che i vermi sono ricchi di proteine e i frutti di gelso di vitamine, e mentre le sgranocchiavo, guardavo le iscrizioni eseguite da veri artisti, le cifre, le date di nascita e di morte, spesse volte incise in modo errato, ma non contava più, nel marmo o nel legno. E ciascuna con una fotografia. Lui vestito da militare, lei al liceo o all’ospizio, riprodotti su una vecchia istantanea, che dà sul seppia, infilata sotto un vetro crepato. La maggior parte di essi, durante la loro vita fatta di privazioni, non ha fatto altro che tribolare per sfuggire a quelle privazioni, non capendo, poveri imbecilli, che la povertà li aiutava a stare più vicini al sole cui avevi sparato tu con la pistola a ventosa, a raccogliersi, a sudare e a sparire senza rimorsi nell’etere. Gli uomini sono pericolosi, questa è la verità, con loro non c’è e non ci sarà mai nulla da fare. Ti ci vuole qualche minuto prima di afferrare i loro nomi sui monumenti.
 
            Papà aveva un martello. Venti anni fa, era un mercoledì, dopo aver visto quell’attrezzo incrostato di sangue secco e capelli, iniziò a piovere. Non comprendo perché arrivai così tardi a intuirlo, ma fu solo allora che pensai che papà ammazzava delle persone con quel martello, nell’orto. Erano comparsi troppi mucchietti sospetti tra gli ortaggi. E faceva quello che faceva, ne sono assolutamente convinto, con l’assenso se non addirittura sotto la spinta delle mie zie zitelle, che avevano certi piedi inquietanti, a pianta tripla, le spiavo dal buco della serratura della loro camera da letto con le tendine inamidate, delle signore alquanto strane in definitiva, che fingevano di andare a messa, quando invece, in realtà, andavano solo fino alla latrina in fondo al cortile, dove io avevo sistemato un ragno gigante. Ma era così scemo che in due anni non riuscì manco una volta a impedire loro di fare i propri bisogni, per non parlare poi di quanto ne fosse terrorizzato. Era così mite, poverino. Non poteva mangiare neppure una mosca, figuriamoci due zie. Io credo che loro siano state la causa di tutti i mali, perché, fra le altre cose, si denudavano davanti allo specchio e poi recitavano il Padre nostro così come natura le aveva fatte. Così come potevano irritare me, potevano benissimo fare uscire dai gangheri anche papà, specie allora che aveva cominciato a stare male di salute e, indifferentemente da quanto sangue freddo potevi avere, saresti comunque stato in grado di commettere una carneficina anche solo stando ad ascoltarle. O vedendole come si spazzolavano i radi capelli sul lavandino dimenticandosi poi di pulirlo, e se lo facevano, ne intasavano lo scarico, come canterellavano inquiete melodie popolari con la finestra aperta, come parlavano da sole, passeggiando per tutta la casa, come rimproverano a mamma di non mettere ingredienti nutritivi nella zuppa, così ce li mettevano loro, patate non sbucciate, dato che la buccia contiene tocoferolo, come lanciavano occhiate agli operai della fabbrica, smaniando come in Più a sinistra, tre martelli1, una celebre commedia dell’epoca, come tenevano occupato il bagno la mattina e come si sollevano con le braccia aggrappate alla barra dello sbattitappeti. Già, e quel giorno quando piovve, guardavo gli uccelli. C’erano alcune merle, una cornacchia e due cinciallegre. Si erano ben rimpinzate, qualcuno aveva lasciato loro sulla soglia un tozzo intero di pane inzuppato nell’acqua, o forse era stato inzuppato in qualcos’altro, forse nell’alcol, e in due ore avevano già tirato le cuoia. A un tratto la cornacchia stramazzò per terra come fulminata. Una cinciallegra picchiò più volte la testa contro la finestra, mentre gli altri volatili stettero male fino a sera tardi. Gemettero senza sosta, alcuni caddero dai tralicci del telefono. Per fortuna che il cortile non era asfaltato.
            Allora cominciai a capire.
            Che cosa, non lo sapevo ancora bene. Ma pensavo con infinita emozione alla cornacchia. Alla nostra vita che se ne va.
 
            Dopo un po’, il prete, assorto a salmodiare, prese un abbaglio e invece di gettare la terra sulla bara, la gettò addosso a me. E io ero pure raffreddato quel giorno. Mi pulii via la terra dal naso con un angolo del nastro su cui era scritto eterne condoglianze. Dato che l’inchiostro era ancora fresco, le condoglianze svanirono e rimasero solo eterne. Dal condominio vicino al cimitero giungevano le note di Quadri da un’esposizione di Mussorgskij.
            Per non parlare poi di quanti problemi ebbi con la bara. Entrai in un sacco di negozi o come diavolo si chiamano quei posti, e ovunque mi spiegavano con un tono di voce viscido, castano e sofferente, in qualche modo religioso, sussurrato da certi individui cortesi, castani e dagli occhi ravvicinati e minuscoli, che c’erano considerevoli differenze di prezzo tra gli articoli in mostra, perché alcuni erano più leggeri, di pioppo, altri di quercia o faggio, ce ne sarebbero stati altri dal profilo aerodinamico, di alluminio, per occasioni speciali, ma a ogni modo era molto più cara una bara con decorazioni intarsiate rispetto a una senza. Osservai alcuni modelli esposti, che, per fortuna, erano vuoti. E con l’occasione, scoprii che le decorazioni intarsiate rappresentavano invariabilmente un assortimento di fiorellini specifici del Giappone, era vero, notai che erano lavorati con una meticolosità pari al fanatismo giapponese, in tal maniera che presupponevo che perfino i vermi appena apparsi sulla terra le disprezzassero, nel caso in cui non si divertissero, almeno per un po’ di tempo.
            Poi sorse il problema dei manici. Un manico di ottone costava tanto da lasciarti con le toppe al sedere, mettendoti di colpo nella situazione di odiarlo, con tutto te stesso, di voler staccarlo, di pestarlo sotto i piedi, di fonderlo, senza contare poi che erano ben quattro. Sicché alla fine mi accontentai di una bara piccolina, semplice, non conforme alle norme, senza cuscino e senza manici. Pensai che tutto sommato avrei potuto trasportarla anche in spalla.
            Ma siccome al funerale parteciparono solo tre persone, di cui due erano donne, dovetti trascinarla.
            Papà aveva uno sguardo bieco.
            Se ricordo bene, inclusi anche quello sguardo tra i motivi che mi irritarono così profondamente quel venerdì pomeriggio quando, dopo che aveva guardato con indifferenza l’ultimo quadro, c’era dipinto un trenino, dicendomi che non avevo un briciolo di talento, papà tentò di farmi capire che cosa fosse il talento. Lavoro. Vocazione. Devozione. Sai che cos’è quella cosa che chiamano vocazione? domandò. Ecco! E mi mostrò la medaglia, il suo distintivo d’argento con lo stemma del paese, assegnatagli “per l’alto servigio reso in difesa dell’ordine sociale e dello stato”. Poi fece partire una cassetta. Era un nastro Agfa. Sentii una voce di donna che chiedeva dell’acqua. Lo pregai di lasciare scorrere il nastro. Dopo alcuni momenti di silenzio riconobbi la stessa voce, ma ora sembrava più poetica. Probabilmente nessuno le aveva dato dell’acqua. Quello che fu fatto alla donna da coloro che erano lì presenti non era stato registrato. Guardai papà da un lato. Per la difesa dell’ordine dello stato, ripeté sistemando la tenda che non so per quale ragione stava svolazzando. Poi mi confessò che faceva quel mestiere da diciotto anni, un mestiere quasi musicale, che non per caso è musica pura, poiché facendo un mestiere come quello puoi ascoltare ogni settimana qualcuno che ti chiede dell’acqua con gli occhi sbarrati o gridando in si bemolle, come nella sonata di Chopin che tanto gli piaceva quando mangiava tranquillo l’intingolo di carne con lo zucchero, e terminò il pistolotto con l’occhio incollato sullo spioncino, dicendo che ne andava fiero. Gli chiesi perché. Non poté rispondermi, oltretutto stava passando una signora con un cappello in testa. Dopo aver fatto una pausa per via della signora, lo pregai di intonare un si bemolle. Neppure quello riuscì a fare. Cosicché lo colpii con il martello, una sola volta. Aveva la testa molto soffice.
1 Commedia del 1967 di Paul Everac; il titolo esatto in rumeno è Şi la stînga, trei ciocane (l’autore la cita con un titolo leggermente diverso: Mai la stînga, trei ciocane)
 

About this issue

This July, The Observer Translation Project leaves its usual format to present a special CRISIS ISSUE. Things are tough all over. Hard Times suddenly feels like the book of the moment. The global economic crisis impacts life as we know it, and viewed from Bucharest the effects reverberate in domains that include geo-politics and publishing in Romania and abroad, with the crisis at The Observer Translation Project as an instance of a universal phenomenon. read more...

Translator's Choice

Author: Stelian Tănase
Translated by: Jean Harris

From Maestro: A Melodrama. Episode 7

Emiluţa has an unfortunate thought. She’ll throw herself off the top of the building. Why? What the fuck? Let’s say for the cause of PeaceonEarth, for the slumdogs, Europe, for the lonely. Which is to say she doesn’t have a ghost of a reason. Viva Walachia! The way things stand, if ...

Translator’s Note
Translator’s Note: a synopsis
Author: Ştefan Agopian
Translated by: Ileana Orlich

How I Learned to Read (from Tache de Catifea / The Velvet Man)

The bearded man was the owner of an apothecary shop where he worked with two apprentices. Nobody paid me any mind, so I spent all day in what was supposed to be the shop. I say this because it was a large, dark room full of odors—a mix of smells from everywhere. The room hadn’t been cleaned ...

Translator’s Note
Re: Learning to Read, from Tache de catifea / The Velvet Man
Author: Gabriela Adameşteanu
Translated by: Patrick Camiller

Wasted Morning - Napoleon in Bucharest

“What you’ve got here is heaven on earth,” Vica says as she drops onto the kitchen chair. “But where’s your mother?” “At work,” Gelu lazily replies, leaning sideways against the door. “She’s doing mornings this week, didn’t you know?” He is tall and thin, with unset ...

Author: Petre Ispirescu
Translated by: Jean Harris

Youth Without Age and Life Without Death

It happened once as never before-y, ‘cause if it couldn’t be true, it wouldn’t make a story about the time when the poplar tree made berries and the willow tree broke out in cherries, when bears began to brawl with their tails, and wolf and lamb, unfurling their sails, threw arms around each ...

Translator’s Note
On Petre Ispirescu
Exquisite Corpse

Planned events in Cultural Agenda see All Planned Events

17 December
Tardes de Cinema Romeno
As tardes de cinema romeno do ICR Lisboa continuam no dia 17 de Dezembro de 2009, às 19h00, na ...
14 December
Omaggio a Gheorghe Dinica Proiezione del film "Filantropica" (regia Nae Caranfil, 2002)
“Filantropica” è uno dei film che più rendono giustizia al ...
12 December
Årets Nobelpristagare i litteratur Herta Müller gästar Dramaten
Foto: Cato Lein 12.12.2009, Dramaten, Nybroplan, Stockholm I samband med Nobelveckan kommer ...
10 December
Romanian Festival @ Peninsula Arts - University of Plymouth
13 & 14 November 2009. Films until 18 December. Twenty of Romania's most influential and ...
10 December
Lesung und Gespräch mit Ioana Nicolaie
Donnerstag, 10. Dezember, um 19.30 Uhr Ort: Szimpla Café Gärtnerstrs.15, ...
 
 

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