Papà è morto. Era un
uomo tranquillo, un po’ mistico, con due profondi solchi all’uno
e all’altro lato del naso, talvolta malinconico, ma la domenica, a
pranzo, era solito fare scherzi. Lanciava il cucchiaio della zuppa
verso il lampadario e poi tentava di riafferrarlo. Non ci riusciva. A
volte rompeva il lampadario, altre volte il piatto con la zuppa. La
zuppa, unta e gialla, si rovesciava non solo sulla tovaglia, ma anche
sui suoi pantaloni con la riga, finendo sul tappeto persiano, dove
diventava estremamente visibile e durevole. Io ridevo a crepapelle,
la mamma no. Rido ancora adesso, guardando l’Ordine del Lavoro di
3a Classe ricevuto da papà attorno al ’68. È una
scatoletta graziosa, di color granata, gradevole al tatto, con dentro
un distintivo d’argento, un nastrino rosso e papà. Il distintivo
rappresenta lo stemma del paese, con i raggi.
La
verità è che non perseguitò mai nessuno, neppure il vicino di
casa. Al contrario, diede una mano a tutti, fin dove gli era
possibile. Per esempio, ci fu una primavera quando un tipo volle
partire per il Venezuela e papà gli procurò, dopo grandi sacrifici,
un astrolabio. Sfortunatamente, quel tipo non seppe come piazzarlo e
non imbroccò neppure l’aeroporto, si avviò per il bosco, a passo
spedito, finché gli spararono da una torretta, centrandolo dritto
fra gli occhi. Ce lo portarono verso sera per il riconoscimento.
Fatta eccezione per il viso, che sembrava essere firmato da Kandinski
(Vassilij), era lo stesso professore di pianoforte conosciuto da noi
tutti nel condominio, ma più giallo del solito, e vestito con un
completo nero molto espressivo, abbottonato fino al collo. Ricordo
che la donna di servizio mormorò qualcosa, nel senso che puzzava,
sebbene nessuno l’avesse invitata per l’identificazione. O alla
veglia, perché rimase due giorni all’entrata, affinché la gente
lo vedesse.
Papà
era un uomo allegro, portava le bretelle. Era l’unico, in tutto il
condominio, a divertirsi. Aveva fatto dei buchi nella porta
d’ingresso e ci aveva infilato tre spioncini dalle lenti verdi,
attraverso cui guardava, specie di domenica, le persone che
transitavano per la scala, annotandole in un’agenda nera. Quando
non conosceva il nome della persona che passava, scarabocchiava una
piccola x sul battente, suppergiù all’altezza della
catenella.
Un
giorno, frugando tra le carte di un vicino sospettosamente anziano
(ero costantemente esortato a farlo, forzando la porta con un
grimaldello), mi capitò fra le mani un foglio con su scritto
qualcosa di più inusuale, intitolato Epistola, scritto in
caratteri volutamente infantili e firmato Gabriel, da cui cito un
breve frammento: “Un noto prestigiatore (salutato da folle in
delirio a Madrid e a Stoccolma, così recitava la locandina) fece la
sua comparsa un pomeriggio nell’arena del circo del nostro
villaggio. Ci radunammo tutti per assistere allo spettacolo,
aspettandoci cose mai vedute prima. E non poca fu la nostra sorpresa
nel constatare, abbastanza rapidamente, che tale persona non solo era
incapace di far volteggiare le palline di plastica bianca, fra cui
alcune di color rosso, che gli sfuggivano di continuo per terra, con
lui che correva loro appresso di qua e di là, a volte scivolando
sulla sabbia, e non solo spargeva una specie di fumo azzurrognolo,
che odorava di urina da diabetico, oppure era del tutto incapace di
gridare qualcosa di strampalato, come un indovinello, per esempio,
qualcosa che, se non proprio tutti, almeno i bambini intendessero, i
quali, annoiandosi, si misero a tagliare con una sega il palo
centrale del tendone che cigolando cadde in testa ad alcune
vecchiette, facendole strillare, a buona ragione, che era arrivata la
fine del mondo, ma neppure la capriola semplice gli riusciva, e
questo non a causa delle imponenti ali, impiallacciate, da mago –
in realtà aveva l’aspetto più che altro di un aeroplano – bensì
a causa della sua testa dalle dimensioni sorprendenti, ricoperta da
ciocche di capelli astrali, come fece notare un contadino, esagerando
come fanno sempre i contadini, in effetti erano dei ciuffi insulsi,
tinti, di notte arrotolati nei bigodini e di giorno tenuti su con la
brillantina, ciuffi che, ammetto, potevano essere scambiati,
all’occorrenza, per un plastico raffigurante remote costellazioni,
a quell’età o per il fatto stesso di abitare in un villaggio come
quello, senza luce elettrica o monumenti storici di cui vantare
ricordo, ci si poteva sbagliare facilmente in fatto di pelosità, e,
a conti fatti, ciò che si percepiva dipendeva in gran misura dal
posto in cui ci si trovava, se si era seduti nelle prime file ci si
rendeva subito conto che quell’enorme testa effettivamente faceva
perdere l’equilibrio all’illusionista acrobata, però non era
livida, come ci si sarebbe aspettati, non era a forma di pera, non
presentava segni di mutilazione, non sanguinava, né strabuzzava gli
occhi, così, con i denti a mo’ di ghigno, per farci ridere. Era
una testa d’angelo. Dopo due ore riuscimmo a trascinarlo al
ristorante, dove lo facemmo sbronzare di brutto.”
Qualche
volta, quando scendeva la sera, giocavamo alle spie. Più
esattamente, io mi nascondevo mentre papà, procedendo a carponi,
seguiva le mie tracce, fino in bagno. Lì mi scovava, con ammirevole
regolarità, e mi strizzava le dita in una morsa fabbricata
artigianalmente da lui, che aveva alcuni vitoni di legno,
minuziosamente cesellati. Mi facevano male, ma dovevo gridare di
piacere.
Un
po’ più in là nel tempo, compiuti i sedici anni, scoprii mio
padre nella sua stanza da lavoro – dove aveva ogni tipo di
microfoni, mortaretti, oggetti di difficile identificazione ma che
procuravano scosse elettriche, apparecchi fotografici, imbuti e
cuffie con cui ascoltava le tubature dei termosifoni – mentre era
intento a disegnare con grazia una vicina di casa nuda. La vicina,
sebbene fosse particolarmente avvenente, gemeva. Forse a causa del
fatto che era stata legata al lampadario con del fil di ferro. Dopo
di allora l’avrò rivista sì e no una o due volte, sembrava
cambiata, tuttavia ne conservo ancora adesso il disegno, appeso sopra
al letto, che in realtà è un acquerello su cui risaltano con
estrema cura sia i seni che il lampadario.
Ciononostante,
ripeto, papà è stata una brava persona. Ribadisco con fermezza
questa mia affermazione, con cognizione di causa e a dispetto del
fatto che negli ultimi tempi si sia andato sostenendo con sempre più
costante veemenza che lui abbia spedito centinaia di persone al mare.
Dove è risultato che abbiano passato le pene dell’inferno. Non è
vero. Lì ciascuno non doveva fare altro che costruire, ogni giorno,
a seconda delle proprie forze, un piccolo castello di sabbia: mai
nessuno chiese loro di costruirlo più grande. L’unico disagio –
dato che si sentivano obbligati a farlo, se non proprio di spontanea
volontà, almeno per motivi di ordine estetico – consisteva
nell’andare alla ricerca di conchigliette perlacee, di quelle dette unghie di sirena, che conficcavano poi in cima ai loro
castelli: un modo come un altro per pagarsi il vitto e l’alloggio
forniti gratuitamente. Alcuni, più poltroni, più anziani, più
enigmatici, preferirono strapparsi le unghie, di solito quelle delle
mani, con una pinza, ma in alcuni casi anche quelle dei piedi,
sistemandole sulla torre di sabbia più alta, risultando così un po’
colorata di sangue, tentando con questo accorgimento di imbrogliare
papà, quando veniva in ispezione. Ovviamente non ci riuscivano. E,
di conseguenza, venivano puniti. Purtroppo, loro non possono più
testimoniare, poiché morirono quando si abbatterono le onde.
Il
pianoforte apparteneva alla mamma. Avevo, credo, circa cinque anni
quando fui sorpreso dalla violenza con cui papà decretò, con la
testa sotto il lampadario, che fosse il caso che imparassi a suonare
uno strumento. Mamma obiettò che ero troppo piccolo, e che comunque
non vedeva a che cosa mi sarebbe potuto servire. Tanto più che
ancora non avevo neppure cominciato a fare uso della parola. Non ha
importanza, disse papà, è tempo che faccia anche lui qualcosa di
intelligente. In casa nostra, situata nel centro della città,
nessuno aveva mai imparato a suonare uno strumento. Neppure mamma.
Quanto ai vicini di casa, non ho da raccontare nulla a proposito,
nessuno osava saltare oltre la staccionata di filo spinato. Solo tre
anni dopo, quando traslocammo a vivere in condominio, le cose
assunsero un altro aspetto. Fece quindi la sua comparsa un
professore. Era magro, portava degli occhiali dalle lenti rotonde e
aveva una paura folle di mio padre. Nonostante ciò, per due ore,
quanto durava la lezione settimanale di pianoforte, giocavamo, io e
il professore, con il suo teatrino di burattini oppure modellavamo
figurine col pongo. Ero afono. Ma quando arrivava papà, non ero io
quello a dover mostrargli ciò che avevo studiato quel giorno, bensì
il professore. Si sedeva sullo sgabello con la schiena curva, le mani
visibilmente tremanti e sporche di pongo rosso giallo verde, e
interpretava timidamente una sonata di Chopin, sempre la stessa, in
si bemolle minore opus 35, poi, per la gioia della famiglia
sprofondata nelle poltrone, il valzer degli asini, che finiva per far
appisolare tutti quanti, compresa la domestica che di nuovo aveva
appena messo lo zucchero nell’intingolo di carne. Al posto del
sale. Il professore sopportò l’intingolo con lo zucchero e le
osservazioni di carattere musicale di papà per quasi sei mesi, fino
a quando, un mattino, entrò in casa con in testa una cuffia di lana,
colpì con odio la tastiera del pianoforte, sui bassi, si barricò
nel ripostiglio, confessò di essere un nemico del popolo, e che io
ero un ritardato mentale e di non farcela più – disse non farcela
più in tono lancinante – finendo col chiedermi se mi andasse di
modellare entrambi col pongo, ne aveva portato una confezione, la
testa di Garibaldi sul letto di morte. Lo facemmo, e anche bene, con
i baffi azzurri, solo che il giorno dopo il professore non si fece
più vivo. Io, per lo meno, lo rividi solo quella volta, di sera, in
cui ce lo portarono vestito di nero. Papà gettò via la testa di
Garibaldi, e io spaccai la piastra di bronzo del pianoforte, poi ci
strappai via un pedale. Il pedale in seguito lo riadattai per un
triciclo con il quale partecipai a una gara regionale di tricicli.
Non la vinsi, arrivai addirittura ultimo, con gran dispiacere dei
miei genitori. Il mio sogno era di diventare un artista. L’intero
mio essere anelava a un simile traguardo. Più o meno ci riuscii in
tal senso, dieci o venti anni più tardi, quando fui scelto, dopo un
provino di telegenia, a interpretare una parte in un film religioso,
di cui non ricordo più il titolo; sembrava comunque che ricoprissi
il ruolo principale, e per la precisione ero la controfigura
dell’eroe principale e insieme facevamo tornare la vista ai ciechi,
camminare gli storpi e ridere i lebbrosi. Ma il mondo del cinema non
mi piacque. Anche se mi saluto ancora adesso per strada con il cieco
che feci guarire. E durante l’infanzia, a dispetto delle mie
evidenti aspirazioni, dovetti imparare ogni sorta di sciocchezze –
pattinare, correre svariati migliaia di metri, saltare la capra (?),
arrampicarmi sulla corda – ed ero una schiappa, il professore di
educazione fisica, un rompianime cui mancava solo un mese al
pensionamento, andò a spifferarlo a papà, e così sparirono sia la
corda sia il professore. In storia non me la cavavo, in chimica mi
piacevano solo gli acidi con cui spruzzavo le gonne delle ragazze,
loro non si divertivano, le donne non hanno il senso dell’umorismo,
in rumeno ero uno zero assoluto. Però avevo talento per il disegno.
Disegnavo senza sosta, febbrilmente e con la lingua di fuori,
personaggi minuscoli, come un novello Bosch. Passavo molto tempo a
giocare in cimitero. Strappavo le ali alle mosche, abbrustolivo le
farfalle sul gas, sezionavo in due i vermi, ficcavo degli aghi dalla
parte della capocchia negli occhi dei topolini. Ero un bambino
maturo. I giorni in cui, di solito durante i fine settimane, sentivo
grida insopportabili che provenivano dalla soffitta di casa dove
lavorava papà, disegnavo un acquarello e correvo svelto da mamma,
che se ne stava con delle cuffie stereofoniche sugli orecchi e una
maschera nera sul viso. Non potevo mostrarle l’acquarello perché
non potevo toglierle la maschera. Ebbi un’infanzia difficile, non
trovavo alcun conforto da nessuna parte. E papà lavorava. Lavorava
incessantemente. Non potevo disturbarlo in quei momenti, si sarebbe
innervosito. Si era messo in testa di purificare il quartiere. Di
pulirlo. L’abbaino invece era sempre coperto di polvere.
A
ogni modo, confesso che quasi mai mi incoraggiò a dipingere. Diceva
che quello era un mestiere da femminucce. Un uomo deve saper
maneggiare la zappa. Sparare col cannone. Inoltre, affermava che non
ero capace di disegnare le persone in movimento, o per lo meno tanto
da riconoscerle con facilità. Guarda meglio attraverso lo spioncino.
Impara a fare bozzetti, mi consigliava lui. Feci tutto quello che
potei, bozzetti, però non lo vidi mai una volta soddisfatto. Non era
d’accordo con quello che mi interessava e non capivo perché, mi
aveva preso solo un professore di pianoforte, ebbene questa era la
cosa che gravitava attorno abbastanza da vicino, se non proprio
all’ambito mio, a ciò che per lo meno più piaceva a me. In una
sola occasione, su, dalle Vecchiette, carpii la sua attenzione. Con
sua somma delizia, sparai al sole due ventose con una pistola a
ventosa. Non ritrovammo più i proiettili. Piansi un giorno intero,
non toccai neppure il mio blocco da disegno. Allora papà mi promise
una vera pistola, quando sarei diventato grande. Quando diventai
grande, mi iscrisse a una scuola di forma parallelepipeda per figli
di dirigenti. Eravamo in moltissimi nell’edificio, un edificio
grigio. I professori si comportavano in modo strano, rigido,
portavano l’uniforme. Alcuni avevano l’abitudine di lanciare
sulla cattedra il registro dalla porta della classe. Mi dicevano che
sognavo troppo spesso, con troppi colori, troppo in modo innaturale.
Durante la lezione di orientamento turistico sbagliai strada,
inciampai, trovai un fungo rosso. Lo stesso fungo lo trovò anche
l’istruttore, il quale mi spiegò che si trattava di un vegetale
inferiore, privo di clorofilla, che vive da parassita o saprofita, e
si moltiplica attraverso le spore. Di seguito mi sparò una sfilza di
nomi di alcuni funghi velenosi: il satirione (Phallus impudicus),
l’ovulo malefico (Amanita muscaria), il Boletus satanas,
la Russula emetica, lo zolfino (Hypholoma fasciculare).
Questo è, continuò lui strappandomi di mano il fungo, un Lactarius
deliciosus. È detto anche sanguinaccio. E, per dimostrarmi
quanto fosse delizioso il sanguinaccio, lo mangiò. Un minuto dopo
entrò in coma.
Poi
partecipai alle esercitazioni di tiro. Un sergente che conosceva papà
mi salutò, un caporale mi baciò su entrambe le guance in un mio
momento di distrazione. Il problema per me era caricare e continuare
a sparare con il fucile automatico. All’inizio chiesi perché
dovessi sparare, ma siccome nessuno mi rispose, centrai l’albero
più vicino. Era una quercia. La centrai per due volte alla corona,
tra gli applausi dei colleghi. Alcuni uccelli spiccarono il volo
cinguettando. Mi fu ordinato di sparare ancora una volta. A una
lepre. Sebbene non l’avessi vista, la ridussi a brandelli. Alcuni
zingari, le cui case confinavano a est con la caserma, stavano
cantando, c’era uno sposalizio. Non so che accidente mi prese, ma
sparai anche a loro. Beccai la solista a un piede. Si levarono delle
grida. Per troncarle, sparai altre tre volte. Il violinista rimase
secco sul posto. Lo seppellirono in tutta fretta accanto alla lepre.
Ma a una certa distanza. E così ebbe fine l’intera faccenda, non
ci furono denunce, papà aveva conoscenze, io le allucinazioni, così
sostenevano tutti, dicevano che le avevo anche durante il sonno,
mentre il musicante era stato un uomo modesto, senza famiglia. Da
allora non sogno più. Dopo quattro anni terminai la scuola. Poi
finii all’ospedale.
Mi
ricordo ancora adesso con piacere i lunghi viali ombrosi che
percorrevo nelle fresche mattine di primavera, con indosso la
vestaglia di mollettone, mentre tentavo di indovinare dalla finestra
di quale corsia mi stesse guardando papà. Sapevo che scrutava ogni
mio movimento, si era fatto ricoverare assieme a me. Mi sentivo bene
in ospedale, forse per la prima volta nella mia vita, nonostante mi
fosse stato detto che mi trovavo in missione. Ero stato sistemato in
un reparto per la cura delle nevrosi non si sapeva bene quanto gravi,
alcuni ingoiavano forchette, altri inseguivano uccelli, a ogni modo,
erano soprattutto piccoli autistici e maniaco-depressivi piuttosto
taciturni. Il resto era formato da miei colleghi, anche loro in
missione. Improvvisammo una specie di squadra nella nostra corsia da
sei letti, ci aiutavamo fra noi a lavarci i denti, consumavamo
insieme le vettovaglie portate dai parenti, i parenti piagnucolavano,
ci dividevamo tutto, le medicine, il sapone, lo spray contro gli
scarafaggi. Gli scarafaggi da ospedale erano innumerevoli, agili,
rossi e neri, sembrava che a loro piacesse stare in ospedale, perché
li scorgevamo dappertutto, sui comodini, tra i letti, nonostante che,
per non farceli vedere, ci facessero parecchie iniezioni dal
contenuto oleoso, dopo le quali trascorso un po’ di tempo non
riuscivamo più a camminare. Le infermiere erano invariabilmente
bionde, credo che fossero ex giocatrici di pallamano, una sorta di
discendenti ma non troppo di Guglielmo Tell, opinione unanime,
espressa sotto voce quando giocavamo a tavola reale nel vestibolo,
dato che tra una balestra e una siringa non c’è, praticamente,
alcuna differenza, neppure per quanto riguarda la distanza da cui si
tira. Il tempo passava. A volte facevo sei e sei.
Osservavo
individui bizzarri mischiati a quelli normali che passeggiavano tutto
il tempo in cortile in pigiama e pantofole. Fin dai primi giorni
attaccai bottone con un pittore, un tipo interessante che aveva
tentato di suicidarsi iniettandosi in vena dell’acquaragia, non ci
riuscì e ora era senza una mano, Bordea sembrava che si chiamasse, e
passava il tempo standosene permanentemente con l’orecchio
appiccicato a una vecchia radiolina. Una volta lo pregai di darla
anche a me per ascoltarla e mi disse che non si sentiva nulla, perché
non la accendeva. E non poteva nemmeno accenderla, poiché le
mancavano tutti i pezzi. Un altro, un dentista, dopo avermi ordinato
di aprire la bocca, mi chiese in due occasioni se avessi visto i
fantasmi. Lui li aveva visti, vicino a Cişmigiu, venivano da
Brezoianu. La cosa strana era che portavano il cappello. Per di più,
sembrava frocio, per due volte, alla fine della storia con i
fantasmi, mi invitò con voce melliflua a passare per casa sua quando
sarei stato dimesso – ci era ricoverato da dieci anni –, aveva un
appartamentino tenuto come una bomboniera dalle parti di Aviatorilor,
aveva dimenticato dove precisamente, gli risposi gentilmente che non
potevo. Sebbene sembrasse convincente, a un certo momento stavo
giusto guardando alla tv della sala pasti un concerto per violino di
Mozart, con Oistrach, che era morto quattro anni prima, a proposito
di fantasmi… E in qualche modo, riferito a questo, ricordo che i
genitori venivano a farci visita ogni domenica con molta
coscienziosità. Ci portavano succhi di frutta, tubetti di colore,
calzini. Ora dipingevo bussole, nello stile di Braque. A papà non
piaceva Braque, invece un inverno mi resi conto che gli piaceva
un’operaia che lavorava al Panificio. Era ricoverata in un altro
edificio, nel reparto femminile. E faceva freddo, la neve scendeva
come uscita da un flauto, la lavoratrice camminava a piedi nudi sulla
neve. Sempre allora feci conoscenza con un nuovo collega, un tipo
cupo, di circa sessant’anni. Il suo problema era che non riusciva a
dormire e passeggiava per ore di fila lungo il corridoio, da un capo
all’altro, fumando continuamente, procedendo a passi intermittenti,
perfettamente regolari, ragione per cui era stato battezzato il
trenino. Un pomeriggio di dicembre fece uno scalo imprevisto
sulle rampe delle scale e, con un’ultima piroetta, cadde a testa in
giù per i gradini, un piano intero. Sicché almeno lui non mi toccò
più tenerlo d’occhio. Ciononostante gli feci un ritratto
abbastanza riuscito, con un occhio nero e la base del cranio
fracassata, nel momento in cui lo stavano portando all’obitorio su
una pesante lettiga.
Quando
sono stato dimesso, ricevetti da un signore, avvolto ben bene in una
coperta a quadri, minuziosi consigli su come dovevano essere
tallonati e denunciati i cittadini che avevano una condotta deviante
in società. Ammirai la sua coperta e seguii le sue indicazioni
quanto meglio potei. Però venivo sempre scoperto e, fatto strano,
ciascuno mi offriva un gelato alla vaniglia. A casa, papà osservava
al microscopio il cono che avevo cura di portargli integro. Allora mi
illustrava che cos’era la paralasse, mi faceva vedere qualche
paramecio che guizzava sotto la lente o tentava di spiegarmi come
funzionava una telecamera, una presa o il satellite che ogni sera
passava sopra casa nostra. Credo che il semplice azionamento
dell’oculare gli destasse qualche nostalgia, perché si metteva di
nuovo a raccontarmi, contemporaneamente a brevi delucidazioni sulla
vita dei ciliati d’acqua dolce, la storia della sua famiglia, sua
madre era stata una bella donna, sofferente di tubercolosi e a quei
tempi non si trovava l’idrazide, cosicché prendeva del
paracetamolo, portava un taglio di capelli sportivo, prendendosi
cura, malgrado il fatto che di continuo sputasse sangue ovunque, del
marito violento e dei due figli, sua sorella era diventata ingegnere
in un cantiere edile, dove conobbe in una baracca il suo futuro
marito, un esperto in dinamite che sarebbe diventato console, mentre
papà, il padrone di quel piccolo mondo, cioè mio nonno, aveva già
il grado di generale quando si comprò la prima automobile con il
clacson a forma di pera, con la quale travolse il pizzicagnolo. A
quanto pare era un uomo ben messo, distaccato, conoscitore di due
lingue straniere che parlava fluentemente davanti allo specchio del
bagno, e che più tardi tenne un diario segreto ricchissimo di
dettagli, nel quale annotava i nomi e i vizi di tutti i vicini di
casa, e, fino a un’ora prima della morte, il modo in cui
suddivideva la pensione: un leu per il gas della lanterna, trelei per il pane, dieci bani per i fiammiferi, novecento
per la grappa. Papà mi diceva, sorridendo in modo ambiguo, che il
nonno sarebbe stato un ottimo esempio del modo in cui viviamo, se
fosse stato ancora in vita. Negligente. Puerile. O piuttosto
incosciente, che sperperava il nostro tempo in bazzecole. Citava me
come esempio vivente. Sapeva che volevo fare il pittore, benché lui
sperasse che io diventassi illusionista. Specie dopo l’episodio
della scuola. Nella vita non fai quello che ti piace, diceva, e lo
diceva spesso, forse la frase gli suonava bene, e allora sei indotto
a intraprendere qualcosa che serva agli altri, a quelli senza mezzi,
alla società, che è eterna, e questo fino a quando sarà possibile,
in ogni istante abbiamo davanti agli occhi un’immagine del limite,
lo conosciamo, anche se si potrebbe dire che il cervello non ci aiuti
poi molto, che ho visto anch’io le onde sul tuo
elettroencefalogramma, sembrano quasi tracciate su un quaderno a
righe, il cimitero, questo è quello a cui miriamo, la
rappresentazione ultima, su alcune croci c’è scritto Ionescu, su
altre no, non ti dimenticheremo mai, qui giace Papà, o la nostra
Figlia adorata, da tanto tempo, è andata a farsi benedire la tomba,
si è affossata a causa delle piogge, è spaventoso quanto può
piovere da queste parti, da bambino rubavo le more dei gelsi
cresciuti dalle pance, dalle cosce e dalle guance di coloro che
riposavano riconciliati sotto terra, se si erano riconciliati,
vitamine e vermi messi tutti insieme, dentro la mora, dato che i
vermi sono ricchi di proteine e i frutti di gelso di vitamine, e
mentre le sgranocchiavo, guardavo le iscrizioni eseguite da veri
artisti, le cifre, le date di nascita e di morte, spesse volte incise
in modo errato, ma non contava più, nel marmo o nel legno. E
ciascuna con una fotografia. Lui vestito da militare, lei al liceo o
all’ospizio, riprodotti su una vecchia istantanea, che dà sul
seppia, infilata sotto un vetro crepato. La maggior parte di essi,
durante la loro vita fatta di privazioni, non ha fatto altro che
tribolare per sfuggire a quelle privazioni, non capendo, poveri
imbecilli, che la povertà li aiutava a stare più vicini al sole cui
avevi sparato tu con la pistola a ventosa, a raccogliersi, a sudare e
a sparire senza rimorsi nell’etere. Gli uomini sono pericolosi,
questa è la verità, con loro non c’è e non ci sarà mai nulla da
fare. Ti ci vuole qualche minuto prima di afferrare i loro nomi sui
monumenti.
Papà
aveva un martello. Venti anni fa, era un mercoledì, dopo aver visto
quell’attrezzo incrostato di sangue secco e capelli, iniziò a
piovere. Non comprendo perché arrivai così tardi a intuirlo, ma fu
solo allora che pensai che papà ammazzava delle persone con quel
martello, nell’orto. Erano comparsi troppi mucchietti sospetti tra
gli ortaggi. E faceva quello che faceva, ne sono assolutamente
convinto, con l’assenso se non addirittura sotto la spinta delle
mie zie zitelle, che avevano certi piedi inquietanti, a pianta
tripla, le spiavo dal buco della serratura della loro camera da letto
con le tendine inamidate, delle signore alquanto strane in
definitiva, che fingevano di andare a messa, quando invece, in
realtà, andavano solo fino alla latrina in fondo al cortile, dove io
avevo sistemato un ragno gigante. Ma era così scemo che in due anni
non riuscì manco una volta a impedire loro di fare i propri bisogni,
per non parlare poi di quanto ne fosse terrorizzato. Era così mite,
poverino. Non poteva mangiare neppure una mosca, figuriamoci due zie.
Io credo che loro siano state la causa di tutti i mali, perché, fra
le altre cose, si denudavano davanti allo specchio e poi recitavano
il Padre nostro così come natura le aveva fatte. Così come
potevano irritare me, potevano benissimo fare uscire dai gangheri
anche papà, specie allora che aveva cominciato a stare male di
salute e, indifferentemente da quanto sangue freddo potevi avere,
saresti comunque stato in grado di commettere una carneficina anche
solo stando ad ascoltarle. O vedendole come si spazzolavano i radi
capelli sul lavandino dimenticandosi poi di pulirlo, e se lo
facevano, ne intasavano lo scarico, come canterellavano inquiete
melodie popolari con la finestra aperta, come parlavano da sole,
passeggiando per tutta la casa, come rimproverano a mamma di non
mettere ingredienti nutritivi nella zuppa, così ce li mettevano
loro, patate non sbucciate, dato che la buccia contiene tocoferolo,
come lanciavano occhiate agli operai della fabbrica, smaniando come
in Più a sinistra, tre martelli,
una celebre commedia dell’epoca, come tenevano occupato il bagno la
mattina e come si sollevano con le braccia aggrappate alla barra
dello sbattitappeti. Già, e quel giorno quando piovve, guardavo gli
uccelli. C’erano alcune merle, una cornacchia e due cinciallegre.
Si erano ben rimpinzate, qualcuno aveva lasciato loro sulla soglia un
tozzo intero di pane inzuppato nell’acqua, o forse era stato
inzuppato in qualcos’altro, forse nell’alcol, e in due ore
avevano già tirato le cuoia. A un tratto la cornacchia stramazzò
per terra come fulminata. Una cinciallegra picchiò più volte la
testa contro la finestra, mentre gli altri volatili stettero male
fino a sera tardi. Gemettero senza sosta, alcuni caddero dai tralicci
del telefono. Per fortuna che il cortile non era asfaltato.
Allora
cominciai a capire.
Che
cosa, non lo sapevo ancora bene. Ma pensavo con infinita emozione
alla cornacchia. Alla nostra vita che se ne va.
Dopo
un po’, il prete, assorto a salmodiare, prese un abbaglio e invece
di gettare la terra sulla bara, la gettò addosso a me. E io ero pure
raffreddato quel giorno. Mi pulii via la terra dal naso con un angolo
del nastro su cui era scritto eterne condoglianze. Dato che
l’inchiostro era ancora fresco, le condoglianze svanirono e
rimasero solo eterne. Dal condominio vicino al cimitero giungevano le
note di Quadri da un’esposizione di Mussorgskij.
Per
non parlare poi di quanti problemi ebbi con la bara. Entrai in un
sacco di negozi o come diavolo si chiamano quei posti, e ovunque mi
spiegavano con un tono di voce viscido, castano e sofferente, in
qualche modo religioso, sussurrato da certi individui cortesi,
castani e dagli occhi ravvicinati e minuscoli, che c’erano
considerevoli differenze di prezzo tra gli articoli in mostra, perché
alcuni erano più leggeri, di pioppo, altri di quercia o faggio, ce
ne sarebbero stati altri dal profilo aerodinamico, di alluminio, per
occasioni speciali, ma a ogni modo era molto più cara una bara con
decorazioni intarsiate rispetto a una senza. Osservai alcuni modelli
esposti, che, per fortuna, erano vuoti. E con l’occasione, scoprii
che le decorazioni intarsiate rappresentavano invariabilmente un
assortimento di fiorellini specifici del Giappone, era vero, notai
che erano lavorati con una meticolosità pari al fanatismo
giapponese, in tal maniera che presupponevo che perfino i vermi
appena apparsi sulla terra le disprezzassero, nel caso in cui non si
divertissero, almeno per un po’ di tempo.
Poi
sorse il problema dei manici. Un manico di ottone costava tanto da
lasciarti con le toppe al sedere, mettendoti di colpo nella
situazione di odiarlo, con tutto te stesso, di voler staccarlo, di
pestarlo sotto i piedi, di fonderlo, senza contare poi che erano ben
quattro. Sicché alla fine mi accontentai di una bara piccolina,
semplice, non conforme alle norme, senza cuscino e senza manici.
Pensai che tutto sommato avrei potuto trasportarla anche in spalla.
Ma
siccome al funerale parteciparono solo tre persone, di cui due erano
donne, dovetti trascinarla.
Papà
aveva uno sguardo bieco.
Se
ricordo bene, inclusi anche quello sguardo tra i motivi che mi
irritarono così profondamente quel venerdì pomeriggio quando, dopo
che aveva guardato con indifferenza l’ultimo quadro, c’era
dipinto un trenino, dicendomi che non avevo un briciolo di talento,
papà tentò di farmi capire che cosa fosse il talento. Lavoro.
Vocazione. Devozione. Sai che cos’è quella cosa che chiamano
vocazione? domandò. Ecco! E mi mostrò la medaglia, il suo
distintivo d’argento con lo stemma del paese, assegnatagli “per
l’alto servigio reso in difesa dell’ordine sociale e dello
stato”. Poi fece partire una cassetta. Era un nastro Agfa. Sentii
una voce di donna che chiedeva dell’acqua. Lo pregai di lasciare
scorrere il nastro. Dopo alcuni momenti di silenzio riconobbi la
stessa voce, ma ora sembrava più poetica. Probabilmente nessuno le
aveva dato dell’acqua. Quello che fu fatto alla donna da coloro che
erano lì presenti non era stato registrato. Guardai papà da un
lato. Per la difesa dell’ordine dello stato, ripeté sistemando la
tenda che non so per quale ragione stava svolazzando. Poi mi confessò
che faceva quel mestiere da diciotto anni, un mestiere quasi
musicale, che non per caso è musica pura, poiché facendo un
mestiere come quello puoi ascoltare ogni settimana qualcuno che ti
chiede dell’acqua con gli occhi sbarrati o gridando in si bemolle,
come nella sonata di Chopin che tanto gli piaceva quando mangiava
tranquillo l’intingolo di carne con lo zucchero, e terminò il
pistolotto con l’occhio incollato sullo spioncino, dicendo che ne
andava fiero. Gli chiesi perché. Non poté rispondermi, oltretutto
stava passando una signora con un cappello in testa. Dopo aver fatto
una pausa per via della signora, lo pregai di intonare un si bemolle.
Neppure quello riuscì a fare. Cosicché lo colpii con il martello,
una sola volta. Aveva la testa molto soffice.